Mercuzionline

Mercuzio festeggia dieci anni: 4 febbraio 2002-4 febbraio 2012, il primo blog italiano dedicato interamente al teatro e cinema, i teatri di Roma e di Milano.

“TI SPOSO, MA NON TROPPO” al San Babila


SINO AL 27 MAGGIO 2012

“TEATRO SAN BABILA”

e

“DIAGHILEV srl e COMEDY & Co”


Presentano


GABRIELE PIGNOTTA        

 

          FABIO AVARO

 

 

TI SPOSO, MA NON TROPPO



UNA COMMEDIA SENTIMENTALE TRATTA DA UNA STORIA VERA INIZIATA SU FACEBOOK


Scritto e diretta da

GABRIELE PIGNOTTA


e con

ELENA ARVIGO

KATIA GRECO



Luci: Luca Carnevale                           

 

                           Musiche Stefano Switala

 

 

Chiude la stagione di prosa 2011-2012 “Ti sposo, ma non troppo” commedia divertente acclamata da critica e pubblico, un capolavoro di romanticismo e comicità che ha ottenuto il tutto esaurito in tutti i teatri dove è stata rappresentata.


E’ una commedia sentimentale della Compagnia rivelazione degli ultimi tre anni tratta da una storia vera iniziata su Facebook, dove: una coppia in crisi prima del matrimonio (Carlotta e Andrea), un single convinto che seduce per mestiere (Luca), un cuore spezzato che sogna l’amore eterno (Andrea), entrano casualmente in contatto.Da questo momento le vite dei protagonisti si intrecciano dando vita ad una serie di equivoci e situazioni esilaranti che descrivono il caos sentimentale in cui molti di noi si trovano costantemente.


Gabriele Pignotta è attore,regista e autore teatrale, che ha al suo attivo quattro commedie. Inizia la sua carriera come autore dei programmi Rai dello staff Japino-Carrà,come attore cinematografico ha recitato in “Amore 14” di F.Moccia, “La vita è una cosa meravigliosa” dei fratelli Vanzina e “Immaturi”, dove ha conosciuto il produttore Marco Belardi che gli ha dato la possibilità di trasformare “Ti sposo, ma non troppo”in un film.

Fabio Avaro è un attore di origini siciliane, ha recitato nel teatro classico finchè ha fondato con il compagno di liceo Gabriele Pignotta la Compagnia teatrale “Comedy & Co.”

Elena Arvigo si è diplomata alla Scuola del Piccolo di Milano diretta da Giorgio Strehler, è un’attrice cinematografica (“Tutta la vita davanti” di P.Virzì, “Una moglie bellissima” di L.Pieraccioni”..) e televisiva (“Marcinelle”, “Perlasca, un eroe italiano” “La Piovra 10”…)

Katia Greco è una giovanissima attrice, interprete anche di svariate fiction quali: “Il capo dei capi”, “Il giovane Montalbano” “R.I.S. 4” e “Distretto di Polizia 9”



Ufficio Stampa: Ilaria Ferri  tel. 02/795469- 02/76002985 – ufficiostampa@teatrosanbabila.it



ORARI DEGLI SPETTACOLI


Dal martedì  al sabato ore 21:00


Sabato pomeriggio ore 16:00


Domenica pomeriggio ore 15:30 e domenica 13 maggio anche alle ore 19:30


GIORNO DI RIPOSO della prima settimana: LUNEDI’,della seconda e terza settimana LUNEDì e MARTEDì





CARLOTTA – Elena Arvigo

ANDREA  -  Fabio Avaro

LUCA – Gabriele Pignotta

ANDREA – Katia Greco









Ufficio Stampa: Ilaria Ferri  tel. 02/795469- 02/76002985 – fax 02/76001621 ufficiostampa@teatrosanbabila.it














I AM NOT A PENGUIN al Teatro BRANCACCIO di Roma

 

15 maggio 
 
Marangoni Spettacolo presenta


 JOHN PETER SLOAN 
 
 
I AM NOT A PENGUIN  
 
 
uno spettacolo di John Peter Sloan e Antonio De Luca 


Lo spettacolo, firmato da John Peter Sloan e Antonio De Luca, è una tipica "stand-up comedy" all'inglese: un palco con pochi elementi scenografici, un solo comico, un microfono. 
Dopo il successo dei precedenti spettacoli Full Moon, Instant English e Culture Shock!, che hanno portato John Peter Sloan a  Zelig programma comico di Canale 5, torna  a teatro con "I am not a Penguin", in  continua a prendere di mira le differenze culturali tra Inghilterra e l'Italia raccontando di un viaggio lungo una vita per scoprire la Birminghan che è dentro di noi . 


Un percorso biografico intervallato e disseminato da continue riflessioni, battute e aneddoti che divertono attraverso lo spiazzamento, l'ironia e l'adattamento di alcuni grandi canoni della 
comicità anglosassone al gusto del pubblico italiano. Uno spettacolo con il quale l'artista inglese insegna al pubblico come trovare la comicità in ogni aspetto della propria vita, partendo dalle sue esperienze personali: da un'infanzia povera con una famiglia dimezzata, in cui il cassetto dei calzini sostituisce la culla e il respiro del nonno scandisce il tempo, alla rissa al pub o alla pesante crisi del periodo Tatcheriano. Per arrivare poi alla successivascoperta dell'Italia e alla revisione, sempre all'insegna dell'ironia, di tutte le proprie convinzioni, evidenziando pregi e difetti del Bel Paese che a volte sfuggono persino a chi vi è nato. 


Un Paese che John Peter Sloan autore comico, attore, cantautore e insegnante conosce ed ama molto. Dopo aver viaggiato per più di 15 anni in Europa come cantante frontman del gruppo rock Inglese "The Max", John inizia a insegnare l'inglese proprio in l'Italia, dove rimane deluso dai noiosi ed inefficaci corsi che trova in giro e decide di creare un nuovo modo di 
insegnare l'inglese, divertendosi. Le sue lezioni sono  veri e propri  spettacoli, proprio da qui 
infatti, nasce l'idea di portare a teatro "Culture Shock!" un successo clamoroso che lo fa conoscere al grande pubblico e lo fa approdare sul grande schermo: ZELIG, il tempio della comicità . Nascono altri progetti teatrali come  : "Full moon", "Caveman" e "Instant English (the show)" che contemporaneamente  all'uscita dei suoi libri e del corso multimediale per Repubblica-l'Espresso "Speak now", distribuito in due milioni di copie, contribuiscono a creare l'enorme successo di Sloan. 


La particolarità di questo artista è di esser riuscito trasformare la sua professione di insegnate in un' espressione artistica attraverso i suoi spettacoli teatrali,  i suoi libri. 
Ha mantenuto l'aspetto   didattico nelle sue varie espressioni artistiche senza mai dimenticare l'ironia ed il divertimento rendendo i suoi testi (libri, teatro..ecc)  fruibili anche per chi non ha una conoscenza della lingua inglese avanzata. È questa la sua caratteristica principale: scrivere, raccontare storie, interpretare sketches e monologhi permettendo al pubblico di accostarsi, persino per la prima volta, all'inglese, demolendo definitivamente il pregiudizio per cui scoprire, capire o approfondire una lingua straniera possa essere noioso.  Il coinvolgimento, il ritmo, l'energia e l'ironia che John esprime sul palco fanno si che il pubblico si accorga che divertirsi e imparare qualcosa è possibile, nello stesso momento e nello stesso luogo. 


 
http://www.teatrailer.it/roma/teatri/teatro-brancaccio

IL PESCATORE DI SOGNI (Salmon Fishing in the Yemen) - recensione


regia di Lasse Hallström


Uscita italiana 18 maggio 2012

 


Questo film è nato come una produzione televisiva per la BBC Films, di solito garanzia di qualità. Smentendo il titolo originale non è stato girato nello Yemen, per i turisti già infrequentabile da anni e sconvolto dal 2008 da rivolte e colpi di stato, ma nel più sicuro Marocco, presso la città di Ouarzazate e la diga sul fiume Draa. Durante la lavorazione il set è stato distrutto da violentissimi temporali e travolgenti piene per ben tre volte: ma i laici e  positivisti occidentali, anziché ascoltare l'ammonimento divino e abbandonare l'impresa, hanno caparbiamente ricostruito il set e continuato le riprese. E, immagino per recuperare un po' dei soldi spesi, hanno deciso ahinoi di distribuire al cinema un film che nella prima parte cerca di essere una commedia e nella seconda parte un dramma, in entrambi i casi senza riuscirci.


Uno sceicco yemenita (Amr Waked) si è comprato una splendida tenuta in Scozia, e oltre ad acquisire l'aplomb del gentiluomo di campagna si è anche appassionato alla pesca alla mosca. Con l'arroganza del ricco che vuole una cosa per la sola ragione che se la può permettere, decide di investire 50 milioni di dollari - no, di euro, no, di sterline - per introdurre i salmoni negli ouadi del suo torrido e arido paese, sfruttando le sorgenti fredde sotterranee e una nuova grandissima diga da irrigazione appena costruita. In un vortice di misticismo è infatti convinto che la spiritualità interiore che si prova durante la pesca con la mosca potrebbe aiutare a diffondere la pace nella sua disgraziata patria.


Per la realizzazione del progetto si fa assistere da Harriet Chetwode-Talbot (Emily Blunt), consulente finanziaria dello studio legale di Londra che si occupa dei suoi affari, che ha un flirt con un capitano delle Forze Speciali di stanza in Afghanistan; la quale si rivolge al Ministero della Pesca, dove viene indirizzata al dottor Alfred Jones (Ewan McGregor), mite ed eccentrico ittiologo, grigio funzionario di basso rango, con moglie frigida e stakanovista sempre in giro per lavoro, famoso nell'ambiente dei pescatori per aver creato 10 anni prima una famosa "mosca" che porta il suo nome.


Contemporaneamente assistiamo alle difficoltà di Patricia Maxwell (Kristin Scott-Thomas) che dirige con piglio militaresco l'ufficio Pubbliche Relazioni del Primo Ministro inglese, alla disperata ricerca di qualche notizia positiva da passare alla stampa circa i rapporti fra Regno Unito e Medio Oriente. Appena scopre l'esistenza del progetto sull'introduzione dei salmoni inglesi nello Yemen ci si butta, si può proprio dire, "a pesce", e offre allo sconcertato dottor Jones tutto l'appoggio possibile. Dapprima riottoso per la follia del progetto, palesemente irrealizzabile, Fred pian piano si lascia affascinare sia dalla bella Harriet che dalla personalità misticheggiante dello sceicco, il quale filosofeggia sul simbolismo del salmone che risale il fiume controcorrente, come dovrebbe fare coraggiosamente ogni uomo che abbia un sogno.


Dopo aver introdotto fatti e personaggi con ritmo brillante e spedito, il film fa la fine di tutti quelli diretti da Lasse Hallström, la cui acuta personalità nordica è stata ormai definitivamente castrata dalla lunga frequentazione coi produttori hollywoodiani (THE SHIPPING NEWS, IL VENTO DEL PERDONO e HACHIKO sono sinceramente inguardabili): dopo una mezz'ora la storia comincia a rallentare e nella seconda parte si affloscia inesorabilmente, come un soufflé cotto in un forno che si raffredda.


Eppure gli elementi per farne qualcosa di buono c'erano, a cominciare dall'omonimo romanzo del 2006 di Paul Torday. Lo sceneggiatore Simon Beaufoy (autore di THE FULL MONTY e MILLIONAIRE) ha fatto di sicuro una faticaccia ad adattarlo, perché era completamente scritto in forma epistolare: lettere, appunti, memo, fax, email, archiviate dal protagonista con burocratica puntigliosità. Poi però a furia di smussare si è fatto prendere la mano, e senza lesinare sugli stereotipi ha trasformato l'originario pungente libello sull'umana follia scritto in punta di penna in un'innocua commediola romantica, una brodaglia buonista e melensa, stravolgendone l'intento col ribaltamento del finale. Qualcuno ha provato ad accostarlo al poetico L'UOMO DEI SOGNI (Field Of Dreams) con Kevin Costner agricoltore dell'Iowa che distrugge il suo campo di granturco per costruire un campo da baseball, ma non è proprio cosa.


Ewan McGregor è troppo giovane e carino, fisicamente del tutto fuori parte per il suo personaggio: probabilmente ispirandosi alla buonanima di Alec Guinness ce l'ha messa tutta per rendersi anonimo, sfoggia persino un forte accento scozzese, ma proprio non riesco a vederlo nei panni di un Fantozzi delle Highlands "rigenerato" dall'amore.


Emily Blunt fa il suo dovere di perfetta assistente prima e vedova inconsolabile poi (ma si può essere così inconsolabili per la perdita di un uomo che si è frequentato per 3 settimane?); purtroppo fra lei e McGregor non c'è traccia di scintille, la proverbiale riservatezza inglese diventa quasi autismo e il finale risvolto romantico fra i due protagonisti appare artificioso.


Il personaggio dell' "arabo buono" (Amr Waked - affascinante superdivo del cinema egiziano, già protagonista di IL PADRE E LO STRANIERO con Alessandro Gassman) sembra davvero il frutto di una campagna pubblicitaria progettata a tavolino.


Per fortuna a tirar su il mio spirito di spettatrice demoralizzata appariva di tanto in tanto l'inarrestabile e linguacciuta donna in carriera Kristin Scott-Thomas, capace di strapazzare con la stessa rustica energia figli, impiegati e ministri, una vera sorpresa che spero si possa ripetere, magari con uno script scritto meglio che non le faccia così biasimevolmente sprecare questo insospettato talento comico.


In definitiva consiglio caldamente la visione del trailer di 2 minuti e mezzo che si trova su YouTube: è più che sufficiente, e racconta il film dall'inizio alla fine senza inutili lungaggini, facendo risparmiare gli 8 euro di biglietto che in questo caso sarebbero spesi malissimo.

http://www.youtube.com/watch?v=8WrDINrQL3g

 

                                                       (MARINA PESAVENTO)

PUNTI DI VISTA al COMETA OFF - recensione

È una pioggia battente quella che scorre lungo i vetri della stanza matrimoniale. Tra quelle lenzuola vermiglie Anna e Italo sembrano quasi assecondare il frastuono del temporale. Là, in quello spazio immobile, l’arrivo del giorno potrebbe essere il preludio di una qualunque promessa. Invece no: il sole torna a splendere ma gli occhi dei due, protagonisti di “Punti di vista”, si aprono sulle reciproche frustrazioni. Lo spettacolo, in scena al Teatro Cometa Off di Roma dal 3 al 6 maggio 2012, pone il pubblico in una prospettiva di catartici retroscena. La coppia viene spiata nei momenti di intimità ed ogni oggetto o parete accanto ad essi sembra riporre in sé una forte carica di tensione.

 

Scritta e diretta da Sara Caldana, la pièce affronta da più prospettive lo scorrere dei giorni all’interno di un condominio del quale il portiere Gustavo (Guido Saudelli) sembra custodire ogni segreto. Egli segue pazientemente le vicissitudini sentimentali di Italo (Michele Albini) e Anna (Giulia Bornacin) e quelle esistenziali e bigotte di Marisa (Veronica Milaneschi). Tra le mura dell’androne condominiale l’uomo immagina di ridisegnare i lembi del puzzle di cui dispone covando in gran segreto il desiderio di insinuarsi nella vita delle persone che osserva. La versatilità di Guido Saudelli conferisce al suo personaggio un aspetto fortemente inquietante.

Particolarmente intensa la prestazione di  Giulia Bornacin e Michele Albini, arricchita dalle giuste pause all’interno delle nevrotiche discussioni coniugali.

 

Anche l’interpretazione di Veronica Milaneschi riesce a trasmettere in modo ottimale il giusto senso di oppressione richiesto dal suo ruolo.

 

Le musiche dei Ghost, gruppo musicale vincitore del Wind Music Awards, completano in modo egregio il lavoro della regista Sara Caldana, già conosciuta al pubblico per lo spettacolo “Erba Voglio” e per aver pubblicato il libro “Efrem: fiaba per adulti”.

 

(ILARIA DELLA CROCE)





GUIDA ALLA SOPRAVVIVENZA DELLE VECCHIE SIGNORE - recensione



E' sempre emozionante assistere ad una prima assoluta; questa volta c'è una ragione in più: le protagoniste sono due attrici molto diverse ma entrambe grandi signore della scena italiana.

Era una bionda di bellezza sfolgorante Isa Barzizza, fin dal 1947 al fianco dei grandi del varietà, da Erminio Macario a Totò, con cui debuttò al cinema. Fino agli anni '60 è stata ammirata protagonista di testi brillanti e più tardi drammatici al cinema, a teatro e in televisione, diretta da Mattoli, Majano, Scola; e purtroppo per noi si è nascosta per anni nelle oscure salette di doppiaggio della società da lei fondata, regalandoci solo la sua pur splendida voce.

Differente, più "classica", la storia di Marina Bonfigli: bruna, dai tratti severi, votata al palcoscenico, dove è stata protagonista ammirata di testi di Goldoni e Brecht, di Eliot e Pirandello, di Ibsen e Cocteau; è stata diretta dai più grandi registi, prima accanto al marito Paolo Ferrari, poi al compagno di palcoscenico e di vita Giulio Bosetti; da lui ha da un anno ereditato la direzione artistica del Teatro Carcano di Milano.


Entrambe 82enni in splendida forma, interpretano con ritmo e leggerezza, come meglio non si potrebbe.... due 82enni, due signore di San Diego (California) che si incontrano alla fermata dell'autobus. Netty (Marina Bonfigli) è una donna forte e indipendente, ma con seri problemi alla vista. Shprintzy (Isa Barzizza) è timida ed eccentrica, ci vede benissimo e conosce a memoria la mappa dei trasporti, anche se ha qualche difficoltà a ricordarla a causa di un incipiente Alzheimer.

Netty è caparbia, bisbetica, realistica, quanto Shprintzy è arrendevole, gentile, fantasiosa; una è colta, va a teatro e ai concerti, programma viaggi, l'altra è romantica e ingenua, ama il ballo e i pomeriggi al parco. Ma è come se si conoscessero da sempre, e dall'incontro-scontro di caratteri così diversi si intreccia una strana, ruvida amicizia; il tempo scorre fra battibecchi, scene comiche e momenti di malinconia. Da quell'incontro casuale è nato  un fortissimo rapporto di interdipendenza.

L'orgoglio di Netty le impedirebbe di accettare l'aiuto che Shprintzy ostinatamente le offre, ma poi si vede costretta ad arrendersi. Insieme affrontano un'improvvisa tragedia familiare, l'intervento chirurgico che non riesce ad arrestare il definitivo aggravarsi dei problemi alla vista di Netty, il tragico sprofondare di Shprintzy nell'oblio dell'Alzheimer: insieme, perché ormai nessuna delle due può più fare a meno dell'altra.

Mayo Simon ha scritto per il teatro, la tv e il cinema: autore fra le altre della sceneggiatura di "Ombre sul palcoscenico" (1963) con Judy Garland, ha vinto con Saul Bass un Oscar per il miglior documentario nel 1968 con "Why Man Creates". "The Old Lady's Guide to Survival" è del 1992 ed è stato messo in scena più volte negli Usa e in Gran Bretagna.

Si devono a Carla Ricotti le scenografie, realistiche ed essenziali, ma anche intime e poetiche, e i bei costumi che ben evidenziano le differenze di carattere fra le due protagoniste.

La regia dell'attore Giuseppe Pambieri ci accompagna con mano ferma, se pur con humour e gentilezza, nel mondo della vecchiaia e della malattia, che ci ostiniamo tutti a voler ignorare e dimenticare fino a quando non vi siamo personalmente coinvolti. In un’epoca in cui prevaricazione e apparenza sembrano diventati valori fondamentali della vita, la storia di Netty e Shprintzy ha il merito di farci fermare un attimo a guardarci dentro e considerare quanto siano importanti, proprio per la nostra "sopravvivenza", come suggerisce il titolo, la solidarietà e la comprensione umana.

(Marina Pesavento)

 

in prima nazionale al Teatro Carcano di Milano

dal 2 al 13 maggio 2012

Marina Bonfigli e Isa Barzizza

in

 

GUIDA ALLA SOPRAVVIVENZA DELLE VECCHIE SIGNORE

di Mayo Simon

scene e costumi di Carla Ricotti

regia di GIUSEPPE PAMBIERI 

 

HTTP://WWW.TEATROCARCANO.IT

 

 

 

 

 

 

RUMORI FUORI SCENA - recensione




Sono sempre piuttosto diffidente verso testi teatrali recenti che riportano la dicitura "commedia brillante": spesso interpretate da inguardabili divetti di origine televisiva e da anziani attori con le rughe nascoste sotto spessi strati di cerone, la maggior parte di quelle che ho visto non erano nemmeno lontanamente divertenti, nel migliore dei casi rimasticature di classici alla Feydeau, nel peggiore farsacce indegne anche del Bagaglino.

Conoscevo l'enorme successo di RUMORI FUORI SCENA nella versione portata in giro per l'Italia per decenni fin dal 1983 da Attilio Corsini con la Compagnia Attori e Tecnici, ma non mi ero mai azzardata ad andarla a vedere.

Poi alcuni anni fa è passata in televisione la versione cinematografica del 1992, mai distribuita da noi, e leggendo la guida tv ho fatto un salto: regia di Peter Bogdanovich, regista abile e raffinato, e interpreti Michael Caine, Carol Burnett, Denholm Eliott, John Ritter e Christopher Reeve, il meglio degli attori angloamericani. Per fortuna l'ho registrata: l'ho vista e rivista una decina di volte, divertendomi sempre come una matta e dandomi della deficiente perché avevo perso l'occasione di vederla a teatro.

E' stata perciò una piacevolissima sorpresa vederla programmata al Teatro Libero, e mi sono precipitata a vederla: la sfida durissima con il magnifico ricordo della versione cinematografica è stata decisamente vinta.

Il testo di NOISES OFF è particolarmente complesso per il regista e faticoso per gli attori, perché va realizzato come un impeccabile meccanismo ad orologeria, in quanto si tratta di due commedie una nell'altra. I personaggi sono un gruppo di attori, a parte l'affidabile protagonista, non proprio di prima scelta (un'attempata smemorata, un iracondo balbuziente, un anziano alcolizzato che si addormenta in giro per il teatro, un insicuro con frequenti attacchi di sangue dal naso, una ex-porno star che continua a perdersi le lenti a contatto), oltre ad un regista dal lontano luminoso passato, una timida e maltrattata assistente di scena e un trovarobe-macchinista (e occasionalmente sostituto) sempre sovraccarico di lavoro.

Nel primo atto assistiamo alla prova generale di NOTHING ON (Niente addosso), una mediocre commedia degli equivoci. Anche se mancano poche ore al debutto niente sembra funzionare: le porte non stanno chiuse o si bloccano, gli oggetti di scena, soprattutto un disgraziatissimo piatto di sardine, non sono mai dove dovrebbero stare, l'esausto regista proprio non riesce a dare alle scene il ritmo giusto; e poi vengono a galla attriti personali, gelosie, rapporti intricati fra i membri dalla compagnia. Ma come Iddio vorrà, si andrà in scena.

Il secondo atto si svolge un mese dopo il debutto, ad una matinée in provincia: la scenografia è ribaltata, siamo dietro le quinte ed assistiamo all'andirivieni degli attori. I rapporti all'interno del cast si sono molto deteriorati e lo spettacolo a cui assistiamo non è quello che si svolge sulla scena, ma dietro. Con tutte le loro povere risorse gli attori cercano di venire a capo dei problemi che da "dietro" la scena finiscono per riproporsi  "davanti", ma non riescono nemmeno a terminare di recitare tutto il copione.

Nel terzo atto siamo di nuovo in platea, 10 settimane dopo, e assistiamo ad uno spettacolo sempre più sconclusionato: gli attori sono stanchi, non si sopportano più e si fanno ogni possibile dispetto, vogliono solo finire la maledetta tournée e tornarsene a casa. Nemmeno il ritorno del regista, richiamato in emergenza, riesce a mettere riparo al disastro: il testo è ormai irriconoscibile.

Questa commedia vinse nel 1982 il Laurence Olivier Award come miglior nuovo testo teatrale dell'anno, e se l'è meritato. L'autore Michael Frayn ha dichiarato di averlo, negli anni, tagliato, adattato, migliorato e riscritto almeno sette volte, anche in funzione delle innumerevoli e premiatissime messe in scena in tutto il mondo. Non ho idea di quale versione venga usata qui, ma comunque è molto, molto divertente.

La scenografia, pur complessa, è essenziale e funzionalissima, ed è quasi un personaggio in più: gli affiatatissimi attori, che recitano questa commedia ormai da 7 anni, la popolano instancabili in uno spettacolo irresistibile, coadiuvati da una regia serratissima dal grande ritmo comico.

Oltre due ore di puro e intelligente divertimento - assolutamente da non perdere.

(Marina Pesavento)  

 

 

 

 

Una coproduzione Skené Company Milano e Teatri Possibili

 

RUMORI FUORI SCENA

(Noises Off)

di Michael Frayn

 

con Michele Bottini, Daniele Ornatelli, Alberto Pistacchia,

Anna di Maio, Claudio Gherardi, Sabra Del Mare,

Gabriele Amietta, Elena Redaelli, Luisa Mauro

e Claudia Negrin

scene di Aldo Mandozzi

 

 

regia di Claudia Negrin

 

 

 

 

 

 

                                     

 

 

al Teatro Libero di Milano

 

 

dal 2 al 13 maggio 2012

 

 

 

 

 

                                                   http://www.teatripossibili.it

 

PSYCHOSIS 4.48 DI SARAH KANE AL TEATRO TRASTEVERE

 

 

le 4.48 antemeridiam sono l'orario, studiato scientificamente, durante il quale chi è sveglio ha un crollo psico-fisico, nell'arco delle circadiane 24 ore è il momento dove la tentazione del suicidio è più forte. Da questa informazione, Sarah Kane ha tratto il suo testo più noto. Non conoscendo questa nuova versione, la consiglio comunque per il testo, uno dei più importanti nel teatro recente. (A.D.)

 

 

 

 

4 e 48: psicosi

riadattamento e regia di Maria Grazia Adamo

Con Francesca Bartoli


TEATRO TRASTEVERE – ROMA

DAL 4 AL 6 MAGGIO 2012


Alle 4 e 48

l’ora felice in cui la lucidità mi fa visita.

Io non conosco peccato

Questo è il male del diventare grandi

Questo bisogno vitale per cui morire …

Essere amata.



Debutta venerdì 4 maggio al Teatro Trastevere di Roma la versione originale di Psciosi delle 4.48, il testo più famoso di Sara Kane. Lo spettacolo, che vede sul palco Francesca Bartoli diretta da Maria Grazia Adamo, sarà in scena fino a domenica 6 maggio.

Mettere in scena psicosi delle 4 e 48 di Sara Kane ha comportato avere una buona dose di positività per scovare attraverso le sue parole, attraverso la sua perversione, quella fragilità e quell’amore incondizionato e astratto che la rende a tratti abominevole nel concetto concreto di essere vivente, a tratti dolce e romantica nel suo ossessivo concetto dell’amore. Il contesto forte e complesso ha necessitato di uno sguardo nuovo con cui scrutare e cogliere una nuova luce e nuovi punti nascosti, concretizzando la figura, attraverso il canto e la danza, vista in un ottica di anima-vetro che riflette come specchio la varietà dei suoi pensieri. In una scenografia rarefatta, trasparente si cerca di evidenziare i forti momenti di luce presenti nel testo. Le luci creano giochi di prospettiva, attraverso l’uso frequente di tagli dal basso che avvolgono il corpo dell’attrice in scena seguendone il profilo e amplificandone le emozioni. L’alternanza dei colori tra atmosfere più calde e altre più fredde definiscono lo spazio e scandiscono il tempo per far sì che lo spettatore possa immergersi non in un luogo preciso, ma nei diversi stati dell’anima. Un lavoro di squadra che contiene musiche, luci e giochi registici per rendere un dramma cosi forte uno spettacolo teatrale variopinto nel dolore e nella speranza di una soluzione migliore. Una eroina fragile che si muove attraverso gli oggetti come se attraversasse gli stadi della sua esistenza non risolta,accompagnata da musiche originali che la coccolano fino a portarla alla disfatta finale. (Maria Grazia Adamo)


4 e 48: psicosi
Riadattamento e regia Maria Grazia Adamo
Con Francesca Bartoli
Musiche originali Fabiana Galasso
Voce fuori campo Pietro Naglieri
Luci Mauro Buoninfante

Teatro Trastevere

Dal 4 al 6 maggio 2012

Via Jacopa da’ Sette Soli 3

Ore 21.00


Prenotazioni: 0683664400

 

 

info@teatrotrastevere.it

www.teatrotrastevere.it


UN UOMO QUALUNQUE presentato al Teatro Lo Spazio di Roma

 Ha debuttato a Roma il 28 aprile “Un uomo qualunque” , spettacolo/denuncia ispirato alla storia realmente accaduta a Marina di Melilli, il paese siciliano cancellato dalle carte geografiche.

La storia di “un uomo qualunque” che non si è piegato La storia di un paese che non c’è più sacrificato al progresso industriale La storia di una comunità cancellata da un potere corrotto e violento La storia di un disastro ambientale irreversibile. In scena il 28 aprile al teatro Lo Spazio di Roma lo spettacolo teatrale “Un uomo qualunque” , interpretato da Francesco di Lorenzo per la regia di Erika Barresi. Musiche del M° Joe Schittino eseguite dal M° Daniele Rametta. Produzione compagnia Gruppo Teatro Onda in collaborazione con Materiali Vari.

 

Tratto dal romanzo "Il nome di Marina" della giornalista e scrittrice Roselina Salemi, vincitore del Premio Vittorini, il testo racconta le vicende realmente accadute a Marina di Melilli, ex paesino di pescatori sulla costa sud orientale della Sicilia, raso al suolo per far spazio al sogno industriale; una operazione che ha modificato e compromesso per sempre quella striscia di terra e quel mare immenso e cristallino che i greci avevano battezzato Baia degli Dei. Ma è anche storia di sentimenti: orgoglio, senso di appartenenza, libertà, coraggio e morte, come quella di Salvatore Gurreri, il protagonista dello spettacolo, l’ultimo ostinato vecchietto innamorato della sua terra, che non ne voleva sapere di lasciare la sua casa, trovato morto ammazzato nel bagagliaio della sua macchina. Sorto negli anni cinquanta l’insediamento industriale localizzato nel triangolo Augusta-Melilli-Priolo venne fatto passare all’opinione pubblica come un piano di sviluppo in grado di avviare a soluzione lo storico problema della disoccupazione nella provincia di Siracusa. Un sogno di ricchezza per tutti. “Pochi anni di benessere sono oggi il costo di un disastro irreversibile che ha generato in questi ultimi 60 anni desolazione, inquinamento e morte – racconta Erika Barresi - una cecità sconcertante.

Terra rubata, tradita e dimenticata. Una mancanza di lungimiranza generale impressionante che ha toccato due fronti: la gente che ha peccato di ingenuità, abbagliata da una ricchezza che si è dimostrata momentanea; la gestione del territorio spregiudicata da parte delle aziende e della classe politica attirati dai troppi interessi commerciali. “ "Non sono io che ho scelto di raccontare questa storia, è come se lei avesse scelto me – dichiara l’attore siracusano Francesco di Lorenzo – un romanzo che mi ha emozionato e scatenato una forte empatia per quest’uomo capace di opporsi agli incontrastabili poteri politici, economici, mafiosi. Ho voluto portare in teatro la sua verità tanto a lungo nascosta addirittura negata. Un uomo, un siciliano come me che ha consumato molti anni della sua vita a proteggere e difendere la sua terra ….proprio come oggi provo a fare io ”. “Per citare un poeta, potrei dire che questa storia rifiuta di morire. L'ho scritta – racconta Roselina Salemi - perchè l'avevo promesso e perchè dovevo. Ho lavorato per raccontare una vicenda scomoda e dolorosa, ancora oggi carica di colpe di responsabilità politiche. Questo monologo restituisce voce all'Uomo Qualunque e a tutti noi che non vogliamo dimenticare”.

 

Roma - TEATRO LO SPAZIO. Via Locri 42/44 (traversa di Via Sannio, a 100 metri da Metro S. Giovanni) Info e prenotazioni: 340.9891959 .

 

   ufficio stampa / Gruppo Teatro Onda rosalba celestini mobile:ufficiostampa@gruppoteatroonda.com www.gruppoteatroonda.com

ENNIO COLTORTI IN LORD BYRON AL TEATRO ARCOBALENO

TEATRO ARCOBALENO
fino al 29 aprile 2012

Produzione Ippogrifo - Logos


                                                presentano
LORD BYRONdi Ennio Coltorti e Tullia Alborghetti

con Ennio Coltorti e Adriana Ortolani
Musiche: Luigi Maiello
Video, video proiezioni, proiezioni: Mario Calamita
Luci: Giovanna Venzi
Regia Ennio Coltorti


Un contatto col mondo oscuro; quel mondo che sempre più spesso vogliamo cancellare, dimenticare, esorcizzare, ricacciare nel fondo di noi stessi e che invece sempre più prepotentemente irrompe nei nostri sogni trasformandoli in incubi e invade il nostro vissuto gonfiandolo d'ansia, angoscia, orrore.
Noi non vogliamo conoscere/riconoscere l' "oscuro" che abita la nostra anima e l'oscuro si vendica obbligandoci a una continua, aberrante, eclissi di coscienza. È tempo di tornare a visitare l'albergo buio, l'arte negromante di un Romanticismo dimenticato, trasformato nell'aspirazione all'anima "bella", al cuore "palpitante"; insomma in un Romanticismo sospiroso e soporifero che tradisce il viaggio coraggioso di quei poeti che come Byron non esitano a esplorare i mondi che il pusillanime vivere quotidiano evita accuratamente.
Musica, voce, voci, versi, luci, ombre, rumori, immagini, maschere, figure, stridori, follia. teatro.
Volare, nuotare, cadere, affondare, sprofondare, viaggiare. oltre. nel cuore.. nella mente Al di là del tempo. Dello spazio. Di noi.

TEATRO ARCOBALENO
via F. Redi - Roma (Testaccio)
spettacoli solo di Venerdì, Sabato e Domenica

Teatro Belli dal 24 al 29 aprile 2012 presenta IL CASO BRAIBANTI

 di Massimiliano Palmese con Fabio Bussotti e Mauro Conte musiche composte da Mauro Verrone eseguite live da Stefano Russo regia Giuseppe Marini

 

Dopo il grande successo del debutto nella scorsa edizione del Garofano Verde, ritorna al Teatro Belli IL CASO BRAIBANTI, spettacolo che rievoca uno dei più clamorosi scandali giudiziari della storia italiana del Novecento. Con un testo tutto costruito su documenti d'archivio, lettere e arringhe, Massimiliano Palmese ha ripercorso il processo a cui fu sottoposto nel 1968 Aldo Braibanti, accusato di "plagio" ai danni del suo giovane amante Giovanni Sanfratello. In scena Fabio Bussotti e Mauro Conte, nei panni dei due protagonisti, danno voce anche a tutti gli altri personaggi della vicenda, mentre le musiche di Mauro Verrone eseguite dal vivo da Stefano Russo fanno de IL CASO BRAIBANTI, diretto da Giuseppe Marini, uno spettacolo-concerto dedicato a un intellettuale schivo e appartato, la cui vicenda ricorda da vicino quella di Pier Paolo Pasolini. Nell'ottobre del 1964 Aldo Braibanti – ex-partigiano torturato dai nazifascisti, comunista e omosessuale, artista, poeta, appassionato di filosofia e studioso della vita delle formiche – venne denunciato "per aver assoggettato fisicamente e psichicamente" il ventunenne Giovanni Sanfratello. In realtà il ragazzo, in fuga da una famiglia ultraconservatrice e bigotta, si era deciso a seguire le sue inclinazioni e, raggiunta la maggiore età, era andato a vivere a Roma con Braibanti. Non riuscendo a separare la coppia, il padre di Giovanni denunciò l'artista-filosofo con l'accusa di "plagio", reato risalente al Codice Rocco del periodo fascista, e intanto sottopose il ragazzo a rigide cure psichiatriche per "guarirlo" dalla sua omosessualità. Il processo a Braibanti si aprì il 12 giugno 1968, mentre infiammava la Contestazione e i giovani di tutto il mondo chiedevano a gran voce più ampie libertà. Davanti alla Corte sfilarono familiari, preti, medici e testimoni corrotti, e Aldo Braibanti finì col divenire il capro espiatorio di un duro scontro generazionale. Molti intellettuali denunciarono lo scandalo di un processo montato dalla destra più reazionaria del Paese in combutta con esponenti del clero e della "psichiatria di regime": in favore di Braibanti intervennero sulle colonne dei giornali Umberto Eco, Dacia Maraini, Elsa Morante, Alberto Moravia, Cesare Musatti, Marco Pannella, Pier Paolo Pasolini. Tutti i loro appelli caddero nel vuoto.

 

Teatro Belli p.zza Sant'Apollonia 11/a (Trastevere) Orario spettacoli: dal martedì al sabato alle ore 21,00 – domenica alle ore 17,30  tel. 06.5894875

SEI DRAMMATURGHI ITALIANI PER UN SATYRICON CONTEMPORANEO

 

è l’idea portante del  progetto ideato e diretto da Massimo Verdastro dal Satyricon di Petronio, in scena, dal 13 al 29 aprile,  al Teatro Vascello Stabile di Innovazione di Roma.

 

Il Satyricon è un’opera-mondo, uno di quei lavori che racchiudono l’esperienza umana, il tutto e il contrario del tutto. I frammenti intensissimi che ce ne sono giunti disegnano il ritratto di un'età inquieta che per molti aspetti assomiglia a quella in cui stiamo vivendo.

L’attore e regista Massimo Verdastro (Premio Ubu, Premio ETI Olimpici del Teatro) ha coinvolto nella rivisitazione di numerosi episodi del grande romanzo della latinità alcuni tra gli autori italiani più significativi:  Antonio Tarantino, Luca Scarlini, Marco Palladini, Letizia Russo, Magda Barile, Lina Prosa. Ne sono scaturite sette drammaturgie inedite, che sono andate a costituire il tessuto di un Satyricon contemporaneo, articolato in cinque momenti teatrali, denominati Capitoli.

 

“Ogni autore ha esplorato quelle pagine antiche - sottolinea Massimo Verdastro -  interpretandole in  modo personale, pur aderendo all’intento comune di non tradire mai lo spirito di Petronio. Una pluralità di voci, quindi, ognuna diversa dall’altra per lingua e stile, così come diversi sono le lingue e i generi del Satyricon, ma anche  un’opportunità rara che ha messo la mia Compagnia in stretto contatto con coloro che scrivono per il teatro, i quali, in questa occasione, hanno scritto su invito di chi il teatro lo pratica costantemente, consentendo una relazione viva, sempre incentrata sul confronto e sulle necessità concrete della pratica scenica". 

 

Nato e cresciuto attraverso numerose tappe di creazione nel corso di un triennio, il Progetto Satyricon è nondimeno il risultato di un incontro/confronto tra un folto numero di attori e un’équipe di creazione interdisciplinare: Stefania Battaglia, scenografa e costumista, Charlotte Delaporte, coreografa, Francesca della Monica, cantante e performer, Theo Eshetu, video artista, Silvio Benedetto, pittore e  muralista di fama internazionale.

 

ROMA, Teatro Vascello  Stabile d'Innovazione, dal 13 al 29 aprile 2012

orario spettacoli:  dal martedì al sabato ore  21 - domenica ore 18.00 –  dal 27 al 29 aprile,  maratona di tutti i Capitoli ore 19


Informazioni e  prenotazioni  06 5881021 – 06 5898031- fax 06 5816623 -

 

promozione@teatrovascello.it -

 

www.teatrovascello.it

SOSTIENI LA CULTURA VIENI AL TEATRO VASCELLO

UNO SPAZIO DI LIBERTA’ DOVE L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTA’

Come raggiungerci: Il Teatro Vascello si trova in Via Giacinto Carini 78 a Monteverde Vecchio a Roma sopra a Trastevere, vicino al Gianicolo. Con mezzi privati: Parcheggio per automobili lungo Via delle Mura Gianicolensi, a circa 100 metri dal Teatro. Parcheggi a pagamento vicini al Teatro Vascello: Via Giacinto Carini, 43, Roma tel 06 5800108; Via Francesco Saverio Sprovieri, 10, Roma tel 06 58122552; Via Maurizio Quadrio, 22, 00152 Roma tel 06 5803217; Via R. Giovagnoli, 20,00152 Roma tel 06 5815157

Con mezzi pubblici: autobus 75 ferma davanti al teatro Vascello che si può prendere da stazione Termini, Colosseo, Piramide, oppure: 44, 710, 870, 871. Treno Metropolitano: da Ostiense fermata Stazione Quattro Venti a due passi dal Teatro Vascello

 

ALZIR DEA al Sala Uno

 

 

    SalaUno Teatro

Ultimo appuntamento per Eventi 2011 - 2012

dal 2 al 6 maggio

 

Alzir dea

Soltanto un giorno, due giorni forse

 

di Constantin Jopeck 

Traduzione di Gabriel Rendina Cattani

regia 
Constantin Jopeck

luci
Davood Kheradmand

con
Astrid Meloni
Daniele Amendola
Daniel Terranegra
Giulia Weber

e la partecipazione di
Francesco Masi e
 Giulia Valori

musica 
Gabriel Rendina Cattani

Con il sostegno della compagnia "Les Gens qui tombent / Pierre Notte"

 

‎Il Teatro SalaUno di Roma chiude la rassegna Eventi 2011-2012 con la delicata messinscena scritta e diretta da Costantin JopeckAlzir dea. Lo spettacolo sarà in scena dal 2 al 6 maggio, tutti i giorni alle 21, la domenica alle 18.00.

 "Al Théâtre du Rond-Point a Parigi, il comitato di lettura 2011 scopre Alzir. Gli autori e gli artisti si confrontano così ad uno slancio poetico raro, ad un'opera intima, esigente, singolare. Un'avventura di spettri per un destino umano, una miniatura essenziale alla quale assegnano la più alta valutazione. Un'unanime tripla A per Alzir e Constantin Jopeck. Per una scrittura incandescente da condividere. Per uno di quei piccoli fuochi che tanto mancano al mondo. "Pierre Notte

 Alzir, donna delle pulizie, è innamorata di un carabiniere. “Alzir dea” è la storia della sua storia, un puzzle nel quale manca sempre un tassello. È il ritratto di una donna vista dappertutto, o da nessuna parte, una trasparenza e un mistero. Come sempre c'è una figlia, un padre, una madre. Ma niente sta qui come altrove. C'è anche uno spettro, un fantasma e un arcangelo soprafatti. Senza dimenticare il carabiniere e strane considerazioni sull'Arte, arte di navigare la canoa.

 
In fondo la sua storia, non la conosciamo, non la conosceremo, non potremo conoscerla. La sua storia comincia persino sulla mensola della libreria, persino sulla mensola della libreria la sua storia continua. "Alzir, Alzir, puoi prendermi un abito estivo, per favore, il più bello”. Constantin Jopeck

 

                                                       SALAUNO TEATRO

p.zza di Porta san Giovanni, 10, info 06 88976626

RASSEGNA EVENTI 2011-2012

ALZIR DEA

Dal 2 al 6 maggio

Tutti i giorni alle 21, la domenica alle 18


 

 

 

 

“L’Uomo del Destino” dal 24 aprile al Teatro Cassia


“L’Uomo del Destino”

Di Yasmina Reza

Con

Orso Maria Guerrini e Cristina Sebastianelli

 

 

Regia di Maurizio Panici

 

 


Martedì 24 aprile 2012 debutterà “L’Uomo del Destino” al Teatro Cassia. Una commedia di successo dalla quale non ci si può separare. Intensa, coinvolgente, splendidamente scritta da Jasmina Reza, altrettanto splendidamente tradotta da Catherine Spaak, “L’uomo del destino” non conosce tregua e raccoglie sempre consensi. In scena Orso Maria Guerrini e Cristina Sebastianelli, attrice e doppiatrice a 360 gradi. Coppia nella vita e nel lavoro i due si sono conosciuti sulle scene dello spettacolo “Amori miei”.


La storia di un uomo e una donna e lo scenario è quello del vagone di un treno che spesso mette a contatto due sconosciuti che finiscono per riconoscersi per poi tornare ad essere sconosciuti. Paul e Martha non si parlano direttamente per un bel tratto del percorso, sono solo i pensieri detti ad alta voce a raccontarci le loro personalità.
Due esseri umani che pur parlando a se stessi è come si fossero sempre inseguiti nella loro ricerca di un tempo perduto e finalmente trovati.
L’autrice sa descrivere così bene e in profondità le onde emotive dei personaggi che ci conduce con forza verso il mondo di Paul e Martha semplicemente attraverso scarti minimi, emozioni e sussulti dei protagonisti: si desidera così conoscere la loro storia e sapere se le loro solitudini troveranno un approdo.

L’azione o meglio l’apparente non agire dei personaggi ci costringe a scendere sempre più nei pensieri di ognuno creando una forte tensione emotiva.



Si esce da questo “viaggio” da Parigi a Francoforte – metafora del lungo viaggio della vita - con un senso di disagio e insieme la voglia di cambiare che rende unica questa esperienza.


Le musiche sono del grande compositore e cantante italiano Maurizio Fabrizio che, tra gli altri, ha scritto canzoni per artisti del calibro di Mina, Mia Martini, Renato Zero e Antonello Venditti. E di Umberto Scipione, compositore, produttore discografico e Direttore d’Orchestra, già nominato ai David di Donatello 2011 per “Benvenuti al Sud” e candidato ai David di Donatello 2012 per “Benvenuti al Nord”.

 

 

L’Uomo del Destino

24 – 29 Aprile 2012 ore 21

Teatro Cassia – Via Santa Giovanna Elisabetta, 69

Tel. 06.96527967 – mob. 338.4768700

 

 

Ufficio stampa  Carola Assumma +39 393 9117966




LABBRA “ NON PUOI ENTRARCI E BASTA” - Recensione



Arriva al teatro Studioteatro di Napoli, “ Labbra”, spettacolo di forte espressione, prodotto dall’ Associazione Atroquando e patrocinato da Arcidonna e dall’ associazione interculturale “ Le Mafalde” . Scritto e diretto da Irene Lamponi e interpretato dalla stessa Irene Lamponi e da Giulia Scudeletti,  lo spettacolo porta in scena le donne, la loro quotidianità, il loro corpo. Confessioni, intimità e desideri svelano a poco a poco emozioni devastanti. Fragilità e forza dietro lo strappo di una ceretta. Coraggio e paura nel tirar via tutti quei peli cresciuti sul fegato e sullo stomaco di tante donne che amano obbligate a mai ribellarsi.

 

Diviso in tre parti , lo spettacolo vuole gettare luce sul rapporto con la sessualità.

Nella prima parte la scena si svolge in bagno. E via petali, peli e tabù. Liberamente si parla tra due amiche donne. Liberamente si parla a se stesse, di obblighi e costrizioni che  la società impone. In fondo è qui che si spia l’animo delle donne. In bagno. Attraverso i dialoghi , che sembrano talmente spontanei, si tocca la loro quotidianità.

 

La seconda parte, collegandosi un po’ ai monologhi della vagina, è quella che vede in scena proprio loro: le vagine. Parlano e si lamentano, sono stanche delle loro padrone e di come sono trattate. Stanche dei prodotti e dello stress che sono costrette a subire ogni volta dietro l’ultimo prodotto a loro dedicato.  Hanno bisogno di respirare, di amare e di parlare.

 

La terza scena si apre su una piazza a Genova. Le attrici e la loro grande abilità e bravura, ti prendono per mano e ti portano per tutte quelle stradine e vicoletti dove il mare non arriva ma si sente forte. Quella piazza la vedi e vedi tutto ciò che battono con parole e corpo. In petto senti quella storia che inizia a sapere di crudo e di violenza.

 

Un’ altra scena, un po’ più nascosta, è quella che vede sul palco gli uomini. Perché ci sono anche loro. Ora parlano per racconti, ora per evocazioni.

 

Irene Lamponi e Giulia Scudeletti rappresentano un teatro all’avanguardia, con forza di impegno e genio di volontà, sperimentano nuovi linguaggi e modi di comunicazione.

 

Studioteatro di Napoli fa parte dell’ associazione A.R.T.I. ( area ricerche teatrali indipendenti) che già da anni è aperta alla sperimentazione di nuovi linguaggi a teatro.

 

                                                       (MIRIAM DE VITA) 

 

Con il Blues dei Senzanome.. con bebè l’Accento Teatro firma la sua quarta produzione



e, come spesso accade in questo piccolo spazio, vince.

 

In scena tre personaggi. Due uomini senza nome e lei Carlotta, l’unica, insieme ad una piantina, ad averne uno. Non dare una identità precisa ai due protagonisti non è stata una dimenticanza degli autori ma nasconde, come si legge dal comunicato stampa, la precisa intenzione di lasciare al pubblico la possibilità di identificarsi nell’uno e nell’altro personaggio.

 

Si, perché i due protagonisti, interpretati da Alessandro Mancini e Daniele Coscarella autori del testo, sono lo specchio perfetto della nostra società, in modo particolare di quella fascia di popolazione che va dai trenta a quanrant’anni. Non è una denuncia ad una società che ha tolto il futuro ai giovani, neppure una polemica contro che gli ha tolto speranza. No, quella messa in scena nel teatro Accènto è una Biostoria familiare del destino incerto.


Ma partiamo dall’inizio. A distanza di tre anni l’Accènto Teatro  catapulta sul proprio palco  due ex compagni di scuola e l’amica Carlotta.. con bebè, interpretata da Shara Guandalini.

Uno spettacolo che già nel 2009, anche se presentato in una versione diversa, riscosse un grande successo ma che ora torna con una novità: un bebè.

 

 

Due vecchi compagni di scuola, dicevamo, e una donna. Tutti  con tre vite differenti: uno con un sogno comune a tutti, una modesta casa e un lavoro che gli permetta di pagare il mutuo, ma rimandando a un futuro lontano la realizzazione di una vita migliore; l’altro con una famiglia solo sulla carta. A sconvolgere le vite di questi due individui arriva lei, Carlotta, una donna ambiziosa decisa a cambiare il mondo, ma con una gran paura di non essere accettata da quell’amore di una notte che ha lasciato il segno indelebile. Qualcosa cambierà, in un finale tutto da scoprire, tra emozioni contrastanti che vanno dal divertente al drammatico proprio come un ritmo Blues

La messa in scena scorre fluidamente grazie ad un ritmo incalzante che permette allo spettatore di non perdere il filo, flashback sottolineati da giochi di luce e piccoli ma essenziali cambi di scena e il blues come colonna sonora fanno di questo testo un lavoro gradevole, divertente che inevitabilmente ti porta a riflettere sull’importanza di quella ricerca della felicità a cui tutti aspiriamo.  

La regia, di Pascal La Delfa, cura ogni dettaglio, colpisce la scenografia e soprattutto i suoi cambi all’interno di uno spazio così piccolo. Infatti è proprio nei dettagli che si vede la professionalità di questi artisti che da diversi anni hanno fatto dell’Accento Teatro un punto di riferimento del quartiere Testaccio e non solo. (DEBORA BELMONTE)

IL SOGNO DI IPAZIA - presentazione e recensione

 
"Hanno eretto un muro d'odio e oggi lo chiamano Chiesa". 
 
Nell'anno 415 la prospera, colta, civile Alessandria d'Egitto, seconda solo a Roma per ricchezza ed eleganza, era dilaniata dai conflitti; ma nemmeno nel peggiore degli incubi si sarebbe potuta immaginare un futuro di martirio Ipazia, filosofa e matematica, fra i più noti e stimati scienziati del suo tempo.
 
Nata nel 368-370, era figlia di Teone, matematico, astronomo e famoso osservatore di eclissi oltre che direttore del Museion, prestigiosa istituzione fondata dal Faraone Tolomeo I oltre 700 anni prima, sede di una famosa Scuola di Scienza e di Medicina con annessa la più vasta biblioteca del mondo antico, composta da oltre 500.000 rotoli. 
 
Fin da bambina dimostrò di avere un'intelligenza acuta e brillante, che fiorì e si sviluppò sotto l'attenta guida del padre, e a nemmeno trent'anni gli succedette, diventando lei stessa rispettata insegnante di matematica ed astronomia, oltre che storica e commentatrice delle opere di grandi classici greci, Euclide, Archimede e Diofanto. Non solo: fu anche l'inventrice dell'astrolabio, del planisfero e dell'idroscopio, e soprattutto fu tra i maggiori rappresentanti del pensiero filosofico neoplatonico.
Bellissima e corteggiata, rifiutò il matrimonio, perché si diceva "già sposata con la verità".
 
Ci restano di lei le ammirate testimonianze di molti contemporanei, sia pagani che cristiani, ma le sue opere sono andate distrutte: di suo restano solo le lettere scritte a Sinesio di Cirene, suo allievo prediletto e primo biografo, che le ha amorosamente conservate e tramandate. 
 
Non sappiamo molto della sua vita, ma soprattutto per secoli sono state accuratamente occultate  storia e circostanze della sua morte. 
 
All'epoca in cui Ipazia iniziò ad insegnare (a tutti, anche per strada: ci teneva molto a che il suo insegnamento fosse basato sul pubblico confronto con gli allievi) i templi degli antichi dèi erano stati da poco abbattuti o trasformati in cattedrali: era del 391 infatti l'editto dell'Imperatore Teodosio che equiparava l'adorazione degli dèi pagani alla lesa maestà, punibile con la morte e soprattutto con l'esproprio di tutti i beni familiari. Nacquero allora ad Alessandria come altrove feroci confraternite di ignorantissimi bigotti, dediti alla sistematica ed interessata persecuzione, certi dell'impunità, di tutti quelli che osavano sfidare l'ortodossia. 
 
Nel 412 si concretizzò una vera guerra fra Stato e Chiesa, quando fu eletto il Vescovo Cirillo (poi proclamato Santo), spietato massacratore di eretici e annientatore della ricca comunità ebraica della città, coperto com'era dall'editto del 394 che permetteva la perseguibilità del clero solo davanti ai tribunali ecclesiastici. Ad opporsi al suo violento fanatismo c'era il Prefetto Oreste, laico e razionale, protettore di ebrei e pagani, fedele all'ideale di Roma più che ai suoi corrotti imperatori.
Il prestigio culturale di Ipazia prese ben presto un aspetto politico: "Per la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura, accedeva in modo assennato anche al cospetto dei capi della città, e non era motivo di vergogna per lei lo stare in mezzo agli uomini: infatti, a causa della sua straordinaria saggezza, tutti la rispettavano profondamente e provavano verso di lei un timore reverenziale" (Socrate Scolastico, storico cristiano suo contemporaneo). Le cose precipitarono nel 414: uscirono dai loro monasteri nel deserto oltre 500 monaci Parabolani, ufficialmente elemosinieri e infermieri, in realtà braccio armato dell'episcopato; calarono sulla città, provocando disordini e attentando alla vita del Prefetto. Questi fece giustiziare un attentatore, che fu proclamato Santo e Martire dal Vescovo, il quale sosteneva che era stato torturato e condannato in quanto cristiano. 
Per diversi mesi Ipazia si adoperò per riconciliare Oreste e Cirillo, mentre invece circolava la calunnia che fosse proprio lei a seminare discordia. L'isola felice della Scuola non poteva proteggerla a lungo: durante la quaresima del 415 fu aggredita da un gruppo di fanatici mentre tornava a casa; la trascinarono giù dal carro, le strapparono gli abiti, la massacrarono con cocci e conchiglie e le cavarono gli occhi; poi ne distrussero il cadavere in una caldaia. 
 
Data l'importanza del personaggio fu aperta subito un'inchiesta: che però, con la corruzione dei magistrati imperiali e l'intimidazione dei testimoni, fu rapidamente chiusa e archiviata per mancanza di prove,  come narrato e deprecato da numerose fonti di tutto il Mediterraneo. 
A quegli stessi anni viene fatto risalire il criminale incendio che distrusse la celebre Biblioteca di Alessandria.
 
Il ricordo di quei fatti si perse per 1300 anni: solo a partire dall'Illuminismo, con lo storico inglese Edward Gibbon che nel 1720 definì la sua morte "una macchia indelebile", si iniziò a rendere giustizia e meritato onore, almeno nei paesi non cattolici, ad una delle scienziate e libere pensatrici più importanti della storia. 

Alla storia di Ipazia è dedicato l'emozionante monologo scritto nel 2008 da Massimo Vincenzi: diretto con mano leggera da Carlo Emilio Lerici, ha avuto negli anni un meritato grande successo da parte del pubblico, che ha saputo coglierne la freschezza e l'attualità.
 
E' interpretato con passione e intensità da Francesca Bianco: "circondata" dalle belle musiche di Francesco Verdinelli, sola su di un palco nudo cosparso di libri, contro uno sfondo notturno e stellato Ipazia racconta l'ultimo giorno della sua vita. 
 
E' nel suo amato giardino, sotto quel cielo per tanti anni osservato: ricorda la gioia dell'insegnamento, inteso come accompagnamento verso la comprensione; ricorda "gli occhi prima sgranati dei suoi allievi, poi illuminati dalla scintilla del dubbio, e infine lo sguardo felice di chi ha capito". 
 
Risponde alla voce stentorea del Vescovo, che fanaticamente biasima le sue scelte di donna, di laica e di studiosa, e a quella dell'Imperatore, che impone con le sue leggi "un Dio partorito dal rancore".
 
Rivendica come sua unica religione la ricerca della verità. E invoca il salvataggio dalla distruzione dei libri della Biblioteca di Alessandria: la libera conoscenza come unica via di salvezza contro l'oscurità della tirannide.

Oltre all'ottima voce su Wikipedia, per approfondire ed allargare l'argomento consiglio la lettura di "I PANTALONI DI PITAGORA - Dio, le donne e la matematica" (Instar Libri - 1996) dell'australiana Margaret Wertheim: illuminante.         (MARINA PESAVENTO)
 
 
 
 
 
 
 
 
 

IL SOGNO DI IPAZIA


Produzione Teatro  Belli

 

 

 

Regia di Carlo Emilio Lerici
di Massimo Vincenzi
con Francesca Bianco
voce fuori campo di Stefano Molinari
musiche di Francesco Verdinelli

 

“Bruciano il mio corpo e i miei scritti

perché non vogliono che resti nulla di me.

Ma si sbagliano.

Il pensiero non brucia. Ricordatelo”.

 

 

 

Il sogno di Ipazia torna a Teatro Libero. Uno spettacolo che lascia il segno e che riporta alla luce una testimonianza fondamentale per la società attuale, che fatica a credere in qualcosa.


 

 


Il sogno di Ipazia torna per il pubblico di Teatro Libero, dopo essere stato applaudito a Milano, Roma e in molte altre città italiane.

“Immaginate un tempo quando il più importante matematico e astronomo vivente era una donna.

Immaginate che abbia vissuto in una città così turbolenta e problematica come sono oggi Beirut o Baghdad. Immaginate che questa donna abbia raggiunto la fama non solo nel suo campo specialistico, ma anche come filosofo e pensatore religioso, capace di attrarre un largo numero di seguaci.
Immaginatela come una vergine martire ma non per la sua Cristianità, ma da parte dei Cristiani perché non era una di loro.
E immaginate che il colpevole della sua morte sia stato accolto tra i santi più onorati e significativi della Cristianità.
Non avremmo dovuto sentirne parlare? La sua vita non avrebbe dovuto essere nota a tutti?
Avrebbe dovuto essere così, ma così non è stato”.

Terza stagione di repliche (quasi 150 ormai in tutta Italia) per uno spettacolo che grazie all'incredibile successo è divenuto un piccolo “caso” nel panorama nazionale.

La figura di Ipazia, dopo essere stata cancellata dalla storia per 1600 anni, è tornata alla ribalta grazie anche al film di Amenabar “Agorà”.

La sua vita e la sua tragica fine hanno fatto di lei un vero simbolo ed esempio per gli anni a venire.
Con la speranza che alla fine Ipazia ritrovi la sua giusta collocazione nella storia.



Se ragione e fede costituiscono i due binari paralleli lungo i quali si è mossa la storia dell’Occidente negli ultimi duemila anni, l’episodio più emblematico della contrapposizione fra queste due ideologie accadde nel marzo del 415, con l'assassinio di Ipazia (Alessandria d'Egitto circa 370 – 415 d.c.) detta “la musa” o “la filosofa”. Lo spettacolo racconta l'ultimo giorno di Ipazia. Dal suo risveglio al mattino, seguito dall'uscita di casa per recarsi alla sua scuola, sino all'aggressione e alla morte.
La narrazione è intervallata dal ricordo di una delle imprese “disperate” tentate dalla protagonista: salvare la biblioteca di Alessandria.Impresa che abbiamo preso come simbolo della sua intera vita.  
A questo ricordo si alterna la voce progressivamente più violenta dell'autorità politica e religiosa. Partendo dal primo editto di Teodosio del 380 d.c. per arrivare ai veri e propri anatemi del vescovo Cirillo.Le uniche notizie su Ipazia ci vengono dalle lettere di Sinesio di Cirene: suo allievo prediletto. Il razionalismo di Ipazia, che non si sposò mai a un uomo perché diceva di essere già «sposata alla verità», costituiva un controaltare troppo evidente al fanatismo di Cirillo.

Uno dei due doveva soccombere e non poteva che essere Ipazia.



Informazioni, foto e video anche sul sito www.ipazia.biz


sino al 22 aprile


Teatro Belli


“Il sogno di Ipazia”


Regia di Carlo Emilio Lerici




ORARIO SPETTACOLI

Lunedì – Sabato: ore 21.00

Domenica: ore 16.00



ORARIO BIGLIETTERIA

Lunedì – Venerdì: 15.00 – 19.00

Domenica: 14.30 – 16.15

Biglietteria serale nei giorni di spettacolo: 19.00 – 21.15




 


DIVORZIO CON SORPRESA - recensione


di Donald Churchill

con Paola Gassman e Pietro Longhi

regia di Maurizio Panici

 

al Teatro San Babila di Milano dal 10 al 29 aprile



L'autore, il titolo, qualche notizia sulla stampa, il fatto che ci fossero solo due attori in scena, mi avevano fatto sperare che avrei passato una bella serata davanti ad una versione non meno divertente, solo più "europea" di LA GUERRA DEI ROSES. E invece...

Donald Churchill (1930-1991) è stato attore cinematografico (da AFFONDATE LA BISMARK a LA PRIMA GRANDE RAPINA AL TRENO) e televisivo, da IL SANTO a SHERLOCK HOLMES. Ha registrato decine di commedie per la radio e in teatro ha lavorato in spettacoli di autori importanti, come Harold Pinter. Fin dagli anni '60 ha scritto decine di sceneggiature di serie e sit-com per la tv inglese ed anche alcune commedie di discreto successo, che ha interpretato con la moglie, l'attrice Pauline Yates, come questa DIVORZIO CON SORPRESA.

Scritta negli anni '80, racconta di due divorziati che si ritrovano dopo tre anni nella casa di campagna, ormai inutilizzata e messa in vendita, per dividersi poltrone e servizi da té.
Tutto è cambiato nelle loro vite, hanno nuove relazioni sentimentali apparentemente stabili e soddisfacenti, il loro rapporto sembra "moderno" e civile: ma l'acredine che aveva avvelenato gli ultimi tempi del loro matrimonio è ancora tutta lì, era solo sopita e pronta a riaffiorare appena se ne fosse presentata l'occasione.

Il titolo originale è MOMENTO DI DEBOLEZZA (Moment of Weakness), molto più adatto alla triste e floscia messa in scena a cui ho assistito. Abbigliati in costumi dal bruttino all'orrendo, in una scenografia inutilmente sovraccarica stile bottega di rigattiere, gli attori (francamente, con tutto il rispetto, fuori tempo massimo per interpretare dei 45-50enni) si aggirano senza saper che fare di sé, ciondolando qua e là mentre snocciolano pigramente le loro battute in modo enfatico e dilettantistico, sia i protagonisti che la giovane Elisa Gallucci (la figlia) che pronuncia - male - nella seconda parte una dozzina di battute.


Senza dubbio non li aiutano né la regia del tutto assente, né il copione decisamente bruttino (e qualcuno dovrebbe spiegarmi la ragione della ridicola traduzione italiana di nomi e topònimi): per la prima mezz'ora si perde in convenevoli, ma neanche dopo decolla, non ha né ritmo né un po' di sana cattiveria, è moscio, ripetitivo, prevedibilissimo. Per non parlare del contenuto, antiquato e reazionario, con un banale e artificioso lieto fine.


In definitiva è una sciocchezzuola rassicurante e buonista, mal scritta e peggio recitata, adatta solo ad un pubblico di vecchie signore fans dei tv-movie pomeridiani di Canale5:  eppure misteriosamente gira in tournée dal 2009.


Spettacoli del genere andrebbero proibiti in quanto profondamente diseducativi: mi consola il fatto che i giovani, che riempiono gioiosamente molte altre sale di Milano, qui al San Babila fossero come d'abitudine del tutto assenti. L'età media degli spettatori era abbondantemente sopra i 60 anni: con la loro "estinzione" spero che si smetterà anche di mettere in scena indecorosa robaccia del genere.

(Marina Pesavento)

A letto dopo carosello - recensione


Ancora in scena al Teatro Cassia di Roma lo spettacolo di Michela Andreozzi "A letto dopo Carosello", sino a domenica 16 aprile alle ore 18. Uno spettacolo esilarante e commovente.

Scritto e interpetato dall'attrice romana che racconta - "Un'epoca che fa bene al cuore, che fa bene ricordare - commenta la Andreozzi -  specie in un momento storico in cui c'è bisogno di tenere a mente che siamo stati leggeri, coraggiosi e pieni di fiducia". In scena l'adolescenza di una ragazza cresciuta nellla periferia romana durante gli anni settanta. Tra gag, canzoni, coinvolgimento del pubblico, musica e mode dell'epoca, Michela racconta come lei "aveva ancora fatto in tempo a..." giocare a mosca cieca e palla avvelenata, a chiamare con un fischio gli amichetti per andare a giocare, ad andare in due in bicicletta ma, soprattutto, ad andare  "A letto dopo il Carosello". Per chi come me fa parte di una generazione che non l'ha mai vissuta, questa frase si posiziona alla pari della celeberrima "ho visto  cose che voi umani..." dell'androide Blade Runner.  Ma rappresenta un pezzo di storia della tv italiana e per chi in quegli anni cresceva o era già adulto un ricordo commovente sul quale ridere. Pane, burro e zucchero a merenda, Topo Gigio in tv, le serata con Sandra e Raimondo, le gemelle Kessler e l'Almanacco del giorno dopo. Tutto in uno spettacolo che ha un ottimo ritmo, una grande interpretazione della Andreozzi e uno spaccato di un'Italia che come dice l'attrice stessa "può tornare ancora ad essere coraggiosa, leggera e ricca di fiducia". Uno spettacolo che torna dopo il successo della prima stagione e consiglio di non perdere queste ultime date. Molto toccante il finale in ricordo di Gabriella Ferri, la ciliegina che confeziona una pièce intelligente e molto ben fatta.           

                                                                                                   Poema Seris Leo

FREAK ANTONI LASCIA GLI SKIANTOS


Dopo 35 anni di storica attivita' arriva anche per gli Skiantos il momento di un pesante divorzio. Roberto Antoni, in arte Freak Antoni scrive la parola fine alla lunga carriera come frontman della band bolognese. Una separazione che non nasconde motivazioni legate a dissidi o contrasti ma e' piuttosto una fiammata della rinnovata linfa artistica che ha spinto in questi mesi l'artista a intraprendere un nuovo e maturo progetto solista. Da qualche tempo gli Skiantos non calcano piu' le scene nazionali come negli anni passati, uno "slow" commerciale che non coincide con l'esigenza comunicativa ed il grande entusiasmo creativo del vulcanico Freak Antoni.

L'artista fa sapere attraverso un comunicato che "Vista la cronica mancanza di promozione dei Dischi, dei Concerti Skiantos e di tutto il lavoro svolto sul genere 'Demenziale', dopo 36 anni di militanza nella musica alternativa, ho deciso che dal primo giugno 2012 dedichera' le mie energie creative a nuove idee e collaborazioni artistico-musicali, collaborando con musicisti d'esperienza e di provate capacita' tecniche, riuniti nella Freak Antoni Band (formata dalla pianista-compositrice Alessandra Mostacci, Max Cottafavi alla chitarra elettrica, Elisa Minari al basso e Roberto "Granito" Morsiani alla batteria) e in un duo con la pianista Mostacci, quest'ultimo mio progetto ha terminato recentemente le registrazioni di un nuovo disco composto da 2 singoli: il primo con J Ax ed il secondo con Luca Carboni (uscita prevista entro la fine di maggio) con un disco completo in stampa per la fine dell'estate 2012 (produzione di Fabrizio Federighi e Paolo Dossena), un nuovo cammino artistico senza nulla rinnegare delle passate esperienze, importanti e formative, sempre proponendo ironia, sarcasmo e comicita' secondo nuovi stili e poetiche".

Volge al termine dunque una pagina importante della musica italiana, la pagina che ha fatto strada ad un genere e a numerosi artisti contemporanei ma che come vuole la tradizione ne scopre una nuova completamente da riscrivere, a breve verranno comunicate le ultime date Skiantos mentre gia' si conosce la data zero del nuovo tour della Freak Antoni Band che si terra' al Fillmore Club di Cortemaggiore (Piacenza) venerdi' 13 Aprile, concerto e presentazione del disco "Dinamismi Plastici".


VENERDI 13 APRILE 2012
FILLMORE

FILLMORE LIVE CLUB
Via Giacomo Matteotti 2, Cortemaggiore, Piacenza.
Tel. 0523.835.065

Dopo 35 anni di insuccessi artistici ripetuti neltempo, Roberto "Freak"Antoni con rinnovato entusiasmo, decide di dar vita ad un nuovo gruppo di cui si assume la responsabilita' Artistica e creativa a partire dal nome del gruppo intitolato F.A.B.

FREAK ANTONI BAND-IN SIGLA FAB
E' il nome del gruppo musicale nato alla fine dell'estate 2010 per iniziativa di 3 musicisti: Alessandra "Mostachova" Mostacci-pianista e compositrice, Roberto "Granito" Morsiani-esperto percussionista/batterista roccioso e infine Roberto "Freak" Antoni, cantante Rock, fondatore e paroliere degli Skiantos, complesso Punk/Demenziale (Demenziale=testo paradossale, ironico e sarcastico).


La Freak Antoni Band sceglie percorsi letterari e musicali non obbligatoriamente divertenti, goliardi o simpatici nelle intenzioni! Se anche nella F.A.B. possono esserci battute di spirito, il progetto, nella sua completezza non e' centrato sull'umorismo, ma piuttosto sul tentativo di coniugare tentazioni musicali classiche (la Mostacci e' diplomata in pianoforte al conservatorio "G.B.Martini" di Bologna) con suggestioni Hard-Rock, talvolta Heavy Metal. Estremi che si toccano, si intrecciano tra loro e (questa e' la scommessa!) si valorizzano a vicenda. Opposti estremismi all'apparenza inconciliabili, convergenze parallele-come diceva Aldo Moro-in teoria impossibili da innestare le une con le altre, impossibili da unire, da amalgamare...Alchimie difficili, fusioni quasi inimmaginabili, irrangiungibili...

La Freak Antoni Band compone su disco ed esegue nei Concerti dal vivo/"Live" solo canzoni originali, brani tutti inediti che nascono dalla fantasia dei due autori (Freak Antoni per le parole e Alessandra Mostacci per la musica, nel rispetto dei collaboratori-complici). Nel loro primo cd dal titolo "Dimamismi Plastici" hanno suonato, oltre ai 3 fondatori, al basso Elisa Minari (vedi Nomadi) , alle chitarre virtuose e assortite "Le Loro Altezze Elettriche" Max Cottafavi (vedi Luciano Ligabue) e Ricky Portera (vedi Lucio Dalla) , ai cori e voce melodiosa Sofia "Blue Eyes" Buconi (vedi XFactor 2010), Fabio "Gallo" Galliani alle ocarine di Budrio, Stefano "Banco" Banchelli ai cori.


Contributi esterni: W.A. "Punk" Mozart ("Filastrocca della mamma") , Pier Vittorio Tondelli ("Sciare"), Vladimir Majakovskij ("Compagno Dio"), Piero Manzoni ("La merda e' meglio dell'arte").

http://www.freakantoniband.it/

http://www.freakantoniband.com/

BOLLE DI SAPONE: ESISTENZIALISMO SATIRICO DA QUATTRO SOLDI - recensione


Non è cabaret. Né  satira “da quattro soldi”. E’ un’ aria fresca e nuova soffiata dallo *stand up comedy*. Una sfida, un esperimento riuscito solo da poco (e da pochi) sui palcoscenici italiani.
E’voglia di sperimentare   forme di  comicità acide per poter corrodere
ogni vecchio e saldo punto di vista. E’ soprattutto Filippo Giardina, che fonda “Satiriasi. L’officina della satira”, lo strumento attraverso il quale esplora lo *stand up comedy* e
scommette sul palcoscenico nuove forme di comunicazione e vince. E lo fa
anche con il suo quinto monologo portato in scena al Teatro Dei Satiri
dall’11 al 22 aprile, *Bolle di Sapone: esistenzialismo satirico da quattro
soldi *rigorosamente vietato, e se lo vedrete capirete il perchè, ai minori
di 18 anni. Di equilibri squilibrati e di geni geniali ne abbiamo sentiti abbastanza.
Troppi i nuovi e vuoti esperimenti che falliscono poi in un po’ di rumore.
Per fortuna arriva qualcuno che ci fa scrollare questo “abbastanza” di
dosso. Giardina è teatro essenziale. Un’asta, un microfono una voce. Un attore che
per mestiere si è scelto la satira. Oggi poi sembrerebbe follia e la
follia, si sa, non gode di ottima reputazione. E infatti stravolgere etiche
e perbenismi e colorarli di luci e sfumature diverse, parlare in modo nuovo
di cose vecchie e stradette,  rovesciare le medaglie all’ onore che
luccicano catrame  è certamente follia. Cosi come trattare di sesso,
pornografia, pedofilia e sostenere tesi apparentemente impossibili sulla
morte. Ma non qui. Non per Filippo Giardina. Infatti, analizzando il suo
monologo si capisce che si tratta di  qualcosa di più intenso. Si tratta di
coraggio. Il coraggio di gridare la sua voce. Diversa dagli altri. La sua
satira nuda e cruda per gli altri. Chi va a teatro spesso vuol vedere spettacolini che possano allontanare dalla piatta realtà. Se questa è l’intenzione, se questa è l’ aspettativa
ne rimarrete delusi. Filippo Giardina prende la realtà e la sbatte su e giù
finché non ne viene un succo  agrodolce con retrogusto amaro che il
pubblico butta giù di un colpo. Il suo talento si rende tangibile
perché  permette di vedere quel lato della realtà che mai a teatro si sarebbe visto.
E’ riduttivo dire che i suoi temi sono originali che vanno al di là di ogni
aspettativa. Si resta per un attimo a bocca aperta, ma poi si ride, si
sorride. Si riflette. Cosi come si riflettono pensieri  diversi su specchi
rotti. E tra quei tanti pezzi di specchi  volta per volta Giardina  ne
sceglie uno e inizia a scheggiare le mille facce della realtà e della
società di oggi.  Vola da un punto a un altro con estreme flessibilità e
con feroce bravura. Con  lui  la satira non è mai troppa. Mai banale. E’ un
fiume in piena che straripa e che travolge tutto ciò che tocca. Acqua
fredda che sveglia di un colpo dal torpore di un teatro a volte stanco che
non sa inventare e che sembra non avere più fame. Allora ben venga la
scossa di Filippo Giardina! Comico, attore, autore, coregista propone il suo spettacolo al teatro dei Satiri.

Dall’11 al 22 aprile uno spettacolo molto più che divertente.

 Nuovo. Geniale.

 

                                                      (MIRIAM DE VITA) 

SEI DOMANDE A TEATRO VALLE OCCUPATO

Qualcuno mi risponda, sinceramente mi raccomando, io non saprei rispondere non avendo mai partecipato alla pseudo-occupazione, che ho sempre seguito a distanza con diffidenza e scetticismo, dal giugno 2011.

 


1 - E' vero che il Valle non sarebbe mai diventato un bistrot o un ristorante, come si era detto nei primissimi giorni di occupazione?

2 - E' vero che gli occupanti non pagano la luce e l'acqua ( il gas? cucinano all'interno del teatro? spero di no) e che queste utenze sono pagate dal Comune di Roma e quindi dai cittadini attraverso le tasse?

3 - E' vero che i soldi raccolti ogni sera con la sottoscrizione libera vanno, anche se non completamente, in spese di divertimento (ristoranti, vestiti, sigarette, ricariche ecc...) dei vari capetti dell'occupazione?

4- E' vero che gli spettatori che vanno una sera a vedere uno spettacolo vengono molto invitati e forzati a lasciare almeno uno o due euro, in maniera insistente se non quasi aggressiva? ( mail inviatami da uno spettatore che si è rifiutato di dare l'elemosina)

5 - E' vero che circola droga e alcool nei momenti di "relax" degli impegnatissimi occupanti all'interno dello storico Teatro? 

6 - E' vero che ci sono stati dei furti di materiale tra gli occupanti?

 

I SOLDI (NON SERVONO A NIENTE) - Sala Umberto



dal 10 al 29 aprile 2012

 

Francesco Pannofino    

 

Emanuela Rossi 


 

I SOLDI (non servono a niente)

 

di Nino Marino 


 

Felice Della Corte , Paolo Perinelli , Andrea Lolli .

regia
Claudio Boccaccini

 


Perché un barbone con tanto di abiti stracciati e barba lunga insiste tanto per entrare nel lussuoso appartamento di una ricca e bella signora, sostenendo addirittura di essere il marito appena uscito di galera della signora medesima? Qual è il vero ruolo dell'affascinante  politico rampante, inquisito, maneggione… e soprattutto perché vive nella stessa lussuosa casa della ricca signora? Qual è il  " terribile " segreto  che tiene imprevedibilmente legati i destini dei tre e di tutto questo? Cosa  ne sa l'ineffabile maggiordomo plurilaureato ?Un caleidoscopio esilarante zeppo  di equivoci e colpi di scena creato  dallo stesso autore di "Gente di facili costumi".

Una commedia italiana che, tra risate e divertimento,  riesce nello stesso tempo  a raccontarci anche una tenera e commovente storia d'amore.




SALA UMBERTO di Roma

Via della Mercede, 50

06.69925819/ 06.6794753


Orari: dal martedì al sabato ore 21, 2° mercoledì ore 17, sabato ore 17 e 21, domenica ore 17,30



Ufficio stampa Silvia Signorelli 338.9918303

A proposito dell’occupazione del Teatro Valle


L’occupazione del Teatro Valle è partita, ormai un anno fa, come reazione a una notizia (la prossima trasformazione del teatro in un supermercato o rosticceria) mai confermata (anzi dai rappresentanti istituzionali competenti sempre negata) e francamente poco credibile. Si può pensare veramente che qualcuno avesse potuto dismettere e vendere un teatro del ‘700, tutelato dalla Soprintendenza e da mille leggi sui beni storici, e autorizzarne, senza colpo ferire, la trasformazione in un locale commerciale nel centro di Roma? Prime perplessità… Ciò che è certo è che il Teatro Valle non era un luogo pubblico abbandonato, che aveva appena concluso una regolare stagione, che poteva contare su lavoratori qualificati e che il MiBAC, dopo la chiusura dell’ETI (sulla cui gestione si dovrebbe aprire un capitolo a parte), stava trasferendone la proprietà e gestione a Roma Capitale la quale, come dichiarato, ne avrebbe trasferito la responsabilità al Teatro di Roma. Tralasciando ogni opinione sull’amministrazione Alemanno o sulla bontà di questa operazione, non sembra palesarsi in essa nessuna irregolarità né una minaccia per la democrazia o la cultura. Era un’operazione perfettamente lecita, sulla quale essere più o meno d’accordo. Tutto qui.

 

Detto questo, l’occupazione inizia e assume presto modalità di gestione che, del tutto sinceramente, appaiono pittosto lontane da quei propositi alti e parole importanti con le quali si cerca di descriverle. Partiamo dalla programmazione: ciò che si vede, ciò che viene maggiormente promosso e sbandierato, è una serie di interventi/concerti/performances di alcuni fra gli attori, i cantanti, i musicisti e gli scrittori fra i più celebri e amati nel nostro Paese, che, di passaggio a Roma per spettacoli propri (fuori dal Teatro Valle e a pagamento, anche sostanzioso), decidono di regalare un po’ del loro repertorio al Valle Occupato. Fin qui niente di nuovo e, onestamente, tutto molto facile. Jovanotti, in versione gratis, fa il tutto esaurito al Teatro Valle (quando i suoi spettacoli, a pagamento, sono esauriti da mesi a Roma)?

 

Beh, ci mancherebbe altro… Oltre agli ospiti famosi, ogni tanto spunta qua e là un assaggio di programma sperimentale, l’intenzione di un progetto drammaturgico, la lettura di qualche testo. Sembra un po’ poco e moltissimo poco nuovo. Ma al di là delle scelte artistiche, ci si chiede: chi si occupa della programmazione, chi seleziona chi può esibirsi ora sul palco del Teatro Valle e chi no? Nelle parole di chi lo sta occupando, le scelte inerenti la programmazione del teatro sono state finalmente restituite alla collettività. Nei fatti, com’è ovvio (non si può indire un’assemblea plenaria dei cittadini per decidere gli spettacoli del Valle), c’è un gruppo di persone che di ciò si sta occupando, un gruppo abbastanza impenetrabile e ristretto che si riunisce a porte chiuse, che si riserva di valutare le richieste di chi chiede di partecipare, che parla a nome di un nuovo soggetto, il Teatro Valle Occupato.

 

Ora, questo gruppo sta svolgendo le medesime funzioni che, prima, spettavano agli organismi direttivi, non occupanti, del teatro. Anche senza entrare nel merito della bontà del lavoro svolto, ciò che emerge è che, esattamente come prima, ci sono delle persone che si stanno occupando della programmazione del Valle; la differenza, rispetto a prima, è che nessun cittadino ha scelto di delegare a loro la gestione di questo bene pubblico. Quando siamo chiamati a votare, sappiamo che i rappresentanti eletti si occuperanno della gestione di tutto ciò che è pubblico, teatri compresi. Gli eletti sceglieranno delle persone alle quali affideranno questo o quel compito gestionale, teatri compresi. I cittadini valuteranno la bontà delle azioni degli eletti e dei loro nominati e, se del caso, esprimeranno il loro dissenso, protesteranno, denunceranno e, alla prossima tornata elettorale, sceglieranno diversamente chi eleggere. Questa è democrazia. Chi si sta occupando ora del Teatro Valle (bene pubblico) non è stato scelto da nessuno, né cittadino né istituzione (almeno ufficialmente). Da cittadino, se si vuole protestare, se si vuole cambiare, ora a chi ci si deve rivolgere?

 

Parliamo poi della gestione economica del teatro. Si odono in continuazione le lodi nei confronti di questa esperienza gestionale tanto da augurarne la massima diffusione nazionale. Ma ne siamo certi? Il Teatro Valle Occupato è una realtà che non paga chi lavora (gli artisti si esibiscono gratuitamente, i tecnici non ricevono compenso), non paga i contributi, non rispetta i vari diritti d’autore, non paga assicurazioni, non considera le leggi in materia di sicurezza (per chi lavora e per gli spettatori) e, per funzionare, adopera (con pubblica vanteria “gentilmente rubiamo”) le utenze pagate con denaro pubblico dalle Istituzioni (MiBAC e/o Comune di Roma). E’ questo il modello gestionale che ci auguriamo in futuro per la cultura? Nessun compenso per i lavoratori, nessun rispetto delle regole, furto del denaro pubblico e dichiarazioni di eccellenza e autonomia? Per carità, è un’occupazione, calpesta le regole. Ciò che è proprio incomprensibile, però, è l’applauso da parte dei rappresentanti istituzionali, da parte del “sistema”. Il Teatro Valle Occupato dichiara di calpestare le regole, di avere il diritto di calpestare le regole, perché si sta opponendo al “sistema”. E il sistema appalude…

 

Ma c’è di più. Ormai da tempo, ma mai come ora, si assiste spessissimo alla chiusura di compagnie teatrali perché costrette all’insolvenza nei confronti di attori e tecnici, lavoratori. Compagnie che, per lavorare, giustamente, pagano onorari, diarie, contributi, assicurazioni e quant’altro. Non entrando nel merito della qualità teatrali di queste compagnie, non si può non rilevare che causa primaria di questa insolvenza è molto spesso l’ammontare dei crediti maturati nei confronti della pubblica amministrazione. La pubblica amministrazione non paga, o paga con ritardi di anni, teatri e circuiti teatrali, i quali di conseguenza non pagano, o pagano con uguale ritardo, compagnie e lavoratori. Ora, salta all’occhio una inspiegabile incongruenza: le istituzioni pubbliche costringono spesso al fallimento lavoratori che rispettano le regole e le stesse istituzioni aiutano e solidarizzano con realtà che, sotto gli occhi di tutti e anche con una certa vanteria, queste regole non le rispettano.

 

E un altro poi. Gli occupanti del Teatro Valle ripetono come un mantra di avere restituito un teatro alla collettività. Ma a quale collettività? Prima, il Valle aveva una programmazione, pubblica e chiaramente consultabile; gli spettatori potevano sapere cosa e chi era di scena, valutare, scegliere, comprare un biglietto. Ora la programmazione è variabile, quasi misteriosa, disponibile solo online; per accedere al teatro occorre andare molto prima, fare la fila e attendere di sapere se c’è posto. Agli spettatori viene chiesto un contributo in denaro (non obbligatorio, per carità). Un ulteriore contributo economico viene richiesto per “partecipare” alla nascita del nuovo soggetto Teatro Valle Occupato. E questa sarebbe una restituzione alla collettività? Occorre pagare per partecipare alle decisioni riguardanti un bene pubblico? Per molti cittadini (coloro che non possono accedere a internet per sapere la programmazione, coloro che lavorano e non possono ipotecare un pomeriggio per fare la fila per andare a teatro, i meno giovani ecc.) il Teatro Valle è un luogo di cultura che è stato sottratto. Forse ci sono collettività di serie A e collettività di serie B…

 

In conclusione, è difficile solidarizzare e comprendere le ragioni di un gruppo di persone che, con l’intenzione di contrastare il “sistema”, si appropriano di un bene pubblico, calpestano ogni regola, al “sistema” non fanno nemmeno un graffio e, anzi, da quello stesso “sistema” ricevono aiuti, solidarietà e incoraggiamenti. Sono anni che istituzioni e amministrazioni, di destra e di sinistra, amministrano con poco successo i beni e le attività culturali, sono anni che i protagonisti sono sempre gli stessi, sono anni che i soldi diminuiscono e/o vengono sprecati, sono anni che le regole non vengono riviste e logiche poco trasparenti guidano lo svolgimento delle attività (come sostengono gli stessi occupanti). A fronte di tutto questo però, da parte di chi oggi rivendica diversità e alterità, non abbiamo assistito a vere proteste degne di questo nome né a denunce né a pubbliche prese di posizione. E’ capitato più spesso di incontrare le stesse persone che oggi rivendicano nelle anticamere degli uffici per presentare progetti, chiedere finanziamenti, cercare una via di accesso per entrare nei circuiti, ufficiali e ufficiosi, delle manifestazioni culturali. Fino ad arrivare all’occupazione del Teatro Valle, contro il “sistema”, nei confronti della quale il “sistema”, dimenticandosi di sé stesso o facendo finta di non c’entrarci niente, plaude e solidarizza. Ma non si possono giocare tutti i ruoli.   (SANTI LO MONACO)

 

LAST MINUTE AUDITORIUM MILANO 9 APRILE

laVERDI BAROCCA

Lunedì 9 aprile 2012 ore 16.00

Auditorium di Milano Fondazione Cariplo, Largo Gustav Mahler 

Johann Sebastian Bach

Cantata “Bleib bei uns“ BWV 6

Cantata “Wiederstehe doch der Sünde“ BWV 54

Oratorio di Pasqua (Oster-Oratorium) BWV 249

 

 Soprano Deborah York

Contralto Filippo Mineccia   

Tenore Makoto Sakurada   

Basso Christian Senn

Maestro del Coro Gianluca Capuano 

Direttore Ruben Jais 

 

LAST MINUTE

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potrai acquistare biglietti al costo di

10 euro anziché 25.00 euro

fino esaurimento posti disponibili

 

 

BIGLIETTERIE

Auditorium di Milano Fondazione Cariplo - Largo Gustav Mahler

da martedì a sabato dalle ore 14.30 alle ore 19.00;

Domenica di Pasqua (08/03/12) chiuso -  Lunedì 09/03/12 aperto dalle 14.00 alle 19.00

Ufficio Accoglienza Ferrovie Nord - Piazza Cadorna ,14 - tel. 02/85114865

Martedì/sabato 10.00/18.00 orario continuato

Domenica di Pasqua (08/03/12) chiuso  -  Lunedì 09/03/12 aperto dalle 14.00 alle 16.00

 

 

GASTONE - recensioni

La tana dell’arte presenta la terza edizione di Gastone. Dopo tre anni consecutivi il teatro San Genesio offre il suo palco al ritorno del mito di Ettore Petrolini,  riadattato da Felice Sandro Leo nel triplice ruolo di direttore artistico della compagnia, regista e attore. I ruggenti anni  ’20 ritornano in scena. Appena si apre il sipario non facciamo fatica a respirare l’atmosfera di quegli anni grazie ai costumi curatissimi che ingannano la realtà catapultandoci in quel meraviglioso periodo.
Lo spettacolo, diviso in due atti, si svolge a casa di Lucia la giovane soubrette che, sostenuta dalla sorella Terera, ma non dallo zio Vincenzo, lotta per i suoi sogni.  Sogni che faticano a realizzarsi almeno fino all’ arrivo di Gastone.


Sarà lui a scoprire il gran talento della ragazza e sarà lui a farla debuttare  con promesse di crescita nel mondo dello spettacolo.  Lucia deve scegliere però tra i suoi sogni e il bravo ragazzo che l’ama. La scelta sarà manipolata dalle belle parole di Gastone , il gentil signore che affascina e che non può fare a meno della sua bravura, compiacendosi e sottolineando spesso al pubblico in sala, e forse anche a se stesso, il suo talento.


L’ingenua  Lucia, la bella e bravissima cantante, che allieta lo spettacolo con la sua gran bella voce, e il truffaldino Gastone intrecciano e muovono la scena. Ma il personaggio di Gastone non dà solo il ritmo alla commedia. Il lui c’è una marcia in più. Incarna perfettamente  la società di quegli anni  rappresentata con ironia da Petrolini. L’elemento che sbalordisce è che nulla è cambiato rispetto agli anni ’20. Ed è questo quello che sottolinea l’adattamento del regista Leo. Amante della vita pallida di cipria, amante delle belle donne, ma anche di falsità e di inganno Gastone  seduce le belle  e brave soubrette che al centro della scena si contrappongono alla dolce Lucia che inizia ad avere sete di qualcos’ altro, sete di verità, lealtà, onestà.
Sottofondo musicale di questa divertente ma pungente commedia sono alcuni brani composti proprio per lo spettacolo da Carmine Caprera e cantati in scena da Valentina Ciaffaglione  e Gianni Leo.


Gastone, interpretato magistralmente da Luca Pennacchioni, è la fusione tra quegli e questi anni, e Luca Pennicchioni  crea abilmente una fusione tra arte e personaggio.  Una fusione tra realtà e teatro, un paradosso che riesce solo al bravo attore!

Dal 27 marzo al 1 aprile al teatro Genesio vi aspetta Gastone! (Miriam de Vita)

 


Una storia paradossalmente del tutto umana. La Tana dell’Arte, associazione culturale fondata da Sandro Felice Leo, compie 10 anni e decide di festeggiare con un meraviglioso spettacolo al Teatro San Genesio di Roma. È una sala stracolma di spettatori ad assistere alla prima di Gastone famoso testo  di Ettore Petrolini che Leo, regista, attore e produttore, porta sul palcoscenico di un  teatro per il terzo anno consecutivo.


Meravigliosi abiti anni ’30, scenografie che cambiano nei due atti e canzoni accompagnate alla chitarra, scritte appositamente per questo lavoro da Carmine Caprera, fanno da cornice a uno spettacolo che non tramonta mai soprattutto se riadattato e attualizzato come in questo caso. Lo spettacolo, nonostante sia andato in scena per la prima volta nel 1924, racconta con toni ironici e amari la nostra società dove l’apparenza inganna e si è disposti a tutto pur di avere notorietà, il tutto portato in scena da un personaggio paradossale come Gastone a cui uno straordinario Luca Pennacchioni regala una fantastica interpretazione.


Gastone è un personaggio dall’ingannevole fascino e carisma che scopre in Lucia, una ragazza umile e ingenua, un grande talento musicale, alla quale non ci vorrà molto a capire che quello è un mondo che non le appartiene.

«Una tragedia comica dove ognuno di noi, sarà protagonista», si legge dalle note di regia di Felice Sandro Leo, questo concetto viene ribadito nella scena finale quando un’intensa Valeria Forlini   rivolgendosi al pubblico recita:: E lei!? Si, si, dico a lei…. con il frac… Si guardi bene…E guardi gli altri…Ognuno ha il suo Gastone che merita…politici, porci e delinquenti, industriali, comandanti e deficienti…. Gastone è li, dentro di lei, è l’unica linfa della sua vita…..Tolga via quegli abiti, abbandoni la falsità,  lasci i suoi abiti qui da noi in teatro, li useremo per rappresentare il nostro prossimo personaggio di una storia ironica ed amara, della nostra società.

 

Un messaggio che arriva chiaro allo spettatore che senza problemi può trovare un po’ di se stesso in Gastone. Questo era  l’intento, ben riuscito, della compagnia La tana dell’arte; un messggio  arriva allo spettatore tra una risata e un momento di riflessione suscitando lunghi applausi finali. (Debora Belmonte)


“Gastone. Una storia paradossalmente del tutto umana” di Ettore Petrolini per la regia di Felice Sandro Leo e con Luca Pennacchioni, Barbara Mecucci, Paolo Bianchi, Valentina Ciaffaglione, Federico Sozio, Fabiana Pagani, Sonia Emiliani, Valentina Genovesi, Felice Sandro Leo, Gabriella Cervelli, Jessica Dobici, Valeria Forlini, Samanta Volpe, Simone Milli e Massimo Urbani. Costumi di Lisangela Sabbatella e Federica Scipioni, luci e suoni di Alessandro Pilloni, scene di Francesco Sabbatella e trucco di Lucia Cingolani e Flavio Campanella. Dal 27 marzo al 1 aprile al Teatro San Genesio in Roma.

 

 

 

AMORE E CORNA AL TEMPO DI FACEBOOK - recensione

 

Bagaglino sì, Bagaglino no, canterebbe quello... dopo l'annuncio ufficiale e una grande festa di saluto, lo storico gruppo si è staccato dai bellissimi spazi del Salone Margherita e si è come diviso in varie frazioni: qui abbiamo il patron-regista Pingitore con il sempre bravo Martufello, che non riesce ad evitare di raccontare qualche barzelletta fuori copione, la statua vivente Pamela Prati, che diventerà oggetto di studio dalla biologia per rimanere sempre uguale negli anni senza mai invecchiare e senza interventi esterni, l'arguta Francesca Nunzi insieme alle new entries Federico Porretta, dalla fisicità prepotente, come un giovane Maurizio Mattioli, il più volpino Marco Simeoli, Manuela Zero, ruolo minore ma svolto con zelo, Morgana, la narratrice. Sette attori  con un modo di esprimersi diverso ma bene amalgamati tra loro. Il pubblico che affolla (finalmente un teatro pieno) la nuova e assai bella sala del Golden di via Taranto, ride divertito, anche se alcune battute e situazioni sono da compagnia dell'oratorio. Certo che non è il Bagaglino e non vuole esserlo, però con lo stesso regista e una buona fetta della vecchia compagnia, quindi un bel gruppo di talenti affiancati dai giovani che non sono da meno, si poteva anche fare qualcosa di più, di diverso, ricordando certe serate davvero belle a cui avevo assistito in anni non recentissimi al Salone Margherita.  Poi, la descrizione dei "ggiovani" lascia il tempo che trova, gli autori certo sono lontani dalla vera gioventù e il suo modo di esprimersi, di comportarsi, lontanissimi pure dal vero Facebook, qui mostrato soltanto come una chat di incontri e trasgressioni, mentre il meccanismo è molto più complesso. Atto unico, spettacolo esile anche nella durata, che regala momenti divertenti, grazie sopratutto a Martufello e Pamela Prati, qui davvero in gran forma, anche come interprete, ma all'uscita percepisco tra le voci degli spettatori una mezza delusione. Fuori è una bella serata romana, e dopo mezz'ora il pubblico se ne sarà già dimenticato.  Spero più avanti di poter vedere altri spettacoli di Pingitore più riusciti e strutturati.                        (Andrea Daz)

 

 

 

 

Baldrini Produzione

presenta

Amore e Corna

al Tempo di Facebook

Commedia Frivola scritta e diretta

da

Pier Francesco Pingitore



“Amore e Corna al tempo di Facebook”il nuovo spettacolo di Pier Francesco Pingitore  debuttera’ in prima nazionale  mercoledì 28 marzo 2012 al teatro Golden di roma.

E’ il primo lavoro teatrale di pingitore dopo la conclusione della sua lunga vicenda legata al bagaglino, da lui creato, con altri amici,  oltre quarantasei  anni fa.

Una commedia frivola scritta e diretta da Pier Francesco Pingitore, un  esilarante girotondo dei nostri giorni con un vorticoso intrecciarsi di relazioni pericolose, di incontri, di sotterfugi, di equivoci, di inganni, amplificati e sublimati dall’uso delle moderne tecnologie intrusive, da Internet, alle microspie, agli spy-phone.


In scena accanto a Martufello e a Pamela Prati, Francesca Nunzi,Federico Perrotta,Marco Simeoli,Morgana e Manuela Zero.


Due ex-innamorati,  Stefano e Valeria, si ritrovano attraverso Facebook a distanza di molti anni dal loro primo rapporto d’amore. Dopo essere stati insieme ognuno aveva preso la sua strada;lui mai sposato ma con un’infinità di avventure,Lei sposata e rimasta vedova da poco con una figlia Giada.

Si incontrano di nuovo,si frequentano,forse sono di nuovo innamorati, decidono di convivere. Tutti e due continuano a frequentare il web, ne sono dipendenti.

Così scoprono altri amici di un tempo. Stefano ritrova una sua fiamma di qualche anno prima. Valeria ritrova Marco, suo amore di quando era sposata e con il quale forse cornificava il povero marito.Anche Giada ha il suo sito in Facebook e coltiva i suoi flirts più o meno virtuali… Ma è soprattutto incuriosita da un certo Artù, pseudonimo sotto il quale si cela un “cavaliere senza macchia e senza paura”, che però non può svelarsi.

Casualmente Stefano penetra nel computer di Valeria e scopre che lei ha riallacciato i rapporti con Marco. Viene preso da folle gelosia. E si munisce di un dispositivo-spia (spy-phone, comprato attraverso il web) che gli consente di ascoltare le telefonate di Valeria e di leggere i messaggini che la stessa invia e riceve.Ma anche Valeria è penetrata nel computer di Stefano e ha scoperto la sua tresca con l’antica fiamma, dall’identità sessuale poco chiara…

Anche lei si  munisce dello spy-phone e spia passo passo le mosse di Stefano.  Lui ha ripreso la liaison con tale Andrea, alle spalle di Federico, che un giorno sta quasi per sorprenderli… Ma lo stesso Federico ha un’amante, la  hostess Gio’. Che guarda caso è la moglie di Marco… Il quale Marco è anche l’Artù, conosciuto via Facebook da Giada…

E sarà proprio lei, la giovanissima Giada, a tirare le fila di tutta la matassa, a svelare tutto a tutti, in quella che diventerà la scena madre finale del Grande Girotondo. Giada che, rivolta agli altri personaggi, dice: “Nell’èra dell’informatica, voi ‘grandi’ a confronto con noi ragazzi, fate pena. Voi maneggiate i computer, i telefoni-spia, le cosiddette ‘cimici’, come uno scimpanzè potrebbe maneggiare la Divina Commedia. Neanche immaginate quello che in realtà si può fare con certi strumenti.

Il cast d’eccezione, per il nuovo spettacolo di Pier Francesco Pingitore crea un’atmosfera divertente in tutta la vicenda,  all’insegna dell’ironia con un finale leggero ed esilarante. Per quella che si potrebbe definire una pochade dell’epoca nostra:  una “web-pochade”.


Costumi di Maurizio Tognalini. Scene di Graziella Pera. Musiche di Piero Pintucci.

“Amore e Corna ai Tempi di facebook”

Di Pier Francesco Pingitore

 

Teatro golden via Taranto,36 tel.06 704 93 826

da mercoledì  28 marzo a domenica 8 aprile 2012 alle ore 21.00 .




l principi che eravamo, al Teatro Orologio di Roma - recensione

I
Ultimi due giorni per vedere la rivisitazione dell'opera di Antoine de Saint-Exupery, in scena alla sala Orfeo del Teatro dell'Orologio di Roma, fino a domani 1 aprile 2012.  Al debutto nazionale lo scorso 20 marzo, lo spettacolo è una combinazione vincente tra le parole dello scrittore francese e la rivisitazione in chiave moderna del regista Francesco Piotti. “L'essenziale è invisibile agli occhi”; una delle frasi più famose di un racconto che ha fatto crescere e sognare intere generazioni. Non è facile dare forma ad una storia che ha già un immaginario ben definito intorno a sé. Per questo motivo il regista Piotti e la compagnia teatrale Sbrenda Teatro, hanno confezionato uno spettacolo particolare e ben riuscito, specie dal punto di vista scenico. Si capta l'affiatamento all'interno dello staff. Le musiche originali di Mimosa Campironi sono un'ottima scelta e si sposano perfettamente nei passaggi tra una scena all'altra. Il regista è riuscito a sincronizzare perfettamente attori e cambi di scenografia. Quest'ultima molto suggestiva e ben fatta. Riesce ad immergere lo spettatore in una sorta di dimensione onirico/surreale, così come vuole il viaggio del piccolo Principe.
 

“L'ho visto come un viaggio interiore, un’avventura immaginifica alla riscoperta di sé”-  spiega il regista Francesco Piotti - “Ho immaginato che due “creature” che abitano un paese lontano (ma più vicino di quanto si pensi) ci vengano a trovare, trasportandoci lungo un viaggio surreale nel “paese delle nostre meraviglie”, lontano anni luce dall’etica della finanza creativa, più vicino a quello che saremmo potuti essere”. L'incontro tra la    tecnologia e l'artigianato, la scenografia virtuale e il teatro di strada, hanno creato quel mix vincente della narrazione contrapposta che alla fine si plasma in un'unica anima. Il messaggio del regista è un messaggio malinconico e al contempo molto “Euxuperiano”. “Quando da piccolo, come molti, leggevo l’opera di Saint- Exupery era difficile non stare dalla parte di quel ragazzino biondo.”- continua Piotti- “Oggi mi chiedo cosa sia rimasto di quei valori nella società contemporanea, sull’orlo della bancarotta fraudolenta. Il Piccolo Principe dovrebbe tornare come gemma che opera dall’interno,per distruggere quelle corazze che il “sistema del cinismo” ha inalato spacciandole per elisir di successo e benessere”. Un Piccolo Principe rivisitato, rivoluzionato, spogliato da intenti retorici e pedagogici, pronto a far vivere a chiunque, la straordinaria avventura alla ricerca del Piccolo Principe che eravamo

 

. Consiglio di vedere questo coraggioso e tenero spettacolo, in scena stasera 31 marzo e domani domenica 1 aprile alle ore 18, al Teatro dell'Orologio di Roma, sala Orfeo.


(Poema Seris Leo)


I PRINCIPI CHE ERAVAMO - recensione

La cadente e ritmata monotonia della routine lavorativa lascia presto spazio a un viaggio senza precedenti. A introdurlo, le note armoniche di un pianoforte che suona vento e sussurri, sulla scia descrittiva di un andirivieni alla Satie. E scopre il velo di Maya. Dalla sua lacerazione ha inizio un percorso lontano dai fogli timbrati, dalle fredde calcolatrici e dagli aridi “buongiorno” che ogni mattina ci si butta in faccia a mo’ di ritornello. E in effetti l’ingresso del pianoforte sigla l’inizio di un cambiamento. Il tono muta e ci si ritrova a sognare sulla soglia di un ritmo savanico. Sullo sfondo, l’elefante e il serpente. Da qui il Piccolo Principe (Michele Balducci) – nient’altro che un io proiettato in una dimensione parallela, un essere in potenza o, forse mai vissuto, ma più probabilmente appartenente a un passato perduto- comincia un percorso di scoperta e conoscenza di sé e degli altri, in compagnia di due singolari presenze, il maestro dei sogni (Antonio Calamonici) e la sua assistente (Enrica Nizi). L’attesa, la ricerca dell’altro, il fiore da coltivare, l’incontro. Che rivela le sfumature del suo paesaggio nella danza eterea con la Rosa (Letizia Letza). 

“I principi che eravamo” è uno spettacolo coraggioso. Dare un volto a un testo che trae la sua linfa vitale dal continuo apporto soggettivo dell’immaginazione del lettore non è un’impresa facile. Il regista, Francesco Piotti, ci riesce, specialmente in alcuni punti, grazie all’apporto delle musiche, originali - ad opera di Mimosa Campironi – e della scenografia, sfondo descrittivo onnipresente. Bravi anche agli attori: Balducci, con la sua dolcezza e ingenuità incarna alla perfezione il percorso a ritroso dell’uomo che ricerca la propria identità originaria, scevra dalle sovrastrutture e dai fronzoli della società contemporanea. Un dubbio, forse, alla fine, resta: che la semplicità del testo e l’originalità visionaria del racconto di Exupéry restino autentiche solo attraverso l’esperienza della lettura, unico vero luogo di purezza e ossigeno, capace di raggiungere le “vette” dello scrittore francese.  

                      (recensione di MARINA CARBONE) 

 

Gianni De Feo in ALAN TURING E LA MELA AVVELENATA - recensione


 

di Massimo Vincenzi - regia di Carlo Emilio Lerici

voce fuori campo di Stefano Molinari

 

Produzione TEATRO BELLI e DIRITTO & ROVESCIO

 

 

dal 20 al 30 marzo al Teatro Libero di Milano

 

 

 

Non c'è dubbio, era un tipo strano Alan Turing: a scuola ebbe difficoltà a prendere il diploma, perché trascurava gli studi classici imposti dai genitori per dedicarsi allo studio della chimica e della teoria della relatività, ai calcoli astronomici e al gioco degli scacchi; e alla corsa. Nel 1931 riuscì però ad iscriversi all'Università di Cambridge e già nel 1936, a 24 anni, aveva ottenuto premi e riconoscimenti prestigiosi per i suoi studi di fisica e matematica, e gettato le basi teoriche per quella che sarebbe stata chiamata la Macchina di Turing, antenata dei moderni computer. Ma a 25 anni fu anche folgorato dalla visione del film BIANCANEVE di Disney, che rivide più volte e gli restò impresso per tutta la vita, e di cui canticchiava spesso le canzoni.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale fu reclutato a Bletchley Park, insieme al gruppo di crittografi impegnati per i servizi segreti nella decrittazione dei messaggi emessi da esercito, marina e aviazione tedeschi con la loro macchina Enigma; a tal fine nel 1944 mise a punto Colossus, il primo calcolatore elettronico programmabile della storia. E intanto continuava a correre: non era insolito che percorresse di corsa le 40 miglia fra Londra e quella che veniva chiamata la Stazione X; e andava anche in bicicletta, indossando una maschera antigas durante la stagione dei pollini.
Tornato a Cambridge dopo la guerra non potè utilizzare appieno le recenti esperienze, né ricevere i riconoscimenti che avrebbe meritato, perché il governo inglese aveva imposto il totale divieto di parlare, o peggio di scrivere, delle attività scientifiche segrete svolte durante la guerra: dati e informazioni cominciarono ad essere pubblicati nel 1974, anni dopo la morte di Turing e dei suoi colleghi crittografi.


Maratoneta da sempre, spostò i suoi interessi alla neurologia e alla fisiologia, sviluppò un approccio matematico allo studio della morfogenesi embrionale e pubblicò i primi articoli, ancora oggi fondamentali, sull'intelligenza artificiale. E continuò a giocare a tennis nudo, con addosso solo un leggero impermeabile, ad adorare gli orsacchiotti di pezza e a portare giacche da pigiama al posto delle camicie.
Fu decorato con l'Ordine dell'Impero Britannico e divenne membro della Royal Society.
Poi nel 1952 avvenne l'imprevedibile: denunciò per furto un ospite di passaggio, e durante la deposizione, pressato dalle domande, candidamente confessò la propria omosessualità. Nonostante fosse allora in corso in Parlamento la discussione circa la sua depenalizzazione, l'omosessualità era ancora un grave reato in Inghilterra, e Turing, come 60 anni prima il grande scrittore Oscar Wilde, fu processato per empietà e condannato. Fu posto davanti alla scelta: il carcere o una cura a base di ormoni per guarirlo dalla sua "malattia".
Solamente nel 2009 vi è stata una dichiarazione di scuse ufficiali da parte del governo britannico, formulata dal primo ministro Gordon Brown, e solo dopo una petizione e una campagna Internet. Brown ha riconosciuto che Alan Turing fu oggetto di un "terrificante trattamento omofobico", che lo portò a soli 42 anni alla follia e alla morte.
Bombardato di estrogeni, che lo resero impotente e gli fecero crescere il seno, sviluppò infatti una forte depressione che in un un paio d'anni lo condusse al suicidio: ad imitazione della sua amata Biancaneve morì mangiando una mela intrisa di cianuro.
Dice la leggenda che il logo della Apple sia un omaggio ad Alan Turing - Steve Jobs non l'ha mai smentito.


Presentato in anteprima al Garofano Verde 2008 - Scenari di teatro omosessuale - e nel 2009, lo spettacolo ALAN TURING E LA MELA AVVELENATA torna in scena quest'anno in occasione del centenario della nascita del grande matematico, per il quale sono previste celebrazioni in tutto il mondo e in particolare in Gran Bretagna, dove addirittura la cerimonia di apertura dei giochi olimpici di Londra sarà occasione di omaggio al grande matematico inglese.


Il testo di Massimo Vincenzi è scritto in forma di dialogo immaginario fra Alan Turing e sua madre, tra lettere mai scritte e dialoghi mai avvenuti. A scandire il ritmo di questa conversazione fuori dal tempo, le voci del Tribunale in cui, in nome della Regina, si decide la rovina di una delle menti più brillanti del XX secolo. Pur rielaborati, gran parte delle parole, dei concetti e degli episodi raccontati in questo spettacolo sono stati realmente pronunciati, lasciati scritti e accaduti ad Alan Turing.
La regia di
Carlo Emilio Lerici non lascia spazio a orpelli e distrazioni, scegliendo di concentrare tutta l'attenzione sulle parole e i pensieri: l'attore Gianni De Feo è vestito di nero, in mezzo al palcoscenico buio, di lui si vedono solo la faccia e le mani mentre fa sue le voci della madre e del figlio, e ne restituisce fragilità e sofferenze, e si commuove, e grida tutta la disperazione del genio gettato nel fango.


Solo Biancaneve, proiettata sullo sfondo, restituisce un minimo di serenità alla fine di una vita così tristemente spezzata, a chiudere uno spettacolo denso e difficile, ma anche profondamente coinvolgente ed emozionante.

(Marina Pesavento)

IDOLI - recensione


IDOLI

 

drammaturgia Gabriele Di Luca


regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
con Gabriele Di Luca, Giulia Maulucci, Valentina Picello,

Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi

 

scene Claire Pasquier

 

musiche originali Massimiliano Setti

 

una produzione Carrozzeria Orfeo / Centro RAT-Teatro dell'Acquario

al Teatro OutOff di Milano

 

dal 19 al 25 marzo

 

 

 


Questo spettacolo è stato finalista al premio Hystrio 2011 e questa è la ragione principale per cui ci tenevo veramente a vederlo: amo profondamente il teatro di parola, e non è così facile ultimamente trovare testi italiani nuovi e ben scritti, invase come sono le sale da monologhisti cervellotici, danzatori sperimentali, installazioni elettroniche, performances di ogni tipo, insomma un circo più che teatro nel vero senso del termine.
Il gruppo di autori-attori-registi di Carrozzeria Orfeo è composto da cinque giovani compagni di scuola di recitazione (la "Nico Pepe" di Udine) e lavorano insieme dal 2007:  fatto che faceva anche questo ben sperare in una serata interessante. Nelle note alla regia era poi citata un'importante fonte d'ispirazione al testo: il saggio del filosofo Umberto Galimberti I vizi capitali e i nuovi vizi.
L'idea di partenza è che ormai è superata l'idea di vizio tramandata dal vecchio catechismo: ben più gravi e sottilmente striscianti i vizi dell'uomo moderno. Il titolo IDOLI richiama appunto questo, le nuove pulsioni agli infimi obiettivi del mondo di oggi, possedere tutto ciò che si può comperare, anche a rate: la nuova macchina, un paio di seni belli grossi, la visibilità sociale, il sesso, e se possibile anche l'amore. E per ottenerli non si bada a mentire, ad ingannare, a ricattare. Intorno a questi squallidi desideri ruotano i rapporti dei personaggi in scena: una coppia, un nonno e un nipote, una famiglia, le cui relazioni finte e malate, intrecciate di odio e di menzogna, si mescolano fino alla fine.

Purtroppo ne sono uscita molto delusa, e non solo io: ci siamo rimasti tutti male davanti allo spreco di giovani attori palesemente molto bravi persi a recitare deboli battute non comiche, ma ridicole, degne di uno spettacolo da filodrammatica parrocchiale se non di uno squallido cabaret televisivo. La scenografia è misera e la regia non ha ritmo, è piatta e confusa - nel gruppetto di spettatori radunato alla fine alla fermata del tram, solo in due avevamo capito che due dei personaggi, seduti a conversare l'uno di fronte all'altro, stavano in realtà chattando davanti ad invisibili computer.  
Aver paragonato questo testo alla suprema, feroce eleganza di film come Signore e signori o I mostri  è per me pura bestemmia. Quella che altri hanno chiamato semplicità espressiva, per me è solo una lingua povera, dal vocabolario scarso e volgare, quasi un collage di sms, che tenta senza riuscirci di esprimere concetti ben più profondi e complessi. Quella che voleva essere impietosa critica sociale si riduce ad una serie di scenette malamente appiccicate, le frustate sono amichevoli buffetti, personaggi tragici diventano caricaturali e macchiettistici senza essere comici. La violenza fisica non commuove né indigna, le oscenità verbali non scandalizzano, le battute non fanno ridere.
Insomma uno spettacolo di una bruttezza imbarazzante. Peccato.

(Marina Pesavento)

THE RAVEN - recensione

nelle sale italiane dal 23 marzo 2012 e negli Usa dal  25 aprile

 

 

THE RAVEN

regia di James McTeigue

 

 

Come non farsi attirare da un film su Edgar Allan Poe della Amontillado Productions?

1849, Baltimora (città natale di Hannibal Lecter!): uno spaventoso assassinio sconvolge la città, due donne, madre e figlia, sono state uccise in maniera efferata. Gli investigatori non sanno a che santo votarsi, finché l'Ispettore Emmett Field (Luke Evans) ha un'intuizione: luogo e modalità degli omicidi sono copiati dal racconto di un noto e popolare scrittore, Edgar Allan Poe (John Cusack). Oppiomane, giocatore e semi-alcolizzato, sempre senza un soldo, obbligato a quarant'anni a pietire collaborazioni ai quotidiani locali per tirare avanti, è un intellettuale geniale e raffinato e uno spietato critico letterario, che considera i propri Racconti del Mistero e del Terrore produzioni dal mero scopo alimentare. Per anni vedovo inconsolabile, finalmente corteggia, ricambiato, la bella e determinata Emily (Alice Eve) figlia del colonnello Hamilton (Brendan Gleeson), potente e ricchissimo armatore navale, che vede la relazione come il fumo negli occhi. Pur avendo assistito al rinvenimento di un terzo e poi di un quarto corpo orribilmente mutilati, Poe non vorrebbe farsi coinvolgere nelle indagini, ma vi sarà costretto. Il killer rapisce infatti Emily, ma non esige un riscatto: lascia in giro biglietti e indizi, solo se lo scrittore risolverà la macabra caccia al tesoro, di cui è tenuto a dare fedele cronaca sul quotidiano locale, la sua amata sarà salva.

Dopo una prima parte introduttiva è intorno a questo che ruota il resto film: il rapporto fra Poe e l'investigatore, prima diffidente, quasi pentito di averlo coinvolto, poi affascinato dalla sua personalità e ammirato della sua intelligenza, e fra Poe e il colonnello, disperato per la sparizione della figlia, disposto a qualsiasi compromesso pur di salvarle la vita.

 

Questo film non è una variazione stravagante e farsesca nello stile di SHERLOCK HOLMES con Robert Downey, e nemmeno una sterile trasposizione al passato di un qualsiasi C.S.I., anche se sicuramente l'idea di base ricorda episodi di alcune serie televisive degli ultimi anni, da COLOMBO a LA SIGNORA IN GIALLO fino al recentissimo CASTLE.

Gli sceneggiatori partono da fatti storici e autentiche cronache dell'epoca e personaggi reali: la fidanzata segreta di Poe, mai identificata con certezza; il critico Griswold, demolitore dell'opera di Poe in vita, che qui finisce "affettato"; il poema THE RAVEN (Il Corvo) che venne pagato 9 miseri dollari; l'ultima parola di Poe in punto di morte, la mai chiarita invocazione del nome "Reynolds", fondamentale qui per la risoluzione del mistero. A tutto questo aggiungono e mescolano abilmente ipotesi fantasiose in fondo non così campate in aria.

 

Hanna Skakespeare, autrice fra l'altro degli script di THE GHOST WISPERER e CLOSE TO HOME, serie televisive di buon successo, padroneggia bene epoca e argomento del soggetto, scritto e sviluppato da Ben Livingstone, attore soprattutto teatrale con l'hobby della scrittura; questo è il suo primo copione cinematografico e fa ben sperare per buone produzioni future. Prevedibilmente stupendi ed accuratissimi i costumi di Carlo Poggioli, nella sua lunga carriera passato con noncuranza dal set di IL NOME DELLA ROSA e de L'ULTIMO DEI TEMPLARI ai palcoscenici teatrali di Luca Ronconi e a quelli operistici dell'Arena di Verona e del Teatro alla Scala: anche grazie a lui la scena del ballo in maschera è una gioia per gli occhi.

 

Complimenti allo scenografo anglo-australiano Roger Ford: ricco di una variegata esperienza (da THE QUIET AMERICAN a BABE e BABE VA IN CITTA', da SIRENE ai due episodi di LE CRONACHE DI NARNIA) ricrea per le strade, nei quartieri operai e negli ottocenteschi palazzi borghesi magnificamente arredati di Belgrado e Budapest una plausibilissima opulenta Baltimora pre-guerra di Secessione.

 

E' ben coadiuvato dal direttore della fotografia Danny Ruhlmann, dalla passata solida esperienza di freelance in documentari e trasmissioni tv di cronaca: le luci sia diurne che notturne sono giuste e le inquadrature adeguatamente pittoresche.

 

Serrato e martellante il montaggio di Niven Howie, che ha iniziato come fotografo di pubblicità e regista di videoclip prima di passare al cinema.

 

Il regista australiano James McTeigue dopo il 2005, anno dello sfolgorante esordio nella regia col cult V COME VENDETTA, non ha combinato un granché: qui svolge con cura il suo compito, senza particolari colpi d'ingegno, ma dimostrando di saper girare come si deve tanto i piani sequenza quanto gli inseguimenti a cavallo. Nonostante il tema macabro non indulge in effettacci e sfrutta al meglio le belle locations, dirigendo con fermezza il cast anglo-americano, oltre ad una miriade di figuranti e l'intero personale tecnico ungheresi (il bello delle produzioni all'estero, risparmi un sacco sulle spese generali, ma non combini un accidente senza un'intera squadra di traduttori e interpreti).

 

L'ottimo cast è composto in massima parte da attori britannici, piuttosto curioso per un film ambientato nel New England. Misteri delle co-produzioni internazionali: forse non c'era sufficiente disponibilità di attori con un buon accento dell'est.

 

John Cusack ha ormai quasi trent'anni di carriera alle spalle, trascorsi fra una gran varietà di interpretazioni di ottimo livello, dall'horror di 1408 alla commedia dark di ESSERE JOHN MALKOVICH, a quella sentimentale di SERENDIPITY, al thriller giudiziario de LA GIURIA. Questa volta, nonostante il fisico imponente (90 chili su 1,92 di altezza) riesce con credibilità ad infilarsi nei panni dello striminzito ed emaciato Edgar Allan Poe nei suoi ultimi giorni di vita. Purtroppo per l'ennesima volta il doppiaggio italiano fa i suoi danni, coprendo con una vocetta fessa i toni sofferenti, bassi e rochi dell'originale.

 

La parte dell'investigatore, uomo di legge colto e curioso, quasi un precursore di Sherlock Holmes, è affidata al 32enne gallese Luke Evans, che nonostante la giovane età dona serietà ed autorevolezza al suo personaggio. Prestante, dallo sguardo magnetico e dalla voce netta e piacevole, ha già una lunga esperienza di attore teatrale. Dopo essersi fatto notare nel piccolo, delizioso TAMARA DREWE di Stephen Frears ha interpretato al cinema parti principali ma in pop-corn-movies non certo memorabili (è stato Aramis in I TRE MOSCHETTIERI e Zeus in IMMORTALS). Ora è nel cast della nuova Trilogia di Jackson LO HOBBIT, e questo darà senz'altro slancio alla sua carriera cinematografica.

Il padre della bella fanciulla rapita è l'irlandese Brendan Gleeson, un pilastro dello schermo britannico, per niente svantaggiato dal fisico massiccio che l'ha fatto imporre in parti di vilain, da GANG OF NEW YORK a IN BRUGES, o comunque fortemente caratterizzate in blockbuster internazionali (era Alastor Moody in HARRY POTTER) come in piccole produzioni indipendenti irlandesi e australiane. Instancabile, negli ultimi mesi lo si è già visto in THE GUARD (tradotto Un poliziotto da Happy Hour!!!), ALBERT NOBBS (era il dottore) e SAFE HOUSE (il viscido agente della Cia), anche qui dà come sempre il massimo.

 

Una piacevole sorpresa la bella Alice Eve, fin'ora in una manciata di piccole partecipazioni: non è la "solita bionda decorativa", è decisamente un'attrice completa nel disegnare un'eroina moderna pur negli abiti ottocenteschi mirabilmente sfoggiati.

 

Insomma un film piacevole, nonostante i personaggi schematici e la trama a tratti prevedibile (a parte il clamoroso colpo di scena dell'ultimo minuto), un gotico classico nel miglior senso del termine. Soprattutto si esce con una gran voglia di andarsi a comprare una biografia di Poe e di rileggere i suoi racconti, e non è poco.

 

                                       (recensione di MARINA PESAVENTO)

 

CAMERE DA LETTO al TRASTEVERE - recensione



Al Teatro Trastevere in Roma una platea colma di spettatori segue con attenzione una commedia degli equivoci tratta dall’omonima opera di A. Ayckbourn. “Camere da letto”, diretto da Marta Iacopini prodotta da Guido Lomoro.

 

Sul palco sono allestite tre camere da letto dove si intrecceranno le storie di quattro coppie, una diversa dall’altra. Tra equivoci, imprevisti e colpi di scena, le storie porteranno lo spettatore a guardare nel più profondo di se stesso. Incomprensioni, reciproche sopportazioni e abitudine sono gli argomenti affrontati, in modo brillante, dalla compagnia “Chièdiscena” dove, tra battute dolci-amare, tutto riesce a risolversi nel luogo dove inizia la coppia: il letto.

 

«Nella vita tutto passa, tutto cambia, tutto è provvisorio, ma la camera da letto è sempre lì ad accogliere la nostra essenza e a salvaguardare, vivere, sognare, a volte con fatica, l’unica cosa che muove noi e il mondo che ci circonda: l’amore», così ci spiega la regista Marta Iacopini che ha diretto magistralmente gli otto attori. Una commedia brillante e apprezzata dal pubblico in sala da un lungo applauso meritato. (DEBORA BELMONTE)

“Camere da letto”, spettacolo tratto dall’omonima opera di A. Ayckbourn, diretto da Marta Iacopini con la produzione di Guido Lomoro e sul palco Giovanna D’Avanzo, Alessandra Di Tommaso, Claudia Filippi, Cristina Longo, Francesco Del Verme, Guido Lomoro, Alessandro Morresi Zuccari e Daniele Trovato. In scena dal 20 al 25 marzo alle 21 e la domenica alle 18 al Teatro Trastevere in Roma.

MAD LOVE CIRCUS AL SALAUNO TEATRO

 

 Mad love Circus Al SalaUNo Teatro dal 23 al 25 marzo alle ore 21 sarà in scena l’uomo, con il suo assortito bagaglio di sentimenti e sorprendenti emozioni. Lo spettacolo è diretto da Giorgia Filanti. "9 attori, due musicisti, una ballerina si esibiranno in un circo folle di amore, pazzia, solitudine... vita e trasporteranno lo spettatore in un caleidoscopio coloratissimo! Questo circo non sarà fatto di clowns e acrobati ma dalla grande varietà di emozioni e sentimenti... umani." Ogni sera avremo l'onore di condividere il palco con guest a sorpresa!

Regia di Giorgia Filanti Con (in O.A.) Isabella Carle, Andrea Davì, Giorgia Filanti, Andrea Gherpelli, Serafino Iorli, Dario Eros Tacconelli, Carmen Tejedera Demiurgo Barbara Abbondanza un musicista Federico Carradini un altro musicista Fefo Forconi una tersicorea Emanuela Marcattilii più Guest a sorpresa

 

SalaUno Teatro P.zza Porta San Giovanni, 10

 

Info & Prenotazioni 06 88976626 (17,30 – 20,30) 340 6255075 info@salauno.it

Torna in scena MoonwalKing of Pop - tributo a MICHAEL JACKSON

Dopo i Sold Out di Roma (Teatri Brancaccio, Parioli, Olimpico) e Milano (Teatro Ciak), lo spettacolo torna in scena: sabato 3 marzo - Teatro Rosmini di Borgomanero (NO) - www.theatre4you.it venerdì 23 e sabato 24 marzo - Auditorium Paccagnini (MI) - www.auditoriumpaccagnini.it Lo spettacolo è prodotto da Soul Action e sarà ri-allestito con, il protagonista Andrea Zambaldi e un corpo di ballo di 10 elementi.

http://youtu.be/-s9V8uDSJ4U

NOTIZIE DEGLI SCAVI AL TEATRO LE SEDIE DI ROMA

Notizie degli scavi

di Franco Lucentini

 

 

 

Continua la ricca programmazione del Teatro Le Sedie di Roma. Dopo i diversi lavori teatrali, parte sabato 24 e domenica 25 marzo il ciclo delle letture. Il primo appuntamento è con Emanuele Salce, Gioia Montanari, Rodolfo Traversa e Francesca Biancat che leggeranno Notizie degli scavi, uno dei testi più significativi della letteratura italiana del Novecento.

 

Scritto da Franco Lucentini il testo affronta, attraverso una narrazione in prima persona, le vicende di un disagiato mentale che vive e lavora come tuttofare in un bordello di Roma. Soprannominato con atroce antifrastica “il professore”, l’ uomo, relegato ai margini della società dalla sua intermittenza intellettiva, riesce grottescamente a coronare l’amore con una prostituta sull’orlo del suicidio e ad imporre una sua semplificata ma significativa visione del mondo reale.

 

Un ironico apologo sulla mancanza di senso della realtà e quindi, di conseguenza, sulla validità di ogni sguardo, di ogni punto di vista, di ogni pensiero critico, anche il più marginale e sfasato, che Lucentini costruisce agendo in profondità sul linguaggio e sulla struttura sintattica delle frasi, tali da esprimere mimeticamente il groviglio mentale inabile e lampeggiante del protagonista, dando al racconto l’andamento di una farsa grottesca.

 

                                        Notizie dagli scavi

 

                                  Di Franco Lucernoni

 

 

con Emanuele Salce, Gioia Montanari, Rodolfo Traversa e Francesca Biancat

 

                                Regia Francesca Biancat

 

Lettura a cura del Centro di narrazione “Le sedie”

 

Cura del testo Francesca Biancat e Andrea Pergolari

 

                                          Teatro Le Sedie

 

 

Sabato 24 marzo ore 21.00

Domenica 25 marzo ore 17.30

                                

                                        Vicolo del Labaro 7


                         Prenotazioni: 3402325851

IL SOLDATO FANFARONE (MILES GLORIOSUS) MILANO 24 E 25 MARZO

                     

                    al teatro Alfredo Chiesa di Milano 24 e 25 marzo 2012

                    http://www.atrapalo.it/spettacoli/teatro-alfredo-chiesa_l17770/

MAMMA SEI SEMPRE NEI MIEI PENSIERI... SPOSTATI! - recensione



Simpatica, vera, genuina. Cinzia Leone è così da sempre ma forse ancora di più nel suo nuovo lavoro “Mamma sei sempre nei miei pensieri...spostati!”, andato in scena al teatro Ghione di Roma dal 6 al 18 marzo.

 

Un excursus esilarante sulla nascita del mondo, della vita, dove l'artefice è sempre la mamma. Un viaggio nelle ere storiche, dal protozoico al cenozoico passando per il mesozoico. Tutte ere che hanno una loro mamma anche quando la parola mamma non esisteva ancora e magari questa si chiamava “mammuth”. Dal brodo primordiale della mamma primordiale, ovviamente, ai tortellini di Giovanni Rana difficili da scongelare nell'era glaciale, in questo viaggio virtuale si cerca di far uscire quella parte di “mamma” che ognuno di noi si porta addosso. Quella parte responsabile delle angosce, delle paure, della paranoie che sin da bambini ci attanagliano. Dopo lo strepitoso successo sul palcoscenico romano, lo spettacolo che porta la firma della stessa Cinzia Leone aiutata nella regia da Fabio Mureddo, ha in programma una tournee che lo porterà  per i palchi di tutta Italia.

 

Il Ghione non voleva chiudere il sipario. Dopo gli applausi, gli inchini, la platea non ha accennato ad alzarsi e l'attrice ha dovuto esibirsi ancora. Ed è qui che ha dato il meglio della performance, un finale di piéce completamente improvvisato che ha esaltato e entusiasmato gli spettatori, svelando la bravura della mattatrice che riesce a stare dentro un canovaccio ma all'occorrenza sa sconfinarlo rendendo il tutto più brillante.

 

Cinzia – ci piace chiamarla così, in modo confidenziale -  in versione “madre” e “figlia” è da non perdere con la sua ironia romana, pungente e la sua tenacia da grande artista. (JESSICA ZECCHINATO)

IL CATALOGO da stasera al QUIRINO


dal 20 marzo al 1 aprile

Angelo  Tumminelli- Star Dust International srl

presenta

ENNIO FANTASTICHINI ISABELLA  FERRARI     

Il CATALOGO

-Aide Memoire-

di Jean Claude Carrière

scene e luci Massimo  Bellando  Randone       

costumi Sandra Cardini

musiche di Arturo  Annecchino                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                         

traduzione e regia di Valerio  Binasco




Il Catalogo di Jean Claude Carriére approda in Italia per la seconda stagione teatrale con la coppia Fantastichini –Ferrari con  la regia di Valerio Binasco.

Il Catalogo di Jean Claude Carriére con la traduzione e regia di Valerio Binasco approda in Italia per il secondo anno di repliche  prodotto da Angelo Tumminelli per la Star Dust International, vede come protagonisti Ennio Fantastichini ed Isabella Ferrari.

Questa storia, interpretata in Francia nel 1994 da Fanny Ardant e Bernard Giraudeau, ottenne grande successo di pubblico e di critica: Jean-Jacques (Ennio Fantastichini), giovane avvocato in carriera, noto Don Giovanni della Parigi bene, conduce una vita da scapolo esemplare, perfettamente organizzata tra ufficio, serate mondane e nottate con donne sempre diverse. Ha però un difetto: non ha memoria, ed è perciò costretto a catalogare in un album tutte le sue conquiste.

Un giorno piomba a casa sua Suzanne (Isabella Ferrari), una giovane donna alla ricerca di un certo Philippe Ferrand. La donna è stanca e senza troppi preamboli decide di installarsi a casa di Jean-Jacques sconvolgendo così l’ordine maniacale del suo monolocale e della sua vita Si tratta di un tragicomico incontro-scontro di universi paralleli e apparentemente estranei.  L’incomunicabilità, e dunque la solitudine, sono le due dimensioni in cui vivono i personaggi. “ La coppia Fantastichini-Ferrari rappresenta un binomio davvero perfetto - spiega il produttore Tumminelli -  artisticamente in grado di abbinare capacità, classe ed originalità. Sono due attori completi, una grande risorsa per il teatro italiano. Come del resto lo è Valerio Binasco, che ha firma la regia dello spettacolo”. “ Il Catalogo è una commedia delicata e divertente – scrive nelle note di regia Binasco. Il titolo (almeno in italiano) si ispira al Don Giovanni di Mozart, e la ragione è  tematica e musicale insieme: il dialogo scorre leggero e brioso come le ‘note bambine’ delle partiture settecentesche e il personaggio maschile si ispira -o almeno vorrebbe – al celebre seduttore. Questa commedia gioca con l’impossibile e con l’assurdo e l’autore sembra divertirsi molto a mandare a gambe all’aria le nostre pretese di vivere in una realtà ‘normale’. Il tema narrativo è di quelli molto cari al teatro e al romanzo tardo novecentesco: l’impossibile incontro tra un uomo e una donna. Tanto più fatale, quanto più imprevedibile. Per salvarsi dall’impossibile amore, i personaggi i si aggrappano in modo quasi ossessivo alla verosimiglianza dei dialoghi e delle situazioni, ma solo per approdare a un’atmosfera di intimità senza scampo, e tuttavia leggera e primordiale, dove la realtà si rivela per quella che è: una specie di prigione dell’anima. Da quel momento in poi, Il Catalogo, sembra un sogno. Sembra uno di quei film meravigliosi di certa Nouvelle Vague,  che si accanivano a scoprire l’assurdo delle storie d’amore , e di quell’assurdo finivano per innamorarsi e farci innamorare.  Tutto si gioca nel dialogo tra un solo uomo e una sola donna. C’è un mondo segreto, meraviglioso e senza colpe dentro di noi e solo l’amore e il coraggio che l’amore sa donare possono liberarlo. Sembra solo un gioco crudele, ma è un gioco divino. Perché l’amore è un Dio. Un Dio che si nutre delle nostre storie, dei nostri giochi, delle nostre fughe inutili e ci da in cambio l’unica vera bellezza della vita. Il terribile dio-bambino dell’amore si è certo molto divertito leggendo Il Catalogo”.


Jean-Jacques (Ennio Fantastichini), giovane avvocato in carriera, noto Don Giovanni della Parigi bene, conduce una vita da scapolo esemplare, perfettamente organizzata tra ufficio, serate mondane e nottate con donne sempre diverse. Ha però un difetto: non ha memoria, ed è perciò costretto a catalogare in un album tutte le sue conquiste. Un giorno piomba a casa sua Suzanne (Isabella Ferrari), una giovane donna alla ricerca di un certo Philippe Ferrand. La donna è stanca e, senza troppi preamboli, decide di installarsi a casa di Jean-Jacques sconvolgendo così l’ordine maniacale del suo monolocale e della sua vita. Si tratta di un tragicomico incontro-scontro di universi paralleli e apparentemente estranei.
L’incomunicabilità, e dunque la solitudine, sono le due dimensioni in cui vivono i personaggi.






Il Catalogo è una commedia  delicata e divertente.  Il suo titolo (almeno in Italiano ) si ispira al Don Giovanni di Mozart, e la ragione è  tematica e musicale insieme:  il dialogo scorre leggero e brioso come le ‘note bambine’ delle partiture settecentesche e il personaggio maschile si ispira -o almeno  vorrebbe – al celebre seduttore .  Questa commedia gioca con l’impossibile e con l’assurdo, e l’autore sembra divertirsi molto a mandare a gambe all’aria le nostre pretese di vivere in una realtà ‘normale’.  Il tema narrativo è di quelli molto cari al teatro e al romanzo tardo novecentesco: l’impossibile incontro tra un uomo e una donna. Tanto più fatale, quanto più imprevedibile.  Per salvarsi dall’impossibile amore, i personaggi i si aggrappano in modo quasi ossessivo alla verosimiglianza dei dialoghi e delle situazioni, ma solo per approdare a un’atmosfera di intimità senza scampo, e tuttavia leggera e primordiale,  dove la realtà si rivela per quella che è : una specie di prigione dell’anima.  Da quel momento in poi sembra un sogno, Il Catalogo. Sembra uno di quei film meravigliosi di certa Nouvelle Vague,  che si accanivano a scoprire l’assurdo delle storie d’amore , e di quell’assurdo finivano per innamorarsi e farci innamorare.   Tutto si gioca nel dialogo tra un solo uomo e una sola donna. Potremmo anche, forse, posporre l’aggettivo, e sono sicuro che non sbaglieremmo: Carriere ha scelto due persone tremendamente sole.  Sole senza neppure essersene accorte. Le fa incontrare nel momento in cui la loro vita sembra ormai assuefatta a tanta solitudine. Personaggi tanto distanti – lei è una disordinata ed evanescente ‘ragazza con la valigia’ alla Prevert, tenera e folle – lui , come si diceva, un Don Giovanni che nella vita ‘diurna’ fa il consulente legale, mimetizzandosi con l’umanità più normo-razionale  che ci sia -  potevano incontrarsi solo in forza di un equivoco.  E così sarà.  Luogo dell’equivoco : la casa di lui.  Ma la sua casa  è qualcosa di più di un semplice luogo – spazio scenico. E’ come se fosse un altro personaggio vero e proprio pure lei , anche  se – ovvio – non parla.  E’ ‘La Casa’, con le virgolette. E’ l’idea tutto sommato inquietante e pericolosa ( nel senso di infida ) che nell’immaginario collettivo specialmente femminile rappresenta La Casa Di Un Uomo. E lei – la protagonista- come in un sogno ci entra, se ne appropria, e con destrezza  la ruba.  E ‘ come se rubasse all’uomo l’idea stessa dell’intimità : così tranquilla , così disgustosamente maschile.  E’ un po’ una nemesi : il mito di Don Giovanni vuole l’aria aperta. L’avventura non è mai pericolosa per lui, lo è –al contrario - solo la sua casa :  se ci fate caso è proprio quando don Giovanni sta nella sua casa che si spalancano per lui le porte dell’inferno. Il vero don Giovanni odia stare al chiuso. I Piccoli e nevrotici don Giovanni moderni hanno invece belle casette che li salvano dall’avventura. E infatti in questa commedia - sto di nuovo parlando de Il Catalogo – l’Avventura è la donna. Lei rischia. Lei gioca il tutto e per tutto con la vita , anche quella degli altri. Lei è magicamente attratta dalla casa di lui, ci capita dentro per sbaglio ( ma chissà?) mentre cerca qualcun altro. Nelle case degli altri c’è qualcosa di magico ed oscuro che ci attira senza un perché.  (Coloro che amano e cercano il ‘perché’ delle cose, dovranno imparare a farne a meno, nel corso di questa  dolce e assurda commedia.)  Ma lei non si accontenta di rubare l’intimità della casa di lui : trova anche il suo ‘segreto nascosto’, un semplice taccuino, su cui è scritto un catalogo. Scopriamo però qualcosa di tutt’altro che semplice : questo piccolo segreto è la prova che  nel cuore di tutti noi c’è qualcosa di magico ed oscuro. C’è un segreto – bello o brutto non importa - che ci protegge dalla vita. Questo segreto è al sicuro dentro di noi, come noi dentro alle nostre case.  L’Uomo di questa commedia è come noi, ha la sua vita normale e il suo segreto  che lo protegge.  Nessuno si stupirà se aggiungo : lo protegge dall’amore. E da cosa ci proteggiamo tutti, sempre,  sennò?

 Come invece ‘sia’ la Donna di questa commedia, non si sa. Sembra immersa in qualcosa di segreto e tuttavia è forse la persona più limpida del mondo. Di lei sappiamo solo che ha scelto di vivere in modo opposto al ‘normale’. E’ un personaggio magico che emana insieme luce e oscurità, qualcosa di infantile e insieme di già morto. Sembra davvero, come si diceva, una delle ragazze ‘con la valigia, le ‘ragazze sotto la pioggia’, disperate e mai tristi, che cantava Prevert, negli anni ribelli e floreali della  nostra vita.

 C’è un mondo segreto, meraviglioso e senza colpe,  dentro di noi e solo l’amore e il coraggio che l’amore sa donare possono liberarlo. Sembra solo un gioco crudele, ma è un  gioco divino. Perché l’amore è un Dio. Un Dio che si nutre delle nostre storie, dei nostri giochi, delle nostre fughe inutili e ci da in cambio l’unica vera bellezza della vita. Il terribile dio-bambino dell’amore si è certo molto divertito leggendo Il Catalogo.

Valerio Binasco




ufficio stampa Teatro Quirino  
Paola Rotunno responsabile  339.3429716
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ORARI SPETTACOLI

dal martedì al sabato ore 20.45
giovedì 22, mercoledì 28 marzo ore 16.45
tutte le domeniche ore 16.45

INFO
botteghino 06/6794585
numero verde 800013616
mail info@teatroquirino.it



Mattia Pascal: “la terza morte del fu” al teatro Lo Spazio di Roma


Liberamente tratto da “Il Fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello

Drammaturgia e regia di Giovanni Avolio

Con Maria Grazia Adamo, Giovanni Avolio, Serena Borelli, Valeria De Angelis, Enrico Martucci

Disegno Luci Mauro Buoninfante

 

 

 

Un uomo ha perso la sua partita con la vita: una moglie che non ama più, una suocera che lo odia, un lavoro che lo annulla, i debiti che lo assalgono e invece … una mano fortunata al casinò ed una pazzesca notizia sui giornali: Pasca Mattia, lui stesso, è morto. Da qui inizia la sua assurda esistenza da non più vivo. Uno spettacolo nero, immerso nel tragicomico della vita, che cerca di indagare a fondo il grottesco e l’ironico del romanzo di Luigi Pirandello, esplorando le identità, i ruoli e le relazioni che tuttora governano le società. Dedicando quel giusto spazio ad una catartica vendetta.

 


"La scelta di una messa in scena di un romanzo e non di un testo teatrale, è legata alla volontà di creare uno spettacolo che indaghi l’opera in più dimensioni, attraverso la libertà data dal comporre una drammaturgia originale. La regia affronta il romanzo esaltandone i livelli mediante metafore sceniche che sottolineano le dinamiche sociali che caratterizzano la storia ed evidenziando i passaggi-chiave della vicenda, non solo da un punto di vista narrativo ma anche psicologico. Per permettere di fruire del lavoro in modo coinvolgente ed appassionante, l’indagine abbraccia il grottesco come registro fondamentale per la narrazione: ovvero la ricerca di ogni gesto e dinamica di quel momento, in cui il sorriso diviene lacrima e il pianto si scioglie in una risata. (Giovanni Avolio)

22-23-24 marzo alle 21,
domenica 25 marzo alle 17
 
 
al teatro Lo Spazio - via Locri n.42 - Roma

 

 

Un uomo ha perso la sua partita con la vita: una moglie che non ama più, una suocera che lo odia, un lavoro che lo annulla, i debitori che lo assalgono. Ed invece…una mano fortunata al casinò ed una pazzesca notizia sui giornali: Pascal Mattia, lui stesso, è morto. Da qui inizia la sua assurda esistenza di non più vivo.


Uno spettacolo nero, immerso nel tragicomico della vita, che cerca di indagare a fondo il grottesco e l’ironico del romanzo di Luigi Pirandello, esplorando le identità, le relazioni e i ruoli che tuttora governano le società. Dedicando quel giusto spazio ad una catartica vendetta.


I PRINCIPI CHE ERAVAMO da oggi al Teatro dell'Orologio sala Orfeo

Con il Patrocinio

 


 

Sbrenda Teatro e Marvuncanny

Presentano

 

I PRINCIPI CHE ERAVAMO

 

Teatro dell’Orologio Sala Orfeo

Via De’ Filippini, 17/a Roma Tel. 0668392214

 

Dal 20 marzo al 1 aprile 2012

Dal martedì al venerdì ore 21 sabato ore 18 e ore 21 domenica ore 18

 

Libera riscrittura dell’opera di Antoine de Saint-Exupery

 

PRIMA NAZIONALE

 

Con: Michele Balducci, Il piccolo Principe

Antonio Calamonici, Il maestro dei sogni

Enrica Nizi, L’assistente

Letizia Letza, La rosa

 

Regia: Francesco Piotti

Con le musiche originali di Mimosa Campironi

Tecniche digitali, Scenografia virtuale: Alessio Bianciardi

Assistente Scenografia Virtuale: Chiara Bertin

Scenografia: Daniele Spisa

Assistenti scenografia: EneasMedeot

Chiara Bertin

Costumi: Laura Chiusolo

Danila Del Percio

Assistente ai costumi: Viviana Crosato

Aiuto regia: Sergio Proto

Locandina: Paolo Moretti

 

 

La produzione:

Uno spettacolo prodotto dal Basso. è la storia di un camionista che decide di dare parte del suo stipendio per realizzare una favola, e questa favola dal 20 marzo sarà in scena al Teatro dell’Orologio!

 

Ufficio stampa: Francesco Caruso Litrico

069534893 - 3334682892 - fralit@alice.it

 

Un disegno di un bambino, che per gli adulti raffigura semplicemente un cappello, è destinato a farvi visita trasformandosi in una porta che aspetta solo di essere varcata, un uomo vivrà l’avventura, costellata di tramonti, gioie da riscoprire e identità da ritrovare. E quella rosa, unica al mondo e mai dimenticata, adesso è là davanti agli occhi, col cuore che pompa sangue blu per prendersene di nuovo cura.

Uno spettacolo realizzato con l’apporto della tecnologia digitale

 

 



 

Il Piccolo Principe l’ho immaginato come un viaggio interiore, un’avventura immaginifica alla riscoperta di sé.

Quando da piccolo, come molti, leggevo l’opera di Saint- Exupery era difficile non stare dalla parte di quel ragazzino biondo ed oggi mi chiedo cosa sia rimasto di quei valori nella società contemporanea, sull’orlo della bancarotta fraudolenta. Il Piccolo Principe dovrebbe tornare come gemma che opera dall’interno,per distruggere quelle corazze che il “sistema del cinismo” ha inalato spacciandole per elisir di successo e benessere.

Ho immaginato che due “creature” che abitano un paese lontano(ma più vicino di quanto si pensi) ci vengano a trovare, trasportandoci lungo un viaggio onirico nel “paese delle nostre meraviglie”, lontano anni luce dall’etica della finanza creativa, più vicino a quello che saremmo potuti essere.

La narrazione si poggia su due pilastri apparentemente contrapposti che convivono come anime diverse di una stessa persona: La tecnologia e l’artigianato, La scenografia virtuale e il teatro di strada.

Il mondo immaginario è costellato da animazioni fatte al computer, di ambientazioni nelle quali immergersi come in un sogno in 3D, mentre le due “creature” mettono in scena il mondo ed i suoi abitanti con espedienti da “baracconato teatrale” di Gilliamiana memoria. Come quando da bambini, un tavolino ed un ventilatore erano sufficienti per solcare lo spazio a bordo di una nave fantasma.

Un gioco; una messa in scena per ritrovare quella rosa perduta, abbandonata quando si è dovuti diventare “adulti”.

Ne nasce un Piccolo Principe rivisitato, rivoluzionato, spogliato da intenti retorici e pedagogici, pronto a far vivere a chiunque, la straordinaria avventura alla ricerca del Piccolo Principe che eravamo.

 (Francesco Piotti)

 

 

 

                             www.spettacolopiccoloprincipe.it

 

 

 

NEL NOME DEL PADRE - due recensioni



Sul palco del Teatro Antigone quella che sembra essere la cucina di un appartamento vuoto ospita La compagnia riflessa in uno specchio scuro con lo spettacolo Nel nome del padre di Luigi Lunari  per la regia di Stefano Mondini.


In scena un uomo e una donna si incontrano e, nonostante all’inizio sembrino così diversi, non passa molto tempo per capire le tante somiglianze delle loro vite. Ambedue figli di padri ambiziosi e pretenziosi. Da una parte Rosemary, portata in scena da una bravissima Maria Giordano, figlia di Kennedy e sorella del presidente assassinato e dall’altra Aldo, interpretato da un coinvolgente Stefano Persiani, figlio di un comunista che portava il nome di Palmiro Togliatti. I due scopriranno, con lo scorrere di un tempo indefinito, che le loro vite sono più simili di quanto pensassero. Prima restii al dialogo i due si abbandonano a confessioni intense su quello che da piccoli hanno vissuto: l’abbandono per Aldo, la lobotomia per Rosemary. Un passato che va raccontato perché solo se raccontato  potrà essere affrontato e rimosso per poter raggiungere una pace eterna e liberatoria.


Coraggiosa la scelta di Mondini nel portare in scena un testo così difficile come quello di Lunari. Ma la sua professionalità e sensibilità nel trattare temi di un certo spessore, già dimostrata in altri lavori come Ciao Pesciolino e La libertà passa di qui, gli permette di superare brillantemente  questa prova.

Merito anche di due bravissimi interpreti che mostrano di essere all’altezza di due personaggi complessi come Rosemary e Aldo. Una commedia sentimentale dove tra racconti toccanti e flash back di una vita passata nella disperazione e nella frustrazione si attraversa un viaggio ultraterreno toccante.


Uno spettacolo da non perdere. “Nel nome del padre” di Luigi Lunari, per la regia di Stefano Mondini,  con Maria Giordano e Stefano Persiani. Dal 14 al 18 marzo al Teatro Antigone a Roma. (DEBORA BELMONTE)

 

 

 

 

 

 

 

Ha emozionato il pubblico con Ciao Pesciolino e La libertà passa di qui ma ora Stefano Mondini per la prima volta si cimenta nella regia di un testo di cui non è autore.

 

Sceglie il Teatro Antigone per trasmettere emozioni, e sceglie due bravi attori come Stefano Persiani e Maria Giordano per scuotere gli animi con uno dei testi più intensi di Luigi Lunari: Nel nome del padre.


Sul palco del teatro di Testaccio accoglie i due personaggi che si ritrovano in un luogo non ben definito. Un limbo, un purgatorio dove possano redimersi per approdare ad una pace eterna. Ma questi due personaggi non hanno nulla da farsi perdonare, hanno solo bisogno di dimenticare il loro passato e per farlo devono affrontarlo.

Lunari, in quella che lui stesso definisce una commedia sentimentale,  dà vita all’incontro immaginario di un uomo e una donna realmente esistiti ma che non si sono mai incontrati. L’autore vede nelle loro vite tante somiglianze, li fa incontrare, li fa parlare. Mondini accoglie queste parole e le mette a disposizione del pubblico. A lui bastano un tavolo, due sedie, una poltrona e dei libri poi ci sono loro, gli attori, il testo e tutto funziona.

Un uomo e una donna, il loro incontro. Lui timido e impacciato, lei nervosa e scossa allo stesso tempo. Si conoscono, si presentano, si confessano.

Le provenienze geografiche sono diverse così come diversi sono i ceti sociali dai quali provengono. Due caratteri e temperamenti opposti che alla fine sfociano nelle stesse emozioni.

Rosemary e Aldo. Due nomi comuni appesantiti da  cognomi potenti. Cognomi pesanti come pesante è il loro passato.

 

Lui figlio di Togliatti, figura storica, comunista italiano, perseguitato politico, esule in Russia durante la guerra e lei la figlia del presidente Kennedy. Due vite apparentemente diverse ma segnate dalla grandezza, dalle idee e a volte dalle follie dei loro padri. Due figli schiacciati dalle ambizioni dei genitori. È proprio questo il tema attorno cui ruota tutto il lavoro.

 

L’ego dei padri che schiaccia i figli: il potere a tutti i costi per Kennedy e un mondo libero e giusto per Togliatti.

 

Straordinari i due interpreti: Stefano Persiani, nei panni di Togliatti,  sin dalle prime battute  mostra la sua indiscussa professionalità reggendo un personaggio difficile come quello di Aldo; e Maria Giordano che emoziona il pubblico nei panni di una donna segnata dall’autorità del padre.

 

Perfetta la scelta di Mondini di far rivivere i momenti del passato con dei flashback intensi e significativi accompagnati da un gioco di luci che sottolinea le emozioni del momento. Una scelta sostenuta perfettamente da Persiani e dalla Giordano che riescono in pochi secondi a calarsi nei panni dei genitori di Rosemary e Aldo e a tirar fuori la freddezza, la potenza, la determinazione di questi due padri; così come con forza fanno emergere la paura, l’insicurezza e la solitudine dei figli. Una prova non semplice da sostenere ma superata magistralmente. Un’ora e venti di spettacolo, di emozioni, di travolgimenti emotivi che permettono allo spettatore di viaggiare nel proprio animo e di intravedere in esso un Aldo e una Rosemary. (TULLIA COTINI)


http://www.teatroantigone.it/web/index.php?option=com_content&view=article&id=134:nel-nome-del-padre&catid=38:descrizione-spettacoli&Itemid=106  

 

PER SCRIVERCI

Blog di comunicati stampa e recensioni teatrali, cinematografiche e musicali.

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il blog personale e professionale di Andrea Daz è  http://andreadaz.blogspot.com

 

 

 

L'OMBELICO DI ALVISE di Claudia Porta regia di Luca Ligato - ritorna a Milano



                                                    con Alessia Bedini e Stefano Pirovano

http://www.facebook.com/events/346364758740918/ 

Ritorna dopo il debutto dello scorso 20 Febbraio all'Arci Cicco Simonetta, ritorna per altre due date a Milano: "L'Ombelico di Alvise"!

Alvise e GAla: due mondi imprescindibili eppure tanto diversi: lui, dolce, sensibile e tanto timido, lei, sola, disperata, con un'incredibile voglia di sentirsi desiderata. Se si pronuncia il loro nome in un unico fiato, AlviseeGala, è come una formula magica pronta a donare alle loro vite un senso assoluto e indescrivibile, una chiave per universi sconosciuti, come quello che si nasconde dentro l'ombelico di Alvise. Un ombelico qualunque se non fosse che Gala, riesce ad inserire, al suo interno, qualsiasi tipo di oggetto.

Tratto dall'omonimo racconto di Claudia Porta, lo spettacolo, totalmente autoprodotto, i snoda in non luoghi attraverso una resa scenica completamente caratterizzata dalla bidimensionalità e l’inesistenza di ciò che è reale. Cos’è in fondo la realtà se non un insieme di regole e precetti che servono soltanto a reprimere le nostre pulsioni e stringere i nostri sentimenti in una morsa troppo stretta che non permette di abbandonarsi ai sensi. Una realtà di cui Alvise e Gala si accorgono di non voler più farne parte. 

"L'ombelico di Alvise" è la storia di un vero amore e di un ombelico, pronto ad accogliere tutto quello che di meraviglioso c'è nella vita. Una pièce, soave e malinconica di due individui in cerca della loro dimensione, del loro posto nel mondo.

                                                   PER INFO E PRENOTAZIONI: info@isolacasateatro.org


L'Ombelico di Alvise
di Claudia Porta

regia di Luca Ligato

responsabile organizzazione-produzione Monica De Giuli

con Alessia Bedini e Stefano Pirovano

scenografia: Giovanna Angeli
cotumi: Carla Goddi
musica: Alberto Campi

foto di locandina: Andrea Morando

Si ringrazia Simona Maria Frigerio e Persinsala.it

 


http://teatro.persinsala.it/lombelico-di-alvise-diadio-di-bordo/4493 
http://www.youtube.com/watch?v=-StqF9cvNwU&feature=player_embedded 

Ingresso: 5 euro + tessera associativa

Sabato 17 e Domenica 18 Marzo, ore 21.00
Isola Casa Teatro
Via Jacopo Dal Verme, 16 - Milano -

SOPHIE21 di e con Alessandra Della Guardia


spettacolo teatrale ispirato alle vicende di Sophie Scholl e ai fatti storici del movimento de "la Rosa Bianca"


con la collaborazione di Federico Palmerini

credits: TeatroArgotStudio, Spazioxygene.
 
 

Drammaturgia ispirata alle vicende di Sophie Scholl e ai fatti storici del movimento de "la Rosa Bianca" nella Germania del ’43, intrecciata con le voci dei giovani di oggi. Esistono ancora ideali e desideri che rappresentino bisogni effettivi? Se esistono, cosa si sarebbe disposti a sacrificare per essi? Monaco , 1943. Una ragazza ventunenne appartiene a un piccolo gruppo di resistenza noto con il nome di La Rosa Bianca. La studentessa sta posizionando dei volantini all’Università quando viene sorpresa insieme a suo fratello: immediatamente viene arrestata dalla Gestapo, processata senza possibilità di difendersi e ghigliottinata dopo poche ore. Gli ideali di libertà le costano la vita. Da questa storia, troppo poco conosciuta ma vera, parte questo studio teatrale che vuole informare e far riflettere. Un punto di vista, dettato dalle immagini, che si è creato durante l’avvicinamento, sempre più stretto, con i documenti e le testimonianze reperiti durante il percorso di ricerca.


18-19 marzo ore 21:30

La Riunione di Condominio RdC,  
via dei Luceri 13

 Ingresso al locale con tessera E.N.A.L.  5 euro
biglietto gratuito con uscita a cappello , a sottoscrizione libera.

 

 

http://www.facebook.com/pages/Sophie21/166742956761583

http://www.teatridicartapesta.com/2011/06/argotmentando-nuove-direzioni-e.html

selezionato da"Sipario"del corriere.it Corriere della Sera per la scena romana 

http://roma.corriere.it/roma/notizie/arte_e_cultura/12_marzo_12/sipario-appuntamenti-scelti-12marzo-2003642213448.shtml
http://www.teatroecritica.net/2011/11/stagione-2011-2012-di-riunione-di-condominio-di-roma/

http://www.teatroecritica.net/2011/11/stagione-2011-2012-di-riunione-di-condominio-di-roma/

SANTA GIOVANNA DEI MACELLI - recensione



SANTA GIOVANNA DEI MACELLI

di Bertolt Brecht

regia di Luca Ronconi

al Piccolo Teatro di Milano fino al 5 aprile


Prima di iniziare una precisazione: questa recensione si basa soprattutto sulla mia visione del secondo tempo di SANTA GIOVANNA. Mi spiego: lo spettacolo (piuttosto lungo, 3 ore con l'intervallo) iniziava alle 19,30; arrivando a teatro un quarto d'ora prima ho avuto un brivido nel vedere sul marciapiede torme di ragazzini: ero incappata in una "scolastica"! In effetti da parecchio tempo al Piccolo non si davano "classici", o forse ultimamente ero stata semplicemente fortunata, ma questa volta mi è andata male, e pur avendo un ottimo posto centrale in seconda fila di galleria mi è stato letteralmente impossibile seguire lo spettacolo come avrei voluto.
Nonostante le ripetute sollecitazioni i telefoni cellulari sono rimasti accesi, e la cinquantina di adolescenti che mi circondava, tranne due, che giocavano a carte sugli scalini, ha passato TUTTO il tempo a chattare, twittare e scambiarsi sms, accompagnati da borbottii e risatine, dandomi l'impressione di trovarmi su di un prato con intorno una miriade di lucciole lampeggianti e molto rumorose. E come al solito insegnanti e genitori accompagnatori si erano infrattati in platea e non si sono più visti. Per fortuna (!) verso le 20,30 è iniziata una partita di calcio (credo fosse Milan-Arsenal) e almeno i maschi si sono messi in religioso silenzio ad ascoltare la radiocronaca con le cuffie, mentre le femmine sbuffavano contrariate per l'improvviso palese disinteresse nei loro confronti.
Quando Iddio, e Ronconi, hanno voluto la prima parte dello spettacolo è finita e mi sono precipitata in platea, dove fortunatamente c'erano alcuni posti vuoti e sono stata accolta con solidarietà da altri spettatori, anche loro transfughi dalla disastrata galleria.

SANTA GIOVANNA DEI MACELLI fu scritto dal 32enne Bertolt Brecht, fresco del successo ottenuto con L'OPERA DA TRE SOLDI, fra il 1929 e il 1930, immediatamente a ridosso cioè di quel crollo di Wall Street che produsse un decennio di crisi economica generalizzata, con chiusura di fabbriche, disoccupazione, fuga dalle campagne, miseria, che condurrà infine alla seconda guerra mondiale.
L'ispirazione gli venne dal personaggio di Giovanna d'Arco, a cui si deve il nome della protagonista Johanna Dark, sia nella versione classica di Schiller che in quella moderna di G.B. Shaw. Al personaggio della suffragetta nella commedia IL MAGGIORE BARBARA di quest'ultimo si deve in parte la caratterizzazione di Giovanna. Fondamentale fu poi la lettura del romanzo-documento THE JUNGLE, pubblicato da Upton Sinclair (autore del coevo IL PETROLIERE) nel 1905, nato dalla rielaborazione di una serie di suoi articoli giornalistici ambientati nel "ventre" di Chicago.

Siamo ai tempi di Al Capone, 50 anni dopo il grande incendio: Chicago ha 3.300.000 abitanti di cui il 77% immigrati di prima o seconda generazione; è da tempo lo snodo ferroviario più importante degli Stati Uniti, è sede della principale borsa delle materie prime, e il solo quartiere dei mattatoi dà lavoro ad oltre 70.000 operai.
La vicenda si svolge nel pieno di una lotta finanziaria e di potere fra il magnate della carne in scatola Pierpont Mauler e i suoi concorrenti. Pur di riuscire ad avere il monopolio del mercato Mauler è perennemente sull'orlo del fallimento e specula sul prezzo dei bovini, vendendo quando il mercato è alto e comprando quando è basso, accaparrando e svendendo, senza preoccuparsi minimamente di quelli che sono di volta in volta suoi soci o suoi concorrenti; per non parlare dei piccoli investitori, degli allevatori di bestiame e naturalmente degli operai, a cui non si fa scrupolo di abbassare a suo piacere i salari e prolungare gli orari di lavoro, seguendo i consigli e le direttive di misteriose lettere che gli arrivano direttamente da New York.
Giovanna Dark ha 25 anni, è una "giovane virtuosa" appartenente al movimento dei Cappelli Neri, che predicano la fede in Dio, la rassegnazione e la pace sociale, e con canti biblici e saltuarie distribuzioni di zuppa annacquata cercano di dare un po' di conforto agli operai prima sfruttati e poi licenziati, dopo che le fabbriche di carne in scatola hanno chiuso perché la gente non ha soldi da spendere; ai poveri abbrutiti dall'alcol e dalla miseria, pronti, come la vedova di un operaio tragicamente morto sul lavoro, a vendere il proprio silenzio per due dozzine di buoni pasto.
Dietro i suoi discorsi altisonanti da benefattore dell'umanità in quanto creatore di ricchezza e di posti di lavoro, Mauler è un pescecane dai modi da bandito; ma è incuriosito da questa ragazza che cerca di porsi come intermediaria, decisa a convertire i ricchi reprobi ed a soccorrere e consolare i poveri. Giovanna all'inizio si fa ingannare dall'interesse di lui per la sua missione: ma prende sempre più coscienza delle ragioni della miseria che la circonda, e alla fine si rende conto che il ricco assegno che Mauler le ha dato per le sue opere di beneficenza è in realtà una "tangente" per i Cappelli Neri, affinché collaborino ad ostacolare il previsto grande sciopero operaio.
Restituisce l'assegno e per ricompensa viene scacciata dai suoi; sorretta com'era solo dalla fede, muore di fame e di freddo. Mauler, che sembrava rovinato, riceve dai burattinai di New York le dritte giuste e a dispetto di tutti torna a galla; e fa in modo che Giovanna, dimenticata dai poveri, sia osannata e santificata dai ricchi, che per interesse stravolgono ai loro fini il suo martirio.

Santa Giovanna dei Macelli fu data per la prima volta alla radio nel 1932 e per poche repliche a Copenhagen nel 1935. Poi silenzio fino alla prima "ufficiale" ad Amburgo nel 1959, tre anni dopo la morte di Brecht; d'altronde nella storia ci sono il Capitale, la Chiesa e il Proletariato, ed è stata scritta durante l'ascesa del nazismo da un autore che si stava avvicinando al socialismo: piuttosto pericolosa, insomma. L'interpretazione marxista ufficiale del testo ai tempi dei due blocchi era basata proprio sulla sovrapposizione alla trama delle fasi canoniche della caduta del capitalismo: fine della prosperità - sovrapproduzione - crisi - stagnazione, a cui dovrebbe seguire l'apoteosi della rivoluzione proletaria; ma non qui.
E' un testo amaro, difficile e complesso, sicuramente di non facile realizzazione, ed è forse dovuto anche a questo il numero relativamente basso di messe in scena, almeno in occidente, rispetto ad altre opere di Brecht. Ma i due protagonisti Giovanna e Mauler sono sicuramente pietre miliari del teatro del '900.
Tutto il testo, mai retorico, è pieno di personaggi fortemente caratterizzati fra l'espressionistico e il grottesco: dai capitalisti, i soci-concorrenti di Mauler, molto simili ai criminali legati al potere politico de L'OPERA DA TRE SOLDI, ai poveri, operai, invalidi, disoccupati, squali anche loro, pronti a vendersi l'un l'altro per restare a galla un giorno di più, agli stessi Cappelli Neri (definizione satirica data da Brecht all'Esercito della Salvezza), bigotti untuosi e opportunisti: tutti sono ritratti impietosamente con lo stesso pennello immerso nell'inchiostro più nero.

L'unica che spicca, luminosa, è Giovanna, generosa e dalla volontà indomita, fragile vittima designata di un compito troppo grande, come tutti gli idealisti tristemente destinata alla sconfitta.
Di lei Maria Paiato dà un'interpretazione gentile nel gesto e nell'intonazione, infantile quasi nella sua fiduciosa ingenuità, dignitosa nell'accettazione del suo triste destino finale.
Paolo Pierobon è un Mauler dirompente e volgare, brutale ed atletico, logorroico ed inarrestabile, una prova faticosissima per lui, ma entusiasmante per lo spettatore.
Francesca Ciocchetti è la signora Luckerniddle, vedova dell'uomo caduto nel tritacarne e diventato salsicce che accetta come risarcimento 20 pasti caldi, alcolizzata e miserabile fino all'abiezione: ne dà un'interpretazione realistica e asciutta, senza cadere nelle trappole del ridicolo o, peggio, del patetismo.
Gianluigi Fogacci è l'operaio che invoca giustizia e lavoro che, filmato e proiettato su di un grande schermo dà, moltiplicato, le sembianze ad una sorta di Quarto Stato.
Fausto Russo Alesi è il socio e anima nera di Mauler, che lo tradisce provocandone la caduta.
E poi Roberto Ciufoli, Alberto Mancioppi, Giovanni Ludeno, Michele Maccagno, Francesco Migliaccio, Massimo Odierna, Elisabetta Scarano, tutti all'altezza. E i ragazzi della Scuola del Piccolo Teatro.

La scena di Margherita Palli nasce molto complessa per dare un effetto di grande semplicità e fluidità alla regia di Luca Ronconi: un praticabile con dei binari su cui scorrono enormi lattine di carne in scatola, che fanno di volta in volta da trappola o da piedistallo ai lupi del capitale. Grandi schermi su cui vengono proiettati da grandi macchine vecchio stile, ingranditi e a volte moltiplicati, i volti o le figure degli attori che recitano brechtianamente i loro monologhi rivolti al pubblico. Un enorme dolly manovrato a mano e a vista che trasporta gli attori, dominando imponente la scena.
Grande austerità dà all'insieme la scelta del regista di rinunciare alle ironiche musichette originali, sostituite invece dai "4 Pezzi Sacri" di Giuseppe Verdi: degna cornice ad una grottesca tragedia che non appare poi così lontana dal mondo di oggi.

(MARINA PESAVENTO)

NEMA-PROBLEMA - recensione



Nema problema (Storia di un ritorno)

di Laura Forti

regia di Pietro Bontempo

con Giampiero Judica

Produzione Fondazione Teatro Due di Parma


All'Elfo-Sala Bausch di Milano dal 13 al 18 marzo


La scrittrice e drammaturga Laura Forti nei suoi testi ha sempre affrontato temi non facili: in LE NUVOLE TORNANO A CASA (1998) ha parlato dell'immigrazione albanese; in PESACH (premio Ugo Betti 2001) di disgregazione della famiglia; in ANTIDOLORE (2004) di eutanasia; in BLU (2008) di aborto; e in questo NEMA PROBLEMA (2006) dell'ormai dimenticata guerra in Jugoslavia.

"Come si fa a raccontare la guerra, a sentire il dolore, a calarsi nell’esistenza spezzata di chi soffre? Davanti alle tragedie, alla shoah o alle migliaia di vittime della fame e dei conflitti attualmente in corso in tutto il mondo, proviamo un pathos generico: li percepiamo come massa, come cosa distante da noi e dalle nostre vite ordinate. Sono lì, da qualche parte, lontano nel tempo e nello spazio e pensare per un attimo che questa massa generica sia composta da persone reali ci schianterebbe di colpo la corazza, sarebbe uno strazio, una vergogna troppo grandi. Così restano corpi ammassati senza nome, e per noi che guardiamo il mondo dalla finestra della televisione, seduti nelle nostre case, sono immagini virtuali rubate ai telegiornali, cifre e statistica. Questa storia ha molto a che fare con quel mondo che sta fuori, dall’altra parte dello schermo.
E' una storia vera, me l’ha raccontata un mio amico che l’ha vissuta e parla di una guerra, quella che c'è stata a partire dal '92 nella ex Jugoslavia, e di come lui, a ventitre anni, per puro caso, si sia ritrovato a combatterci. All'inizio, è un ragazzino, con la macchina fotografica, un bauscia come lui stesso si definisce in dialetto milanese, che pensa che la guerra sia un reportage alla Robert Capa, tante immagini forti in bianco e nero. Poi, giorno dopo giorno, inizia una sua personale discesa all'inferno e nel dolore vero: i massacri dei villaggi, i tradimenti, l'odio della gente, i crocifissi sradicati, le moschee profanate, il tenere in braccio un compagno che muore. Tutte cose che non capitano a chi sta alla finestra.


Quello che mi ha colpito nella sua storia, a parte l'orrore degli episodi che mi raccontava - un orrore a cui, come ho detto, siamo ormai terribilmente abituati e anche "anestetizzati" - è stato però il "dopo", quello che è successo quando è tornato a Milano: il suo chiudersi in casa a guardare il muro, il suo vedere immaginari cecchini sui tetti delle case, il rifiuto di prendere i farmaci per il bisogno rabbioso di ricordare, il volere che gli altri gli facessero una domanda, che rompessero il muro di indifferenza e il bisogno di scappare al parco per rinchiudersi in una campana di silenzio. Mi chiedevo, come si fa a riprendere vita e giovinezza, dopo che hai visto la morte e la crudeltà, dopo che hai assistito a quello che può fare di orribile un essere umano ad un altro essere? Non so se una ferita come la sua guarirà mai, non so se sia possibile tornare alla propria vita e salvarsi, una volta che la corazza è forata e il dolore ci ha morso. Ci sono riusciti i sopravvissuti ai lager? Voi ci riuscireste, io ci riuscirei?" (Laura Forti)






Tutto si può dire di NEMA PROBLEMA tranne che sia "bello": è violento, è choccante, è ripugnante, è impietoso. E' un'esperienza sensoriale totalizzante, tanto ci si trova immersi da subito, senza un crescendo, nei rumori e negli odori della guerra. E' una riflessione politicamente scorretta sulla ferocia umana e sull'impossibilità di sopravvivere all'orrore. E' il racconto in prima persona di una vita  spezzata, la storia vera di un giovane uomo che in pochissimi anni si è trasformato da fotografo in assassino, e si ritrova quasi vecchio, per come è passato attraverso assalti e fughe, odi e vendette, e bestiali, indicibili, inconcepibili crudeltà; squassato dal rimorso non per le tante, troppe morti che ha visto e provocato, ma per quei due ragazzini di 16 anni che ha ucciso per sopravvivere. Eppure, incredibilmente, oggi non vuole dimenticare, quell'esperienza gli manca, perché mai come allora si era sentito vivo.

Giampiero Judica recita questo monologo dal 2008 e si percepisce che gli è ormai entrato sotto la pelle: ne dà un'interpretazione sconvolgente, offrendosi da solo davanti alla platea illuminata da luci crude e livide, il corpo scosso da tremiti e tic, somatizzando rabbia e sensi di colpa che esplodono in un flusso martellante e ininterrotto di parole spezzate, e biascicate, e urlate, ad interpretare con tutto il corpo il dolore e la disperazione di un rimorso irredimibile. E' solo, su di un palco nudo, senza l'appoggio di una scena, di un oggetto qualsiasi a cui aggrapparsi, se non le parole, scritte non con la testa o col cuore, ma davvero con il sangue e il sudore e le lacrime.

(MARINA PESAVENTO) 

L'UOMO DELLA SABBIA al COMETA OFF di Roma

 

 

COMETA OFF

 

LET – Liberi Esperimenti Teatrali VIII edizione

 

 

dal 16 al 18 marzo 2012

 

 

Una produzione I Magi srl

 

 

L’UOMO DELLA SABBIA

 

 

Ispirato al racconto di E.T.A. Hoffmann


 

testo e regia

 

 

Luca De Bei


 

 

con:

 

 

Mauro Conte

 

Riccardo Francia

 

Fabio Maffei

 

Giselle Martino


 

 

Costumi: Lucia Mariani
Luci: Marco Laudando
Grafica: Paolo Camilli
Foto di scena: Pietro Pesce

 

 

 


Nell’ambito della VIII edizione di LET – Liberi Esperimenti Teatrali, sarà in scena al Cometa Off dal 16 al 18 marzo, L’UOMO DELLA SABBIA, ispirato al racconto di E.T.A. Hoffmann, testo e regia di Luca De Bei con: Mauro Conte, Riccardo Francia, Fabio Maffei, Giselle Martino.

L'uomo della sabbia è uno dei racconti più potenti e inquietanti della narrativa del fantastico di inizio '800. Non per niente Freud lo citerà nel suo saggio sull'arte "Il Perturbante". Racconto sulla forza dell'irreale, sul potere prevaricante dello sguardo, sull'ambiguità della visione quotidiana, "L'uomo della sabbia" si presta perfettamente ad un'elaborazione drammaturgica. Elaborazione in cui l'inconscio, il mistero, la pulsione di morte, il delirio distruttivo ma anche l'aspirazione al sublime si possono tradurre in azioni sceniche proposte allo spettatore come esperienza non solo voyeuristica ma anche sensoriale. Tutto ciò per dimostrare come nell'uomo di oggi alberghino gli stessi fantasmi, la stessa inquietudine del vivere, la stessa pericolosa immaginazione che si sviluppano e crescono nell'animo del protagonista Nathaniel.



Luca De Bei

Diplomato alla scuola di recitazione del Teatro Stabile di Genova, è anche drammaturgo, regista e sceneggiatore. Tra i suoi testi: “Buio Interno”, “Un cielo senza nuvole”, “La spiaggia”, “Un cuore semplice” (ispirato al racconto di Flaubert), “Cellule”. Nel 2001 vince il Premio Flaiano e nel 2002 il Premio Europeo per la drammaturgia del Festival di Heidelberg. Con “Le mattine dieci alle quattro” vince nel 2010 il Premio Golden Graal per la regia e nel 2011 il Premio Le Maschere del Teatro come miglior novità italiana. Nel novembre 2011 presso la rassegna de I Lunedì di Artisti Riuniti al Piccolo Eliseo Patroni Griffi, ha presentato il suo nuovo testo dal titolo: “Di notte che non c’è nessuno”.

 

 

 

Ernst Theodor Amadeus Hoffmann

(Königsberg, 24 gennaio 1776 – Berlino, 25 giugno 1822) è stato uno scrittore, compositore e giurista tedesco, esponente del Romanticismo. Esperto ed originale compositore, scambia nel 1812 il suo terzo nome, Wilhelm, con quello di Amadeus in onore a Mozart, suo modello e diventa compositore. È così l'autore di numerose opere, in particolare Undine, tratto da un racconto del suo amico Friedrich de la Motte Fouqué, ma anche di opere vocali e strumentali. Come avvocato è al servizio dell'amministrazione prussiana dal 1796 al 1804, poi dal 1814 fino alla morte. È anche disegnatore e pittore e la sua indipendenza e il suo gusto della satira gli causano più volte serie noie presso i suoi superiori, di cui non esita a fare una caricatura. Conosciuto sotto il nome di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann o di E.T.A. Hoffmann, inizia la sua carriera letteraria come critico musicale. Autore di numerosi racconti e romanzi, la sua opera principale è Il gatto Murr. Diventa una delle principali figure del Romanticismo tedesco n Francia nel decennio del 1820, e ispirazione di numerosi artisti in Europa così come nel resto del mondo.



Teatro della Cometa off

Sala  (80 posti)

Via Luca della Robbia, 47 Roma,

Programmazione  da: Venerdì 16/03/2012  a Domenica 18/03/2012  - da Ven. a  Dom. ore 20.45 – Domenica doppia replica con pomeridiana alle 17,30


 

Nel nome del padre al Teatro Antigone

La Compagnia

riflessa in uno specchio scuro


presenta


 

Nel nome del padre

 

 

 

di Luigi Lunari

 

 

 

Regia di

Stefano Mondini


 

 

con

Maria Giordano

Stefano Persiani



 

 

 

Dal 14 al 18 marzo 2012


 

 

 

Teatro Antigone

Roma - Via Amerigo Vespucci 42


 


 

Figli schiacciati dalle ambizioni paterne. Ruota attorno a questo tema Nel nome del padre, i testo di Luigi Lunari che La Compagnia riflessa in uno specchio scuro porta in scena al Teatro Antigone di Roma dal 14 al 18 marzo. A dirigere Stefano Persiani nei panni di Aldo e Maria Giordano in quelli di Rosemary è Stefano Mondini.


Un uomo e una donna sono i protagonisti di questa profonda commedia sentimentale. I due si trovano in un luogo misterioso che presto si rivela come una sorta di purgatorio. Entrambi devono liberarsi dei loro drammatici ricordi per approdare ad una meritata pace eterna. Provengono dai poli opposti della nostra società: lei figlia di Kennedy e sorella del presidente assassinato, lui figlio di Palmiro Togliatti, figura storica, comunista italiano, perseguitato politico, esule in Russia durante la guerra. Ambedue hanno pagato un durissimo prezzo alla personalità e alle ambizioni – pur così diverse – dei loro genitori, dai quali sono rimasti irrimediabilmente schiacciati. Dramma “sentimentale”, che si conclude con il “lieto fine” di una unione tra le due anime e nel loro comune addormentarsi nella morte. Un testo profondo carico di significazioni umane e anche politiche.





Quando mi è stato proposto di mettere in scena questo testo ho dovuto farlo scendere in fondo al mio senso critico, togliergli gli strati che lo compongono per arrivare al cuore del testo. Due super uomini (nel senso della personalità, dell’ego) su sponde ideologiche totalmente opposte, l’uno capitalista che definirei integralista, così come l’altro comunista radicale. Rappresentano gli emblemi di due idee di società che hanno avuto molti seguaci. Due grandi uomini, ammirati, invidiati, che conquistavano il cuore della gente, impegnati fino in fondo nella loro personale lotta per imporre alla società il loro modello ideale. Qui vengono rappresentati come esseri umani, come genitori attraverso le voci, i corpi, le testimonianze dei loro figli che non hanno sopportato il peso di tanto ego. Schiacciati, stritolati fino alla follia dai rispettivi padri. Ideali diversi, ma dimensione umana simile, se non identica, che li accomuna nella loro colpa più grande: aver trascurato, vessato, ignorato, distrutto i loro figli più deboli, immolandoli all’altare del loro ego. Due attori che portano in scena i due poveri figli (Rosemary e Aldo) cercando, stavolta, di immolare i loro padri all’altare del pubblico disprezzo raccontandoli con asciuttezza quasi crudele, attraverso le loro debolezze che spesso sono le nostre. (Stefano Mondini, regista)





Nel nome del Padre

di Luigi Lunari

con Maria Giordano e Stefano Persiani

Regia di Stefano Mondini

Aiuto Regia Carlotta Guida

Luci ed audio Marco Fumarola

Riprese video Paolo Persiani


Teatro Antigone

Dal 14 al 18 marzo 2012

Via Amerigo Vespucci 42

Tel. 335-7896542 e 349-2347494

info@teatroantigone.it


DUE FRATELLI al Nuovo Colosseo di Roma


Omega Teatro


Presenta


DUE FRATELLI

tragedia da camera in cinquantatre giornI

di

Fausto Paravidino

Con

Viola Carinci, Luciano Falletta, Luigi Rausa

Regia

Salvatore Solida



Dal 21 al 25 marzo 2012

TEATRO NUOVO COLOSSEO

VIA CAPO D’AFRICA 29a



Da mercoledì 21 marzo sarà in scena al Teatro Nuovo Colosseo di Roma Due Fratelli tragedia da camera in cinquantatre giorni. Lo spettacolo, interpretato da Viola Carinci, Luiciano Falletta e Luigi Rausa, diretti da Salvatore Solida, sarà in scena fino a domenica 25 marzo.


Il testo, che insignito del Premio Ubu e del Premio Riccione, rivelò nel 1999 all’Italia e all’Europa il talento straordinario di un giovane Fausto Paravidino, racconta la storia di due fratelli molto diversi tra loro: Boris e Lev. Ad accomunarli Erica che cambierà la vita di entrambi e con la quale i due ragazzi svilupperanno un mènage a trois destinato a finire in tragedia.


Tutta la storia, concentrata come ci suggerisce il titolo, in cinquantatre giorni, si sviluppa in un’angusta cucina. Da quest’ ambientazione emergono gioie, dolori, risate e pianti dei tre giovani protagonisti. Il loro sforzo di condurre una vita normale sfocia in un tremendo disastro, dove a fallire non è un singolo personaggio, ma l'uomo nella sua più grande accezione. Un affresco di vita comune ma non banale, da cui emergono vari interrogativi sull'amore, sulla morte e sulla vita. Una vita che, come il teatro, possa salvarci dalla banalità e dall’incoscienza.


 


L' Omega Teatro nasce nel 2012 dall'incontro di un giovane attore, Luciano Falletta e un grande regista d'esperienza, Salvatore Solida (tra le sue regie ricordiamo Non posso c’è toro seduto di Mario Piave  al Teatro Parioli; Alibi per il tetrarca di Bruno Cagli al Teatro Eliseo e Il gran cerimoniale di Arrabal andato in scena per tre anni consecutivamente al Teatro Tordinona). In realtà i due si incontrano molto prima nel 2006 al teatro stabile di Palermo, dove Falletta frequenta la scuola di recitazione e Solida è invitato per fare uno stage. Tra i due nasce subito una buona intesa, e a pochi mesi di distanza debuttano con uno spettacolo "Fiori di carta", titolo che darà il nome anche alla compagnia siciliana di cui Solida diverrà supervisore.


Negli anni successivi il giovane attore frequenta L'Accademia Nazionale D'Arte Drammatica Silvio D'Amico, non perdendo mai i contatti con il Maestro incontrato a Palermo. Entrambi capiscono che l'unione di un giovane volenteroso e un professionista con anni di pratica alle spalle è un punto di forza più che sufficiente per cominciare insieme un percorso lavorativo: organizzano uno stage dove Solida sceglie come nuovo membro nascente della compagnia una giovane attrice romana, Viola Carinci, anche lei diplomata all' Accademia D' Arte drammatica Silvio D'Amico (danzatrice, cantante e coprotagonista del film I'm David con la regia di Paul Faig).


I tre decidono di fondare l'Omega Teatro e cominciare un nuovo percorso di ricerca e, per farlo, invece della grande città, scelgono una città di provincia, per poi approdare nella capitale. Solida sceglie di cominciare il suo percorso con una trilogia sul disadattamento dei giovani e porterà in scena Due Fratelli di Paravidino, testo vincitore del premio Ubu e del premio Riccione, una Corda per il figlio di Abele di Anton Gaetano Parodi e Sapore di Madre, un riadattamento tratto dal Gran Cerimoniale di Arrabal. I ragazzi seguono ciò che dice il maestro:Rappresentiamo Quello che viviamo senza nessuna supponenza. Con questa idea portano in scena insieme a Luigi Maria Rausa, diplomato all'Accademia dei filodrammatici di Milano, un testo impegnativo come quello di Paravidino. Uno spettacolo intenso che ha già debuttato con successo  nei teatri del Salento.


Due fratelli – tragedia da camera in cinquantatre giorni

Di Fauso Paravidino

Con Viola Carinci, Luciano Falletta e Luigi Rausa

Diretto da Salvatore Solida


Teatro Nuovo Colosseo

 

Via Capo d’Africa 29a - Roma

Dal 21 al 25 marzo 2012

Dal mercoledì al sabato ore 22.00

Domenica  Ore 18.00

Per info: 067004932 - 3494529328


CAMERE DA LETTO al TRASTEVERE


Chièdiscena

Presenta


CAMERE DA LETTO

 

 

Liberamente tratto dall’omonima opera di A. Ayckbourn


Con

 

Giovanna D’Avanzo, Alessandra Di Tommaso, Claudia Filippi, Cristina Longo, Francesco Del Verme, Guido Lomoro, Alessandro Morresi Zuccari, Daniele Trovato


Adattamento e regia: Marta Iacopini

 

Organizzazione e produzione: Guido Lomoro


 

 

 

Dal 20 al 25 marzo 2012

 

 


Debutta martedì 20 marzo al Teatro Trastevere di Roma, Camere da Letto tratto dall’omonima opera di A. Ayckbourn. Lo spettacolo, diretto da Marta Iacopini, sarà in scena fino a domenica 25 marzo.


È  la storia di quattro coppie che, tra equivoci e contrattempi, si intrecciano nell’arco del tempo di un sabato sera, nello spazio fisico e mentale di tre diverse camere da letto. Tra le pieghe di situazioni dall’indubbio ed elegante umorismo affiorano puntuali le lotte che le coppie moderne combattono nell’intimità delle mura domestiche. Una commedia brillantemente amara che pone l’accento sulle incomprensioni, sulle reciproche sopportazioni ed indifferenze che maturano nell’abitudine della convivenza. Un lavoro di grande e sottile ironia  utilizzata come lente d’ingrandimento e come mezzo per sdrammatizzare le problematiche senza sminuirle.


La camera da letto diventa punto di osservazione della vita di coppia, posto di “lavoro” dove si costruisce, si demolisce o si tenta di salvaguardare la vita coniugale spesso minacciata dal pericolo della precarietà, dalla difficoltà di relazionarsi, da nevrosi o gelosie, da problemi di comunicazione, da una sessualità irrisolta o vissuta come tabù.


“…da una camera da letto si capiscono tante cose”, lo afferma una delle protagoniste della commedia. E’ proprio da qui che parte tutto.




Nelle vicende di Delia, Ernest, Kate, Malcom, Jan, Nick, Susannah e Trevor tutti ritroviamo qualcosa che ci appartiene, nel bene o nel male: seguendo la storia sarà sempre un sorriso a spingerci verso una riflessione più profonda. L’abilità di Ayckbourn è proprio questa: accompagnare il pubblico sulla strada della profondità di pensiero con una leggerezza che non è mai superficialità, senza mai una esasperazione drammatica ma altresì senza mai togliere il peso esistenziale ad un racconto che nel suo svolgersi sarà capace di farci sorridere e ridere di gusto.

Nella vita tutto passa, tutto cambia, tutto è provvisorio, ma la camera da letto è sempre lì ad accogliere la nostra essenza e a salvaguardare, vivere, sognare, a volte con fatica, l’unica cosa che muove noi e il mondo che ci circonda: l’amore.


Marta Iacopini


 

 

 

 

CAMERE DA LETTO

Di Ayckborun

Regia Marta Iacopini

Con Giovanna D’Avanzo, Alessandra Di Tommaso, Claudia Filippi, Cristina Longo, Francesco Del Verme, Guido Lomoro, Alessandro Morresi Zuccari, Daniele Trovato

 

 

 

Scene: Marta Iacopini e Cristina Longo

Disegno luci: Adalia Caroli

Tecnico luci: Giuliana Raucci

Foto di scena: Aurora Leone

Organizzazione e produzione:Guido Lomoro


 

 

 

 

Teatro Trastevere

Via Jacopa de’ sette soli 3

Dal 20 al 25 marzo 2012

Ore 21.00 -  domenica ore 18.00

Info e prenotazioni 0683664400 – 3333256289

kiediscena@kiediscena.it


MICHELA ANDREOZZI IN "TI VUOI METTERE CON ME?" AL TEATRO 7

dal 13 Marzo al 3 Aprile 2012


 

 

 

Michela Andreozzi

 

 

in

 

 

"TI VUOI METTERE CON ME?

Cuore rosso

l’amore al tempo delle mele

 

uno spettacolo di Michela Andreozzi, Paola Tiziana Cruciani e Giorgio Scarselli

 

musiche dal vivo Alessandro Greggia

 

 

 

Dreams are my reality"... Era il tempo delle mele, il sabato pomeriggio, una palla di specchietti girava sul soffitto del salotto: poche coppie dondolavano al centro della stanza. Lei gli teneva le mani sulle spalle, lui le teneva a pinza sui fianchi e tutte le mani erano sudate. Poi arrivava qualcuno con una scopa e la coppia scoppiava fino al lento successivo. Sul sesso circolavano poche notizie e annosi quesiti restavano insoluti: "Si può rimanere incinta con un bacio?" Le confuse spiegazioni dei genitori riuscivano solo ad alimentare i dubbi.. Non restava che scrivere alla Posta del Cuore.

L'adolescenza e la cameretta, il diario, il telefono, la gita scolastica e il primo amore: indimenticabili, drammatici e involontariamente esilaranti momenti che hanno segnato la vita di ciascuno di noi. Ma siamo davvero cambiati?

E se potessimo per un attimo tornare indietro a quell'incantevole istante in non eravamo né carne né pesce, ma in cui tutto stava per accadere?

 

TEATRO 7

via Benevento 23 - Roma - www.teatro7.it info 06.44236382 - teatro@teatro7.it


 

Stagione Lirica e di Concerti del Teatro Giuseppe Verdi di Salerno. Apertura il 14 Aprile

 In cartellone cinque grandi opere con cinque nuovi allestimenti. Grande attesa per “Les Pecheurs de Perles” e “La Gioconda” Si alza il sipario sulla nuova stagione lirico-sinfonica del Teatro Municipale "Giuseppe Verdi" di Salerno, firmata dal direttore artistico Daniel Oren. Una sfida importante, già premiata con il ritorno della lirica d’autore nella città campana e le applauditissime stagioni dal 2007 al 2011 che hanno visto alternarsi sul palco artisti di grandissimo livello, da Roberto Bolle a Franco Zeffirelli, da Uto Ughi a Salvatore Accardo, e ancora Gigi Proietti, Lorin Maazel, Valery Gergiev, Mischa Maisky, Grigory Sokolov, Juan Diego Flórez, Hui He, Leo Nucci, Angela Hewitt e tanti altri.

Musica coniugata all’imponenza scenica, volute dal Maestro Daniel Oren al suo sesto anno di Direzione Artistica del Teatro, sono le caratteristiche degli allestimenti delle più amate opere italiane ed internazionali in cartellone. LE OPERE In programma cinque grandi opere nella nuova stagione: apre il 14 aprile La Traviata di Giuseppe Verdi, con Giorgio Germont interpretato da Renato Bruson, e Maria Giovanna Agresta nel ruolo di Violetta. Firma la regia del nuovo allestimento Enrico Stinchelli, sul podio Keri-Lynn Wilson . Sarà poi la volta di Les Pecheurs de Perles di Georges Bizet (16 maggio), altro nuovo allestimento creato ad hoc per il teatro campano con la regia di Riccardo Canessa. Sul palco un grande cast: Liping Zhang, Celso Albelo e Alastair Miles, diretti da Daniel Oren. Sarà invece il Maestro Yishai Stekler sul podio de La Gioconda di Amilcare Ponchielli (17 ottobre). Un grandioso nuovo allestimento interpretato da Hui He, Luciana D’Intino e Larissa Daikova . La Regia de La Gioconda, e’ affidata a Maurizio Di Mattia. Altro nuovo allestimento del teatro salernitano e’ Madama Butterfly di Puccini (28 novembre) la direzione d’orchestra e’ del Maestro Alberto Veronesi.

Nel cast Liping Zhang, Piero Giuliacci e Francesca Franci. La regia è di Lorenzo Amato, già premiato dai successi del Barbiere di Siviglia, Cavalleria Rusticana e Pagliacci delle stagioni passate. Chiude con l’ Aida di Giuseppe Verdi il panorama operistico del teatro salernitano, in scena il 23 dicembre. La regia e’ affidata a Riccardo Canessa, sul palco gli interpreti Oxana Dyca, Ekaterina Gubanova e Marco Berti. Sul podio Daniel Oren ( recita del 23) e Gianpaolo Bisanti (26 e 28 dicembre). EVENTI SPECIALI Primo di due eventi speciali sarà l’Opera, in forma di concerto, Robert Le Diable di Giacomo Meyerbeer. La bacchetta del Maestro Oren dirige le voci di Bryan Hymel, Carmen Giannattasio, Alastair Miles e Liping Zhang, in scena il 23 maggio. Altro appuntamento e’ previsto il 4 dicembre con un interessante progetto: la fiaba in musica “La Luna nel Pozzo”. Il teatro Verdi, da sempre impegnato ad avvicinare i giovani al mondo della lirica, quest’anno stringe una collaborazione con il Conservatorio di Musica di Salerno “Giuseppe Martucci”. L’opera, scritta da Antonello Mercurio, e’ destinata al pubblico delle scuole. Un progetto ed una collaborazione che il Teatro Verdi prevede di portare avanti anche per i prossimi anni. I CONCERTI In cartellone anche cinque grandi concerti: apre il panorama sinfonico il Quartetto d’archi Galilee, 30 aprile, per una serata sulle musiche di Antonin Dvorak, Anton Webern e Claude Debussy. Il 25 maggio sul palco del Verdi appuntamento con Daniel Breszynsky e Nicolas Dessenne, rispettivamente trombone e pianoforte per un concerto con in programma un vasto repertorio che va da Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, Ludwing Van Beethoven e molti altri compositori. Il 30 maggio sarà poi la volta del talento della viola e del pianoforte di Pierre Lénert e Jeff Cohen sulle note di Mikhail Glinka, Robert Schumann e Petr Il’ IC Cajkovskij. Il 12 novembre appuntamento sinfonico con il concerto per arpa e flauto di Emmanuel Ceysson e Frederic Chatoux, musiche di Bach e Astor Piazzolla.

Chiude la stagione concertistica il clarinettista Giampiero Sobrino, diretto da Daniel Oren con l’Orchestra Filarmonica Salernitana (3 dicembre) sulle note di Petr Il’ IC Cajkovskij Aaron Copland e Josef Suk.

Ufficio Stampa Nicoletta Ciardullo mob: +39 320.3861300 e-mail: n.ciardullo@gmail.com Ufficio Stampa Comune di Salerno Peppe Iannicelli mob: +39. 335.1702128 e-mail: ufficiostampa@comune.salerno.it

7 > 18 marzo 2012 (Prima nazionale) Teatro Out Off NOTIZIE DEL MONDO di Luigi Pirandello

 

       7 > 18 marzo 2012 (Prima nazionale) Teatro Out Off NOTIZIE DEL MONDO di Luigi Pirandello

regia e interpretazione di Roberto Trifirò e con Susanna Giaroli

 

Come “La morte addosso” per “L’uomo dal fiore in bocca” la novella “Notizie del mondo” è di per sé teatrale e l’adattamento di Roberto Trifirò si è limitato a qualche aggiustamento e a piccoli tagli. Una novella, tra le tante che Pirandello ha poi riadattato per il teatro, che forse è sfuggita al maestro, o forse non ha fatto in tempo a riadattare, ma che sicuramente ha tutte le caratteristiche e la forza per diventare, quasi senza modifiche, un testo teatrale a tutto tondo. Tommaso Aversa, dopo la morte improvvisa del suo inseparabile amico Giacomone, detto Momo, decide di mettersi ogni sera a parlare con lui, a dispetto della morte, e di dargli notizia di tutto quanto avviene ancora in questo porco mondaccio che ha lasciato e di ciò che si dice e di ciò che gli passa per il capo. e così gli parrà di continuargli la vita, riallacciandolo ad essa con le stesse fila che la morte ha spezzate. "Ah se tu potessi veramente, anche come un fantasma, farti vedere da me, venir qui comunque a tenermi compagnia! Ti farei trovare ogni sera la pipetta e il giornale. Così te lo leggeresti da te il giornale, perché io, sai, non c'è verso: non ci resisto; mi ci son provato tre volte e ho dovuto smettere subito. Mi son confortato pensando che se io, vivo, posso farne a meno, a più forte ragione potrai farne a meno tu ormai, non è vero? Dimmi di sì, ti prego". Ma dopo un lungo silenzio di dieci mesi in cui Tommaso lascia all'oscuro di notizie l'amico Momo(rassicurandolo sul fatto di non aver perduto nulla di nuovo perché il mondo è sempre porco a un modo e sciocco forse un po' peggio), l'Aversa comunica all'amico defunto di aver compreso a tempo, per fortuna, tutto l'orrore della vita nei riguardi di chi muore. E che un vero delitto è seguitare a dare ai morti notizie della vita: di quella stessa vita, di cui dentro di noi fu composta la loro realtà finché vissero, e che seguitando a durare nel nostro ricordo finché noi viviamo, è naturale che ormai senza difesa e immeritatamente debba esserne straziata. "Parlandoti della vita, potevo arrivare, come niente, povero Momino mio, a concludere queste notizie del mondo con l'inviarti in un cartoncino litografato la partecipazione delle mie nozze con tua moglie. Hai capito? E dunque, basta, via. Finiamola."

 

Roberto Trifirò ( http://www.robertotrifiro.net ) Come attore ha lavorato con i registi italiani e stranieri più importanti tra cui Bob Wilson, Aldo Trionfo, Luca Ronconi, Sandro Sequi, Stefan Braunschweig, Pier'Alli, Cesare Lievi, Mina Mezzadri, Federico Tiezzi, Monica Conti. Tra i suoi più recenti lavori come regista e interprete ricordiamo: "La fedeltà coniugale" due atti unici di A. Cechov (2003); "Non si sa come" di Luigi Pirandello (2004); "Il cerchio incantato" da "Il monaco nero" di Anton Cechov (2005) di cui ha curato anche la drammaturgia; "Identità violate", due atti unici "Il bicchiere della staffa" di Harold Pinter e "Catastrofe" di Samuel Beckett (2006); "Piccinì" da Luigi Pirandello (2007); “Filax Anghelos” di Renato Sarti (2008); “La Confessione” di Arthur Adamov (2008); “Parole che cadono dalla bocca” da Samuel Beckett (2009); “Le furberie di Scapino” di Moliere (2010); “Memorie del sottosuolo” da Fedor Dostoevskij (2011). •

 

Spettacolo in abbonamento: outoff Card e Carnet Invito a Teatro Invito a Teatro è un’iniziativa promossa da Informazioni prenotel. 02.34532140 - lunedì ore 10 > 18 e martedì > venerdì ore 10 > 20 Ritiro biglietti: Uffici via Principe Eugenio 22 - lunedì > venerdì ore 11> 13 ; botteghino del teatro - via Mac Mahon 16 - nei giorni di spettacolo, un’ora prima dell’inizio; il sabato ore 11 > 13 e 16 > 22. Domenica, un’ora prima dello spettacolo.

 

 

abbonamento a 5 spettacoli a scelta tra i 9 indicati: Il sogno; Mitigare il buio; Quel che volete; Mia figlia vuole portare il velo; Il guardiano; Notizie del mondo; Le serve; L’Adalgisa; La danza della morte Per gli abbonati sconto di 30% su tutti gli spettacoli in cartellone, tranne i Progetti Speciali Orari spettacoli: da martedì a sabato ore 20.45, domenica ore 16 Trasporti pubblici: tram 12/14 bus 78 Accesso disabili: con aiuto Teatro OUT OFF v. Mac Mahon, 16 - 20155 Milano Uffici, via Principe Eugenio, 22 - 20155 Milano Telefono 02.34532140 Fax. 02. 34532105;

 

                                  E-Mail: info@teatrooutoff.it; www.teatrooutoff.it

Giovedì 8 marzo 2012 all’Auditorio del Massimo zona Eur debutterà “La Portinaia”

                                                            
                                                      

“La Portinaia”

 

Con

 

Donatella Pompadour

 

Veronika Logan

 

Livia Cascarano

 

Regia di Maddalena de Panfilis

 

 

Da un’idea di Luisanna Tuti

 

 


Giovedì 8 marzo 2012 all’Auditorio del Massimo zona Eur debutterà “La Portinaia”, commedia teatrale e musicale, nella quale le canzoni e i dialoghi racconteranno insieme l’atmosfera della storia e il succedersi degli eventi senza soluzione di continuità,  con un ritmo brillante che si farà via via più incalzante fino alla soluzione finale. In scena Donatella Pompadour (La portinaia Marina), Veronika Logan (Signora Anna), Livia Cascarano (Livia, figlia della signora Anna), Tania Angelosanto (Lyena), Fatimata Dembele (Fatimata), Carmen Tejedera (Gemma).

 

“La Portinaia” nasce da un’idea di Luisanna Tuti che, passando ogni giorno davanti la sua portineria, vedeva raccolte intorno all’imponente Portiera Gina una serie di colf di etnie diverse: colombiana, ucraina, filippina e nigeriana. Tutte le mattine si ripeteva il rito del caffè: a turno ognuna di loro portava un thermos, il cui contenuto fumante veniva diviso equamente e si imbastivano discorsi sui problemi del mondo intero. Ognuna parlava dei problemi del proprio paese, dei governi, dei prezzi, delle scuole, dei figli, dei problemi legati al permesso di soggiorno e molto altro. Silenziosa e risolutiva dominava Gina che tacitamente pensava su come intervenire per risolvere i problemi di tutti.

 

In Gina, generosa e disponibile, abbiamo voluto identificare la nostra Roma. Criticata, piena di difetti, ma anche tanto amata da coloro che imparano a conoscerla. Roma, così accogliente e tollerante verso tutti; così calda, solare, unica che, con la sua magia incanta e seduce anche i turisti più esigenti. Roma, crocevia di razze e religioni, che fin da epoche remote ha saputo affrontare e mediare le responsabilità derivanti da popoli così diversi, avviandoli ad una integrazione, spesso difficile, con l’Europa tutta.

Questo progetto è stato realizzato e voluto con il sostegno del Consigliere Francesco Smedile di Roma Capitale.


Le scenografie sono di Francesco Montanaro, le musiche del Maestro Alessandro Mancuso e i costumi di Antonella Balsamo.


Si tratta di un’ unica serata ideata in occasione dell’8 marzo, “ Festa della donna”, per festeggiare le donne e la città di Roma.

 

Il pubblico potrà accedere gratuitamente solo su  prenotazione telefonica.




LA PORTINERIA

Regia di Maddalena de Panfilis

Giovedì 8 Marzo 2012 ore 21

Auditorio del Massimo

Via Massimiliano Massimo 1, 00144 Roma

 

 

Per info e prenotazioni Tel. +39 06.45553476

10,30/13,30 – 14,00/18,00


Ufficio stampa Carola Assumma + 39 393 9117966

ABBASTANZA SBRONZO DA DIRE TI AMO? e PRODOTTO al Teatro Elfo Puccini - recensione

fino all'11 marzo al Teatro Elfo-Puccini di Milano

 

ABBASTANZA SBRONZO DA DIRE TI AMO?  e  PRODOTTO

 

diretti e interpretati da Carlo Cecchi

 

 

produzione Teatro Stabile delle Marche

 

 


Abbastanza sbronzo da dire ti amo? (Drunk Enough To Say I Love You?) è un dramma scritto nel 2006 dalla commediografa e attivista femminista inglese Caryl Churchill, in cui è affrontato il tema dell'applicazione del potere da parte degli Stati Uniti negli anni successivi la guerra del Vietnam. Scena a sfondo nero, un divano: due uomini, Sam e Jack, sono amanti omosessuali. Jack ha appena fatto il grande passo e lasciato la famiglia, ma è Sam quello che ha continuo bisogno di essere rassicurato. La loro interazione è un lungo dialogo frammentato, quasi un doppio flusso di coscienza, pieno di ansia e di rabbia, in cui si intrecciano sesso e violenza geopolitica, le battute si susseguono senza interruzione, spesso si sovrappongono. Insieme ridono riassumendo una storia di stragi sanguinose, dal Laos all'Iraq, ma quando Jack si accende una sigaretta Sam si lamenta e lo ammonisce circa i possibili danni da fumo passivo. Sam è aggressivo e Jack inizialmente è suo seguace entusiasta, ma nel corso del testo diventa sempre più disincantato. Sam è chiaramente identificato come il governo americano che pubblicizza l'egemonia americana e la politica di intervento all'estero, e Jack è il suo amante, alla fine deluso. Il testo è breve (45 min) e senza una pausa. I due personaggi sembrano riflettere il rapporto politico fra Bush e Blair (allo stesso tema è dedicato anche un film del 2010, molto realistico questo, intitolato guarda caso "The special relationship"). La controparte di Sam è stato inizialmente chiamato Jack, sottolineando la natura britannica del personaggio, mentre nel 2008 per la messa in scena americana è diventato Guy, un signor Smith qualsiasi. La versione americana quindi può anche essere vista come uno "specchio" in cui si affronta il rapporto tra il governo ed i suoi elettori.


In questo tour de force di spesso spiazzanti battute a raffica Carlo Cecchi è Jack, presentato e abbigliato come un raffinato e distaccato maturo gentleman europeo - Tommaso Ragno è un Sam volgare e arrapato, infantilmente brutale fino alla violenza, molto "fisico", ma usa anche magnificamente la sua splendida voce.

Prodotto (Product) scritto nel 2005 dall'inglese Mark Ravenhill (Shopping&Fucking, Polaroid molto esplicite, Scene di vita familiare) è una farsa macabra che potrebbe essere intitolata "Al-Qaeda a Hollywwod". Un produttore ed un'attrice, una splendida e glaciale controparte muta: lui vuole convincere la Diva ad accettare la parte di protagonista in un film di prossima realizzazione. Quello che viene presentato come un grande dramma di politica e passione, quasi un novello Casablanca, è solo uno di quei mediocri prodotti destinati ad un rapido passaggio al cinema, per poi infarcire il palinsesto pomeridiano della tv, una sagra del product-placement. E' la storia di una donna vestita Versace (sì, fornisce i costumi per la produzione) che ha perso il fidanzato l'11 settembre, che conosce in aereo un bellissimo e affascinanate giovane arabo. Quando lei all'aeroporto si rompe un tacco delle sue Jimmy Choo (!) lui le offre un passaggio, carica in auto le sue valige di Gucci (sì, anche Gucci partecipa alla produzione) e passano insieme una notte di passione.  Il produttore si esalta nel racconto, che si evolve in maniera sempre più complessa e inverosimile: la donna si innamora perdutamente del giovane, che poi si rivelerà, come lei fin dall'inizio sospettava, un terrorista intenzionato ad immolarsi come kamikaze a Disneyland Paris (!). Sullo sfondo di un incontro romantico ci sono lo scontro di civiltà, il non tanto sottile razzismo, la volgarità degli stereotipi che si accumulano in una scala di assurdità così scoscesa da chiedersi come possa essere anche lontanamente credibile. Eppure il testo funziona, e soprattutto le intenzioni di feroce critica da parte dell'autore vengono comprese: lo testimoniano le risate a malapena trattenute durante la recita che scrosciano liberatorie al clamoroso e applauditissimo finale.
Carlo Cecchi fornisce le sue raffinate arti affabulatorie al personaggio del produttore - Barbara Ronchi ha il non facile compito di partner muta, ma non inespressiva. (MARINA PESAVENTO)

Ella'secret al teatro dell'angelo di Roma

TEATRO DELL'ANGELO
dall' 8 al 25 marzo 2012 
L'associazione Culturale mtmmimoteatromovimento
presenta in prima nazionale
ELLA'S SECRET
di Harris Freedman
con
Lydia Biondi, Michetta Farinelli
regia Harris Freedman
assistente alla regia Giovanni Morassutti
traduzione Lydia Biondi

"Noi, i sopravvissuti, non siamo i veri testimoni. 
I veri testimoni sono gli annegati, i sommersi, gli annientati"
( da "I sommersi e i salvati" di Primo Levi)
 
 
 

In una tranquilla domenica mattina, Ella riceve una visita inaspettata da parte di Helga, una donna che lei non ha mai visto prima. Entrambe le loro vite sono state condizionate dalla stessa persona, un ufficiale nazista delle SS. Helga ha una missione, Ella ha un segreto. E se fosse un incubo…?
Ella's secret, già rappresentato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è un'opera delicata e toccante che affronta la grande tragedia dell'Olocausto attraverso l'incontro/scontro di due donne. Ambientata nella Londra degli anni '80, la storia di Ella, scampata alla strage nazista quando giovanissima è riuscita a riparare in Inghilterra, e di Helga, vissuta nella Germania di Hitler, mette drammaticamente a confronto due realtà inconciliabili: quella di chi non si è potuto esimere dal conoscere lo sterminio e quella di chi ha potuto volgere lo sguardo altrove, tedesca tra i tanti tedeschi che non seppero o finsero di non sapere cosa stava accadendo. A quarant'anni dall'Olocausto le due donne si fronteggiano, affrontando il nodo di un legame che le accomuna e al tempo stesso le separa. Sarà il momento della verità, motivo di una spietata analisi storica e dolorosa indagine del proprio personale vissuto. 
 
 

Si ringraziano:
Claudio Procaccia (Direttore Museo Ebraico di Roma)
Enrico Molinaro (Presidente Associazione Prospettive Mediterranee)
Paola Sarcina (Presidente Music Theatre International)
Teatro dell'Angelo (sala Ridotto)
Via Simone de Saint Bon n°19, Roma
06.37513571 - 06.37514258
 
                                                         www.teatrodell'angelo.it 
 
spettacoli da giovedì a sabato ore 21 – domenica ore 17.30


FAMMI RIDERE LILI AL TEATRO BELLI


dal 6 all'11 marzo 2012
 
 
FAMMI RIDERE, LILÌ
di Roberto Lerici
con Francesca Bianco e Andrea Buscemi
al pianoforte Dino Mancino
assistenti alla regia Martina Benedetti e Gabriella Casali
regia Carlo Emilio Lerici


Il 6 marzo saranno esattamente 20 anni dalla scomparsa di Roberto Lerici, uno dei più importanti drammaturghi italiani del '900.Per ricordarne la figura, il Teatro Belli presenta in "prima assoluta" un testo  ancora inedito: "Fammi ridere, Lilì", vincitore del Premio Nettuno 1986.
Un palcoscenico-camerino dove la vedette Lilì, ex stella del varietà, e Bernardo, suo compagno nella vita e sulla scena, si sono ridotti dopo una lunga difesa dei propri averi e dei propri ricordi. E' come l'ultimo bunker dentro cui proveranno un nuovo spettacolo che dovrebbe permettere loro una rivincita sul tempo e sulla vita che se ne va.
Il loro rapporto, giunto forse alla fine come la loro vita artistica, è vissuto a colpi di numeri: le scenette che stanno provando diventano parte del dialogo e dello scontro verbale. 
Questo spettacolo è dunque un'idea trasposta, quasi una metafora di quella particolare metafora che già di per sé è il tempo spezzato del Varietà.


In scena Francesca Bianco e Andrea Buscemi, già protagonisti di diversi testi scritti da Roberto Lerici (Didone e Margherita Gautier, Varietà, Nemmeno per sogno, Bagno Finale), ad accompagnarli al pianoforte Dino Mancino, musicista di artisti come Panariello e Zucchero. La regia è curata da Carlo Emilio Lerici, figlio di Roberto, che in questi anni ha promosso numerose iniziative in ricordo di suo padre. Ultima di queste l'intitolazione di una strada del Comune di Roma, nel quartiere de La Storta: viale Roberto Lerici.


Gli spettacoli saranno preceduti dalla proiezione del documentario "Roberto Lerici: il vizio della sperimentazione" realizzato da Moreno Cerquetelli, giornalista del TG 3.


In occasione di queste recite sarà anche presentato il volume, pubblicato da Editori Riuniti, A ME GLI OCCHI PLEASE E ALTRE STORIE, che raccoglie i materiali scritti da Roberto Lerici per Gigi Proietti nell'arco di oltre 20 anni di amicizia e collaborazione. 


TEATRO BELLI – Piazza Sant'Apollonia, 11a (trastevere) - Roma 
tel. 06 5894875  www.teatrobelli.it – info@teatrobelli.it
spettacoli dal martedì al sabato alle 21,00 – domenica alle 17,30

ASPETTANDO GODOT - recensione



Sul palco della “Casa delle Culture” a Roma, una scatola si apre e un albero spoglio cresciuto in un deserto fa da scenario. Il tutto all’apparenza semplice, ma di grande impatto. Simboli di una vita vissuta sempre allo stesso modo di due barboni, Didi e Gogo che aspettano un certo Godot che non arriva mai.

 

“Aspettando Godot” è uno dei testi più importanti del ‘900 di Samuel Beckett che rivive a teatro grazie alla regia di Claudio Capecelatro e la bravissima “Compagnia degli Intonsi”.

«Andiamocene», dice Gogo, «non possiamo», risponde Didi, «e perché?», domanda subito Gogo, «aspettiamo Godot». Queste poche battute, un botta e risposta continuo tra i due protagonisti, sembrano andare a ritmo con i due vagabondi stretti nella morsa di un tempo che non passa mai. Solo l’arrivo di due strampalati personaggi come Pozzo e il suo servitore Lucky riusciranno a far passare loro un po’ di tempo in attesa della sera che tarda ad arrivare.

Uno spettacolo riuscitissimo dove tra dialoghi senza senso e ripetuti si fa spazio nella mente dello spettatore l’idea dell’incomunicabilità umana e l’infelicità dei due protagonisti per una vita vissuta senza scopi. E tutto questo grazie alla coinvolgente interpretazione degli attori. (DEBORA BELMONTE)

 

 

con Claudio Capecelatro, Marco Carlaccini, Giorgio Di Donato, Alessandro Grottadauria e Roberto Zorzut.

 

Aspettando Godot”, uno spettacolo da non perdere, di Samuel Beckett, per la regia di Claudio Capecelatro dal 23 febbraio all’11 marzo alla “Casa delle Culture” in Roma.

LA LOCANDIERA a teatro Testaccio - recensione

 
 
Una Mirandolina  particolare ci accompagna in questa “strana” Locandiera di Gennaro Monti, per la sua regia e la direzione artistica di Teo Bellia. La nota opera di Goldoni ci intrattiene in un interessantissimo gioco delle parti, durante una serata di ricerche di affetti e considerazioni richieste da nobili, veri o presunti, ricchi o arricchiti, in un simpatico giorno di marzo,
dove tanto ci si sente attratti dal “savoir faire” di una serie di attori, spesso derivanti dal doppiaggio, la cui differenza di professionalità, rispetto ad altri loro colleghi, di stile più o meno amatoriale, ben si coglie e si “sente”.
 
E’ interessante come la Mirandolina Claudia Razzi, assieme alle sue numerosissime colleghe dI palcoscenico, intrattenga lo spettatore, intonando, alla fine, alcune note e meno “attuali” canzoni del primo Novecento italiano. Tutti, in realtà, soprattutto in chiusura di spettacolo, si accingono ad
imbastire musiche note e di cordiale e accattivante messinscena, adatte a elevare il tono della commedia, proprio quando comincia a farsi più seria,  quando il Cavaliere dichiara l’amore alla protagonista che, però, esprime tutte le sue armi femminili con stile e mai con “profittazione”.
La nuova Mirandolina è una Locandiera di non troppo facili costumi, ma di certa libertà di espressione e va a divagar col pensiero molto di più della protagonista Goldoniana, che non avrà di sicuro, dalla sua, una specie di “alcova” in cui si parla di una buona preparazione della cioccolata calda e di come gustarla con un ospite, cosa che invece accade in questa rivisitata Locandiera, se così possiamo definirla: Montiana.
 
E se la donna di Goldoni esprime un personaggio di perfetta intelligenza, autonomia e consapevolezza della femminilità del Settecento, ugualmente quella di Monti e di Bellia ci accompagna in un campo di “mistificazioni solidali” dell’altro sesso che riescono a trattenerci allo schienale per buoni novanta minuti pieni e mai noiosi, mai banali, e, anzi,allietati da diversificazioni
“sonore” e musicali che ben si adattano allo spirito quasi femminista dell’ epoca, e alla pubblicità ginecea che si porta dietro una data come quella dell’ 8 marzo prossimo, dove la donna sarà la protagonista assoluta di una giornata che ci farà vivere quasi tutto il mondo.
 
Un mondo che, speriamo, sarà, anche prossimamente al servizio delle donne, tutte, di qualsiasi generazione e di qualsiasi lato del globo esse siano. E’ così, infatti, già da allora, molto caratteristico che un uomo, affatto attratto, anzi: allontanato dalle donne, venga invece preso e schiacciato non dalla bellezza, (così banale e usuale a quei tempi), ma dalla capacità di
affascinare e intrattenere con intelligenza un particolare pubblico, qualunque esso sia, e di qualsiasi genere dell’affascinante Mirandolina. Tanto particolare risulta la trovata di Goldoni, così come tanto particolare le divagazioni, musicali e dialettiche della Compagnia di Monti e Bellia, che ci
orientano in un ambiente molto realistico e fantasioso allo stesso tempo.
 
 I complimenti vanno a tutto il  gruppo di attori, dove di maschi ce ne sono ben pochi: due musicisti ed un solo personaggio, nella persona del Cavaliere innamorato della affascinante Locandiera, che in molti suoi piccoli monologhi, riesce a catturare in pieno l’attenzione del pubblico. Cosa aggiungere dunque: che le donne sono le sole di un cast “geniale” e “leggero”, che ci conquista e ci aiuta a prender la vita, un po’ meno sul serio, per regalarci ironia, senza dimenticare quel pizzico di femminilità che sempre si addice ad un fantastico cast di attrici, dove l’incontro con gli uomini certamente arricchisce, e mai delude.  (MICHELA GABRIELLI).
 
                              http://www.teatrotestaccio.it/calendario.asp?id_dettaglio=54 

DON GIOVANNI al Teatro Vascello

 

 

 

 

 

Teatro Vascello

 

 

mercoledì 7 marzo 2012 ore 21.00

 

 

debutto in prima assoluta dello spettacolo

 

 

Manuela Kustermann

 


Fabio Sartor

 


Emanuela Ponzano

 


Massimo Fedele

 


Alberto Caramel

 


Luna Romani

 


Gloria Pomardi

 


 

 

 

 

regia

Alberto Di Stasio

 

 

 

 

musiche Wolfgang Amadeus Mozart

dipinti Stefano di Stasio

movimenti scenici Gloria Pomardi

 

 

Con il Don Giovanni, quasi cento anni in anticipo sulla Rivoluzione Francese e De Sade, Molière crea un dramma in cui Natura e Ragione si scontrano come due titani, incarnandosi la prima in Sganarello, la seconda in Don Giovanni. La sensazione che un Vecchio Mondo stia lasciando il posto ad uno Nuovo ispira la lucida acerba e inflessibile critica di Don Giovanni che pur di andare fino in fondo alla sua visione non risparmia nulla della sua realtà, neanche se stesso, nonostante la generosa e creativa operosità di Sganarello che cerca in tutti i modi di rivelare al suo padrone, quasi una madre con il proprio figlio, quasi un amante con il proprio amato, la ricchezza e il bene che si celano nella Natura, come baluardo e salvezza prima della rovina.

 

 

 

http://teatrovascello.it/2011_12/schede/dongiovanni.htm

GIROTONDO - recensione

Produzione: TEATROUVAILLE


GIROTONDO


di Arthur Schnizler


con Silvia Soncini e Alessandro Castellucci


regia di Paola Giacometti


sound&video design di Michele Bizzi



dal 29 febbraio al 12 marzo al Teatro Libero di Milano



"L'uomo è un insieme di storie dentro altre storie.

La medesima vita si adatta a qualsiasi numero di storie"

Vohn Barth



Leocadia è una prostituta da marciapiede. Una sera abborda Franz, soldato in libera uscita - fanno sesso all'aperto, sul prato di un parco. Franz se ne va senza pagare, poi va in una sala da ballo, dove conosce Marie, cameriera. La corteggia con molte promesse - fanno sesso in una stradina buia. Marie è a servizio in una casa borghese. Il signorino Alfred, approfittando dell'assenza dei genitori, la seduce - fanno sesso sul divano del salotto. Poi va ad un appuntamente con Emma, giovane signora sposata, in una casa compiacente. Dopo un lungo tira-e-molla lei accetta di fare sesso, ma lui fa cilecca. Cerca di giustificarsi usando dotte citazioni letterarie, lei vorrebbe andarsene, ma lui si "ricarica" e finalmente lo fanno. Emma torna a casa di corsa prima che rientri il quarantenne marito Karl. Per scelta di lui, che ama centellinare i piaceri della vita, non fanno sesso da parecchio tempo - ma stasera, dopo lunghe riflessioni pseudo-filosofiche, è la volta buona. Karl è seduto nel separé di una pasticceria, accanto ad una ragazzina che divora avidamente una pasta alla crema; si fa raccontare un po' di cose della sua vita, la palpeggia, lei lascia fare, lui la fa ubriacare - fanno sesso sul divanetto. La ragazzina è a casa del poeta Robert: lei è poco intelligente e molto ignorante, tutti i tentativi di lui per sedurla con approcci intellettuali e romantici finiscono miseramente, l'unica cosa che possono fare insieme è il sesso. Robert è nella casa di campagna dell'attrice: parlano di teatro, fanno pettegolezzi, fanno sesso, ricominciano coi pettegolezzi. L'attrice riceve nella sua camera da letto un suo ammiratore, il conte, rigido e un po' impacciato ex militare: lui la corteggia con discrezione, lei mira al sodo, e fanno sesso. Il conte si risveglia al mattino nel letto di Leocadia, la prostituta, in cui si era addormentato la notte prima, troppo ubriaco per fare sesso; ma è un vecchio gentiluomo, la paga e se ne va.

Tutto qui? Tutto qui, 10 quadri di diversa lunghezza e complessità, ma che ripetono lo stesso schema: 5 donne e 5 uomini, appartenenti a mondi e fasce sociali diversi nella Vienna di fine '800, si incontrano per un attimo di intimità esclusivamente fisica, si sfiorano senza conoscersi, accumulando esperienze brevissime e totalmente superficiali che vengono subito dimenticate, tornando ognuno al proprio isolamento anaffettivo. L'unica cosa che li unisce è un fazzoletto rosso che passa quasi casualmente da un personaggio all'altro: simbolo della sifilide dei tempi di Schnizler, o dell'Aids ai nostri giorni, curiosa nota moralistica su di un testo così intensamente e sconsolatamente amorale.
Scritto dal viennese Arthur Schnizler nel 1897 non venne rappresentato fino al 1921 (a Berlino, dal grande Max Reinhardt) per problemi con la censura, anche se gli atti sessuali non vengono mai rappresentati ma solo suggeriti. Sia le successive messe in scena teatrali che le molte riduzioni cinematografiche (le più famose sono quella di Max Ophuls del 1950 e quella di Roger Vadim del 1964 - in francese La Ronde, in italiano Il piacere e l'amore - oltre a 360 di Fernando Meirelles, in uscita in questi giorni) hanno suscitato le ire di censori e moralisti. Non per niente sulla locandina del teatro campeggia tutt'ora in rosso la scritta VIETATO AI MINORI DI 14 ANNI, in verità di questi tempi alquanto ridicola.

In questa bella messa in scena la regista Paola Giacometti evidenzia la parte ironica e a tratti addirittura umoristica del testo di Schnizler, creando uno spettacolo decisamente divertente, e soddisfacente per tutti gli spettatori, all'inizio un po' spiazzati ma poi decisamente coinvolti nel gioco. Quelli sottoposti ad un bel tour de force sono gli eccellenti attori Silvia Soncini e Alessandro Castellucci: sì, perché sono loro due soli ad interpretare tutti i personaggi, con rapidissimi cambi non solo di costume, ma anche di postura e di vocalità, mostrando grande capacità di immedesimazione nel non facile passaggio da un personaggio all'altro.
Ogni scena è evidenziata da musiche di ambito adeguatamente mitteleuropeo, spaziando da Haendel a Mozart, e lo spettacolo si apre e si chiude con il celebre valzer dalla Suite per Orchestra di Varietà di Schostakovich, già usato da Kubrick per il suo Eyes Wide Shut, anche questo tratto da un racconto di Schnizler.
Il testo è mantenuto intatto, solo in un paio di casi i quadri sono visivamente, per scene, costumi e sottofondo musicale, spostati ai nostri giorni, proprio ad evidenziare l'universalità e atemporalità delle storie. Allo stesso scopo anche l'originale e ottima scelta di proiettare su di un sipario trasparente, fra una scena e l'altra, l'immagine di una schermata di computer aperta sulla pagina di un social network, con 10 avatar disposti in cerchio: la freccina passa da uno all'alto, cambia l'abito e lo sfondo. Restano le stesse, cent'anni dopo, la banalità del quotidiano, l'aridità e la superficialità delle persone, che per pigrizia o incapacità rendono impossibile un rapporto d'amore autentico e sincero. (MARINA PESAVENTO)

IL PROFETA DELLA MONTAGNA - recensione

in prima assoluta al Teatro Arsenale di Milano

sino all'11 marzo 2012


IL PROFETA DELLA MONTAGNA

La storia di David Lazzaretti: santo, eretico, sovversivo

da testimonianze popolari

ideato e scritto da Manfredi Rutelli

con Luca Fusi

Musiche originali di Massimiliano Pace

Allestimento: Riccardo Gargiulo

Regia di Luca Fusi

produzione Teatro Arsenale in collaborazione con LST Montepulciano



"Io vado avanti nel nome della legge del Diritto di Cristo Giudice.
Se volete la pace, vi porto la pace, se volete la misericordia
avrete la misericordia. Se volete il sangue, eccomi."


Soffriva di febbri David Lazzaretti di Arcidosso, fin dalla primissima infanzia; lunghi, spossanti attacchi di febbri che lo colpirono durante tutta la vita, così comuni in quella Toscana dell'800 dove i contadini dedicavano tanto tempo e forze a strappare la terra alle paludi. Ma era un ragazzo forte e sopravvisse: nel 1848, a 14 anni era in un castagneto del monte Amiata a fare legna quando incontrò un vecchio frate che gli profetizzò un destino speciale.
Per alcuni anni condusse una vita comune, fece il birocciaio come suo padre, si sposò ed ebbe 5 figli. Come raccontò poi nel suo Sogni e Visioni, vent'anni dopo la prima apparizione vide di nuovo il vecchio frate, da lui identificato come San Pietro: avrebbe dovuto compiere una grande missione, andare a Roma e parlarne al Papa, e poi ritirarsi in eremitaggio. Non gli riuscì di incontrare Pio IX, ma ritiratosi in un convento abbandonato vi ritrovò miracolosamente le ossa del nobile Lazzaro Pallavicino, preteso discendente dei re capetingi di Francia.
Nel 1870 radunò i suoi primi seguaci, per lo più contadini e pecorai analfabeti affascinati dal suo messaggio profetico; con loro riuscì a creare sul Monte Labbro una comunità cristiana organizzata in senso proto-socialista. Costruì tre edifici che ospitassero la Santa Lega che aveva finalità assistenziali, la Società delle famiglie cristiane che prevedeva che i suoi aderenti lavorassero e mettessero in comune i loro beni secondo lo spirito originario delle chiese cristiane, mentre il Pio Istituto degli eremiti penitenzieri e penitenti era un'organizzazione strettamente religiosa. Suo personale compito era guidare l'umanità verso la nuova era dello Spirito Santo, dopo quella del Padre, dell'antico Testamento, e l'era del Figlio. Provò ancora, invano, a portare il suo Verbo a Roma, che si rifondasse la Chiesa che "si era fatta bottega".


La sua comunità, stretta parente di quella Comune che in Francia aveva chiuso il periodo Napoleonico, cresceva  e riusciva anche a guadagnare consensi in Italia e all'estero; persino Don Giovanni Bosco lo ospitò e lo incoraggiò. Nel 1873 l'Unto del Signore, il secondo Figlio di Dio come si autodefiniva, il Cristo dell'Amiata, come veniva chiamato dai suoi proseliti, nonostante i continui attacchi di febbri che gli minavano il fisico, affrontò il lungo viaggio e si recò a predicare in Francia: ricevette consensi e sovvenzioni, di lui scrisse sostenendolo lo scrittore Guy de Maupassant.
Dopo Porta Pia i rapporti Vaticano-Regno d'Italia erano pessimi, e nessuno aveva interesse a peggiorarli lasciando circolare per l'Italia un mistico profeta e i suoi seguaci, divenuti ormai alcune migliaia. Quando David Lazzaretti si ritirò a meditare sull'isola di Montecristo e ricomparve ad Arcidosso con una Bandiera Rossa con la scritta "la Repubblica è il Regno di Dio" decretò la sua fine. Nel 1878 fu scomunicato dal Sant'Uffizio e condannato come eretico e sovversivo, e dopo pochi mesi, a 44 anni, finì ucciso da un carabiniere del giovane Stato italiano mentre era alla guida di una festosa processione di fedeli. I suoi discepoli furono dispersi, per anni arrestati e perseguitati; il suo corpo, in formalina, fu portato a Torino nel Museo del Lombroso, sezione Delinquenti religiosi.

Come si dice nello spettacolo, quella di David Lazzaretti "è una storia che se non te la raccontano, non la sai". La storia di uno che paga con la vita la sua coerenza, il suo diritto a sognare, a credere in qualcosa di più grande.
Il testo non dà certezze, ci fa porre nuove domande: era un folle David Lazzaretti? probabilmente sì, ma della meravigliosa follia di un Francesco d'Assisi o di un Van Gogh. Era un utopista? certamente, ma uno dei pochi fortunati perché, seppur per pochi anni, vide i propri sogni prendere forma concreta e funzionante.

La setta da lui fondata, i "Giurisdavidici", gli sopravvisse per altri cento anni ed ancora oggi i resti delle sue costruzioni e un gruppo di irriducibili discendenti dei suoi fedeli testimoniano il ricordo di lui e della sua incredibile vita.


Dall'urgenza di far conoscere un personaggio rimasto nascosto nelle pieghe della Storia nasce l'idea per questo spettacolo, che mette in scena l'atmosfera semplice e mistica di quelle spigolose genti di montagna che provarono a rivoluzionale la Chiesa in uno dei momenti cardine della storia d'Italia.
Il teso e accorato monologo è ambientato in una semplice e dimessa osteria toscana, col pubblico radunato a gruppi intorno ai tavoli accanto a cui si sposta l'intenso e convincente Luca Fusi, che durante una lunga permanenza in Burkina Faso ha perfezionato l'antica arte della narrazione. (MARINA PESAVENTO)




BIG FISH - due repliche straordinarie


 
BIG FISH
 
DUE REPLICHE STRAORDINARIE
venerdì 2 e sabato 3 marzo h 21
 Teatro San Marco TRENTO
 
Biglietto intero 10 € - ridotto 8 €
 
Prenotazioni 0461 235331 - info@estroteatro.it
  
 
                                                                   domenica 4 marzo h 21
                               Nuovo Cinema Teatro Comunale FOLGARIA 
 
 
                         BIG FISH    La vita incredibile di mio padre
 
                                    Regia di Mirko Corradini
                                            con Klaus Saccardo
 
 
  Lo spettacolo Big Fish nasce da un’esigenza: raccontare la morte di un padre attraverso le parole di un figlio.Il nostro “padre” è un raccontastorie straordinario, un uomo che ci lascia con la bocca aperta. Ogni padre ci lascia qualcosa in eredità.Il mio, al quale è dedicato lo spettacolo, mi ha lasciato l’amore per quest’arte. Edward Bloom, il protagonista di questa storia, ha lasciato a suo figlio la grande capacità di raccontare.Big Fish: un figlio cerca di raccontare gli ultimi mesi della vita del padre raccontando la sua fantastica storia. E’ l’unico modo che conosce per dirgli ciao. Note di regiaC’era una volta una bambina, che alla tredicesima volta che vedeva Bambi, si girò verso di me e disse con gli occhi pieni di lacrime “Forse questa volta la mamma non muore”.Ci credeva. Io, adulto, caddi dalle nuvole, e piansi.C’era una volta un padre che un giorno mi disse di aver partecipato alla guerra. Era nato nel 1945, ma io, bambino, credetti alla sua storia.I bambini credono che il proprio padre sia un eroe invincibile.Poi accadde qualcosa di semplice, si sbaglia una discesa con la slitta, e l’eroe torna ad essere un normale uomo in pantofole. “Ti ricordi quella volta che quasi mi ammazzavi?”
Da qui sono partito per creare questo spettacolo. I bambini ci credono, credono a streghe e fate, credono ai mostri chiusi nell’armadio o nascosti sotto al letto. Rimangono affascinati dalle nostre storie.Il protagonista della nostra storia è un padre che sta per morire. Un padre che aveva la grande capacità di far credere che tutta la sua vita fosse andata così come lui la raccontava, che l’incredibile fosse quotidiano.Una vita incredibile raccontata dalla bocca di un figlio che deve accettare di essere lui “quello che rimane qui”. 
 
Una storia che potremo semplicemente ascoltare, o alla quale potremo scegliere di credere incondizionatamente.Big Fish è l’arte di raccontare, di vivere raccontando, di vivere sognando.È la fantasia che diventa bugia, ma una bugia talmente paradossale da tornare ad essere  realtà fantastica.Ci ritroviamo bambini davanti a dei cartoni animati.
 
                                                        Dedicato a Gianni    
 
 

                     Drammaturgia di Cinzia Scotton 
                     Scene, Mirko Corradini, Sara Parisi, Corrado Measso
 
                     Realizzazione Scenografica, Corrado Measso, Sara Parisi
 
                     Effetti, Corrado MeassoLuci e musiche Corrado Measso, Emanuele Cavazzana
 
                    Organizzazione Egidio Marchetti
 
                    Dedicato a GianniProduzione EstroTeatro, teatro in collaborazione con
                                                  Exformat Comunicazione
                             con il contributo di Fondazione Caritro, Provincia Autonoma di Trento
  
                   Regia Mirko Corradini
 
 
Persone che hanno consapevolmente partecipato alla drammaturgia/produzione   Laura Mirone, Cinzia Scotton, Corrado Measso, Sara Parisi, Alessio Dalla Costa Persone che hanno partecipano non consapevolemente alla produzioneGianni Corradini, Marta Magnaguagno, Maria Zini, Cristian Corradini, Beatrice Uber, Francesca Righi, Daniel Wallace, Tim Burton,  Edward Bloom, Nicolò
 
 Info
  
EstroTeatro
Formazione e Produzione Teatrale
Via Venezia 1, 38122 Trento
info@estroteatro.it
 
0461235331
3498673463
                                                             www.estroteatro.it
 
 

THE WOMAN IN BLACK -recensione

 

 

Inghilterra nord-orientale, primi anni del '900: il giovane avvocato Arthur Kipps ha perso la moglie, morta di parto 4 anni prima e da allora sta molto male, è solo con il suo bambino e trascura il lavoro. Il suo capo gli dà un'ultima occasione, o perderà il posto: dovrà esaminare svariate casse di documenti riguardanti l'eredità di Alice Drablow, una solitaria vecchia signora morta di recente in un paesino desolato, raggiunto dal treno ma non dall'elettricità. Per di più la casa, una gotica e spettrale magione vittoriana con tanto di cimitero in giardino, sorge su di uno sperone roccioso ed è irraggiungibile per molte ore al giorno, ogni volta che si alza la marea le paludi che la circondano si gonfiano e la isolano dal mondo.

 

 

La fredda, a tratti spaventata accoglienza degli abitanti del villaggio sconcerta Arthur: appaiono addirittura terrorizzati quando dichiara l'intenzione, per sveltire il lavoro, di restare a dormire nella vecchia casa. Sente parlare di tragiche morti di bambini, assiste addirittura ad una di esse. Samuel Daily, signorotto del luogo e proprietario dell'unica automobile della zona, che pure ha una moglie impazzita dopo l'annegamento del figlioletto, è l'unico a restare razionale in proposito.

Dopo una serie di inquietanti apparizioni del fantasma di una Signora in Nero e nuovi, terrorizzanti avvenimenti, la lunga, caparbia disamina dei documenti porta Arthur a scoprire la dolorosa verità all'origine di tante tragedie: la defunta Alice aveva una sorella, Jennet, inferma di mente e che ebbe un bambino pur non essendo sposata; venne fatta interdire e il bambino le fu tolto. E il piccolo morì a 7 anni, annegato a seguito del ribaltamento del calesse nella palude di fronte a casa, sotto gli occhi della madre reclusa che lo spiava della finestra. Il corpo del bimbo non fu mai ritrovato e Jennet si impiccò dopo aver maledetto la sorella. Da allora ogni volta che qualcuno vede il fantasma della Signora in Nero un bambino si suicida (!).

Arthur, con l'aiuto di Samuel, decide di far di tutto per annullare la maledizione, ritrovare il corpo del piccolo per esorcizzare il fantasma; e crede di avercela fatta, ma....

 

Ci sarebbero state un sacco di ragioni per andare a vedere THE WOMAN IN BLACK: la prima è Daniel Radcliffe, finalmente NON nei panni di Harry Potter; c'è quello che doveva essere il ritorno alle origini della Hammer, casa di produzione inglese per anni sinonimo di horror classici, girati spesso in economia ma sempre ben fatti; e poi il romanzo di Susan Hill da cui il film è tratto. Romanzo breve in verità (l'edizione italiana è di 150 pagine scarse stampate in caratteri mooolto grandi): scritto nel 1983, ne fu tratta un versione televisiva molto apprezzata, ma soprattutto una versione teatrale di enorme successo, dal 1985 ad oggi ininterrottamente in scena, lo spettacolo di maggior tenuta nella storia del teatro britannico dopo l'imbattibile TRAPPOLA PER TOPI di Agatha Christie.

Date le premesse non pensavo che questo adattamento potesse essere così deludente: più che un film vecchio stile è semplicemente vecchio e basta, di una noia mortale (ho cominciato a guardare l'orologio dopo 20 minuti!), definitivamente brutto e totalmente sconsigliabile.

 

E' un disastro la sceneggiatura di Jane Goldman, autrice di grandi successi come STARDUST, KICK-ASS e soprattutto di STAR TREK-L'INIZIO. Per qualche ragione misteriosa ha rivoltato la trama del romanzo e appiccicato un finale risibile e posticcio ad una storia risaputa ed insipida, con pochi dialoghi stentati e battute banali fino al ridicolo.

Il regista James Watkins, fin'ora sceneggiatore e regista solo del gioiellino EDEN LAKE, si perde nel più becero citazionismo del grande catologo Hammer degli anni '50-'60. Per i primi 50 dei 95 interminabili minuti non succede praticamente nulla e i dialoghi sono pochissimi, il povero Arthur si aggira tutto solo e spaesato fra ragnatele, muffa e spifferi, cercando di venire a capo delle cartacce della defunta con l'aiuto di generose dosi di brandy. La scena in cui sente strani scricchiolii provenienti dal piano di sopra, corre a vedere, tenta di aprire la porta senza riuscirci, cerca una chiave dal mazzo, la porta si apre da sola e dentro c'è una sedia a dondolo vuota e un sacco di pupazzi a molla che funzionano senza essere stati caricati viene ripetuta QUATTRO VOLTE!  Anche l'inquadratura con da un lato il primo piano di Arthur che sgrana gli occhioni e dall'altro lato sullo sfondo scuro il volto del fantasma è ripetuta una dozzina di volte. La maggior parte delle già deboli battute è declamata con enfasi da filodrammatica, e non credo dipenda dal doppiaggio italiano.

Le scenografie dell'ottimo Paul Ghirardani (ANNA AND THE KING, LA DIVA JULIA, LADY ANDERSON PRESENTA) sono attente e accurate come nella migliore tradizione britannica: ma perché mai avrà ricevuto l'ordine di trasformare una splendida magione vittoriana, lussuosamente arredata, in una lurida e desolata catapecchia? In fondo, secondo la storia, era abitata fino a poche settimane prima.

Il direttore della fotografia Tim Maurice-Jones (LOCK & STOCK, SNATCH, REVOLVER oltre che regista pubblicitario e di videoclip per Bjork e U2) fa un gran lavoro, dato l'utilizzo per la maggior parte del tempo di illuminazione naturale, candele e lampade a petrolio, rafforzandone l'espetto evocativo, e riesce a trarre il meglio dalle nebbie della palude.

In compenso gli effetti speciali sono molto poco speciali: tutta la tensione è affidata a ombre e scricchiolii, i saltuari sobbalzi sono per lo più causati da porte che sbattono.

Pur con la tara dell'inverosimiglianza della storia, mi piacerebbe sapere anche com'è possibile che il cadavere riesumato di un bambino di 7 anni, rimasto immerso nella melma di una palude salata per 15 anni, si presenti così bellino e giusto un po' pallido (forse è colpa mia che vedo troppi C.SI.). E infine pretendo il licenziamento in tronco per l'addetto alla continuity: la barba di Radcliffe appare e scompare per tutto il film, mettendo in confusione lo spettatore che magari sospetta qualche macchiavello alla SESTO SENSO; niente di tutto ciò, è solo una sequela di errori di montaggio.

La colonna sonora dell'attivissimo e premiato Marco Beltrami (SCREAM, THE HURT LOCKER, RESIDENT EVIL, TERMINATOR 3 fra i tanti) si limita a scopiazzare in maniera irritante temi e stile di classici come CHE FINE HA FATTO BABY JANE, senza il barlume di un'idea nuova.

 

Doveva essere la grande occasione per Daniel Radcliffe di uscire con stile dai panni di Harry Potter, ma proprio non ce l'ha fatta: inespressivo, monocorde, lo sguardo fastidiosamente miope (non certo la miopia sorniona e intrigante di un Michael Caine), nasconde sotto i severi abiti vittoriani il corpo atletico ed esuberante esibito di recente in vari spettacoli teatrali, dove si era mostrato anche eccellente ballerino. Sarà per la prossima volta, diamogli fiducia.

Eccellente invece l'interpretazione del resto del cast, a cominciare da Ciaràn Hinds, grande attore irlandese (è stato due volte agente del Mossad: in MUNICH di Spielberg e nello splendido e misconosciuto IL DEBITO di John Madden, fra le sue migliori interpretazioni, oltre ad un affascinante Giulio Cesare nella serie tv ROMA) nei panni di Samuel Daily, diviso fra la razionalità di uomo colto e moderno in un paese di contadini superstiziosi e il suo dolore di padre.

La maestosa (è alta 1.85!) Janet McTeer (grande attrice teatrale, vincitrice di Tony e Golden Globe e strepitosa "imbianchina" candidata all'Oscar per ALBERT NOBBS) commuove nella parte breve ma intensa della moglie pazza di Samuel.

La povera Liz White (la dolcissima ma determinata poliziotta di LIFE ON MARS) imbacuccata com'è negli orridi veli luttuosi di Janet, avrebbe potuto essere agevolmente sostituita da un manichino.

 

Insomma, se volete andare al cinema, adesso sapete cosa NON andare a vedere.

 

                                         (MARINA PESAVENTO) 

 

 

 

IL CLUB DEI CINQUE - due recensioni

Il club dei cinque” per la regia di Gabriele Cometa e con Pierpaolo Laconi, Elisa Rivelli, Simone Tromboni, Federica Siri e Andrea Riso.

                Al Teatro Manhattan dal 22 al 26 febbraio alle 21 e la domenica alle 18.

 

 

Gli anni ’80 rivivono sul palco del suggestivo Teatro Manhattan grazie alla Compagnia del Contatto con lo spettacolo “Il club dei cinque” per la regia di Gabriele Cometa in scena dal 22 al 26 febbraio.
È il 25 marzo 1985 e cinque ragazzi differenti tra loro si ritrovano in punizione di domenica nell’Aula Magna del liceo ginnasio “Quinto Ennio”. Un cervello, un atleta, una disadattata, una principessa e un criminale con un tema da scrivere e la noia che li attanaglia affronteranno temi tra i più diffusi nel mondo adolescenziale. Dal rapporto conflittuale con i genitori agli amici esigenti, dai problemi col sesso alle droghe, un mix che porta i personaggi a scoprire che infondo non sono poi così diversi.


Il regista Gabriele Cometa decide, dopo un lungo percorso “vampiresco” da “Oscuri abbracci” a “Tre giri di giostra”, di immergersi nel colorito mondo degli anni ’80 e lo fa con freschezza e leggerezza qualità che rendono lo spettacolo riuscitissimo ed esilarante.
Uno spettacolo da non perdere dove anche lo spettatore si sentirà parte dello spettacolo tra ricordi lontani di scuole purtroppo finite. (recensione di DEBORA BELMONTE)


«Dopo aver esplorato l’immobilità, la freddezza e le emozioni interne dei vampiri con “Oscuri Abbracci” e precedentemente con “Tre Giri di Giostra”, ho deciso di catapultarmi nel caotico e variopinto mondo dei “mitici anni 80”». Con queste parole Gabriele Cometa fa ritorno a teatro, nello spazio intimo del Manhattan, con “Il club dei cinque” in scena fino al 26 febbraio.

Anche in questa nuova e giovane commedia al regista basta pochissimo per tirar fuori uno spettacolo che prende e coinvolge il pubblico sin dalle prime battute. A lui non servono grandi scenografie per estasiare la platea, tre banchi e cinque bravissimi attori è tutto ciò di cui ha bisogno.

Ispirato a The Breakfast Club uno dei film cult degli anni ’80, il testo, riadattato in forma teatrale, è la vita di cinque adolescenti che la domenica del 25 marzo 1985 si ritrovano costretti nell’aula magna del liceo Quinto Ennio a compilare la pagina bianca di un foglio. “Chi sono io?”: è questo il tema che il preside del liceo ginnasio ha inflitto loro come punizione. Cinque ragazzi tanto diversi tra loro. Diversi per aspetto, per carattere, per ragione sociale, per cultura famigliare ma in fondo tanto uguali. Uguali quando abbattono le barriere dell’apparire per immergersi negli abissi della personalità. E allora dietro quel cervello, quella principessa, quella disadattata, quel criminale e quell’atleta ci sono le medesime angosce, le stesse paure, la stessa noia che hanno colpito i giovani degli anni ’80 e che continuano ad essere le problematiche adolescenziali anche oggi.

Studiatissima la ricerca degli abiti, dei costumi, delle pettinature ma anche della gestualità e soprattutto delle musiche. Tutto questo a conferma che Gabriele Cometa non lascia nulla al caso, anzi è l’attenzione al particolare la chiave di volta della riuscita di tutte le sue commedie. 

 

Grande ricerca e analisi introspettiva anche per i giovani attori Pierpaolo Laconi, Elisa Rivelli, Simone Tromboni, Federica Siri e Andrea Riso che sono riusciti, attraverso un flashback introspettivo, a tirar fuori e rivivere per una seconda volta gli anni a cavallo tra giovinezza ed età adulta.

 

La punizione sarà occasione di scontro e confronto, di dibattiti e prese in giro, ma soprattutto di presa consapevolezza del proprio Io e della personalità dell’altro, di quello che si considera il diverso e che fa paura quando si scopre che in fondo tanta diversità non esiste e che ci assomiglia più di quanto non si voglia ammettere.  (recensione di JESSICA ZECCHINATO)

 

QUASI AMICI (Intouchables) - recensione



                 sceneggiatura e regia di Olivier Nakache

                                                           e Eric Toledano

 

             

                                                    con François Cluzet

                                                          e Omar Sy

 

 


                                     nei cinema italiani dal 24 febbraio 2012

 

 


Philippe, parigino ricco e aristocratico, è tetraplegico e ha bisogno di qualcuno che si occupi di lui giorno e notte; non basta l'infermiera, ci vuole un uomo giovane e con due braccia forti per accudirlo. Dopo aver esaminato e scartato una serie di candidati apparentemente molto più qualificati la sua scelta cade su Driss, piccolo criminale senegalese perennemente disoccupato.

Così inizia INTOUCHABLES, una commedia imprevedibilmente divertente.



Che cosa può rendere "quasi amici" un esteta miliardario paralizzato dal collo in giù e un giovanotto della banlieue che si è appena fatto 6 mesi di galera, il cui unico scopo nella vita è mungere i servizi sociali? Sono due "intoccabili" (ognuno a modo suo è un paria) che presi separatamente sono infrequentabili, e una volta insieme sono indistruttibili.

L'incontro fra i due handicappati, uno fisico e uno sociale, è il nucleo attorno a cui ruota questo buddy-movie, sulla scia dei grandi duetti della commedia francese: la perfezione di una lingua colta e declamata contro lo slang del ghetto, il pettinato inglese contro le felpe da ginnastica, due personalità agli antipodi, due universi in continua collisione che trovano un punto d'incontro in un'inattesa complicità.

 

L'avvocato di Philippe, che ha preso informazioni in Questura ed è preoccupato per questa strana scelta, vuole dissuaderlo; e Philippe gli dice: "Sai che quando suona il telefono lui me lo passa? Semplicemente non si ricorda che non posso prenderlo. Lui non prova pietà per me."   Soffocato dalle cure di segretaria, governante, infermiera, fisioterapista, accoglie come una boccata d'aria fresca la presenza di questo rustico ragazzone di periferia, che non si vergogna delle proprie origini e con ingenuità e buona volontà cerca di adeguarsi agli strani rituali sociali in cui si è trovato di colpo immerso. Driss apprezza moltissimo la sua bella camera con enorme bagno privato, e di poter guidare una Quattroporte Maserati (si rifiuta di usare il furgoncino per handicappati: "Non vorrà mica che la faccia salire da dietro come un cavallo!") ma non riesce a capire perché Philippe spenda centinaia di migliaia di euro in arte moderna; e l'opera, proprio no, non la capisce. E non si capacita di come Philippe, vedovo, con un'intrattabile figlia sedicenne, vulnerabile e spaventata, intrattenga da molto tempo una relazione solo epistolare con una donna con cui si scambia poesie.

 

E' costretto a lasciare il suo lavoro quando la famiglia ha bisogno di lui (la madre vedova non ce la fa a gestire tre ragazzini turbolenti che si mettono sempre nei guai) ma, sistemate le cose, torna subito appena richiamato, perché Philippe non può proprio fare a meno di lui.


I giovani registi di cortometraggi Nakache e Toledano videro nel 2004 il documentario "A' la vie, à la mort" che raccontava la vera storia di Philippe Pozzo di Borgo, tetraplegico in seguito alla frattura di due vertebre cervicali per un incidente col parapendio, e del suo badante algerino Abdel Sellou.  Scrissero subito una sceneggiatura su questa storia incredibile, un soggetto forte con una buona dose di umorismo; ma non avevano il coraggio di affrontare un tema così delicato nel loro primo lungometraggio.

 

Finché nel 2008, in pieni campionati del mondo di calcio, sbancarono i botteghini francesi con NOS JOURS HEUREUX, seguito nel 2009 da TELLEMENT PROCHES. Rassicurati da questi successi misero in cantiere INTOUCHABLES, e il primo a vederlo finito è stato proprio Philippe, che  aveva anche collaborato alla sceneggiatura: dietro suo suggerimento sono stati inseriti molti dettagli di una realtà spesso dolorosa, ma anche folle e divertente, il lato normale di situazioni assolutamente anormali.


Philippe Pozzo di Borgo si dice molto soddisfatto del film: "I due registi hanno un houmor terribile. Nel nostro stato noi amiamo le persone che scherzano, non quelle che ci compatiscono. Certo la nostra storia è stata trattata in salsa cinematografica, compresso in pochi mesi un rapporto durato anni. Driss è meno burbero di Abdel, più sorridente. E poi Abdel non sa ballare! Lui è un capo banda, molto più duro che nel film."

Racconta di Abdel Sellou: "Come nel film, ha risposto al mio annuncio pensando che l'avrei rifiutato, così avrebbe continuato a incassare l'assegno di disoccupazione. Poi si è detto che il mio palazzo nel 7° arrondissement era una cassaforte facile da svaligiare. In effetti è rimasto con me 10 anni. E' insopportabile, vanitoso, orgoglioso, brutale, incosciente, umano. Senza di lui sarei morto di decomposizione. Abdel mi ha curato come un neonato. Attento al minimo segno, presente durante le mie assenze, mi ha liberato quando ero prigioniero, protetto quando ero debole. Mi ha fatto ridere quando mi stavo spezzando. E' il mio diavolo custode."

 

Sullo sfondo c'è la Francia di oggi, un Paese caratterizzato da fratture sociali apparentemente incolmabili, il confronto fra i quartieri alti e le città satellite, un magnifico hotel particulier con lucidissimi parquet e tappezzerie di broccato e quadri di Poussin, e i tristissimi condomini ad affitto bloccato dagli intonaci cadenti.


Se INTOUCHABLES ha venduto fin'ora in Francia 19 milioni di biglietti il merito è sia dell'impeccabile sceneggiatura che dei due splendidi protagonisti: François Cluzet vive il suo difficilissimo personaggio più che rappresentarlo - Omar Sy, figlio di un senegalese e di una mauritana, noto comico televisivo e già protagonista dei precedenti film di Nakache e Toledano, dà un'interpretazione misurata e naturale. Il loro senso del ritmo, la loro capacità di passare dall'emozione alla commedia sono impressionanti - hanno già ricevuto in coppia il premio per il miglior attore al Festival di Tokio e si apprestano a fare strage di César.


Piacevole e appropriata la colonna sonora di Ludovico Einaudi, inframmezzata da brani di Rameau e Earth, Wind and Fire, hip-hop e Wagner, secondo i gusti inconciliabili di Philippe e Driss.


Per una volta la non corretta traduzione italiana del titolo rispetta correttamente il contenuto del film: "quasi" amici - perché fino all'ultima battuta i due protagonisti si danno, rispettosamente, del lei.  (recensione di MARINA PESAVENTO )








TRE SULL'ALTALENA di Luigi Lunari al Teatro Libero - recensione

                                                     

 

                           TRE SULL'ALTALENA di Luigi Lunari

                           Produzione Teatro Stabile di Verona

 

 

                    Regia di Roberto Vandelli, anche interprete

                                        con Andrea De Manincor,
                                             

                                               Maurizio Perugini

                                               Donatella Bartoli.

 

 

                                          
E' un testo curioso e spiazzante questo "Tre sull'altalena": una commedia dove si parla di vita e morte, libertà e responsabilità personale, scienza e fede, riuscendo ad essere per tutto il tempo assolutamente divertente. Il luogo, un salotto dai muri neri con pochi mobili essenziali e tre porte bianche, da cui entrano uno dopo l'altro i personaggi che, come da titolo, sono tre: un signore che deve incontrare una donna per un incontro galante in una pensione, un ex-ufficiale dei servizi segreti che ha un appuntamento presso una ditta appaltatrice dell'esercito e un insegnante di lettere che ha scritto un libro giallo di cui deve ritirare le bozze presso il suo editore - tutti alle 17. Ma è possibile che tutti e tre abbiano sbagliato indirizzo? La situazione si fa ancora più inquietante quando scoprono di non poter uscire se non ognuno dalla porta da cui è entrato. Per non parlare del frigobar che, a seconda di chi lo apre, dispensa birra, aranciata o.... cioccolata calda!


Sullo sfondo c'è anche un'imminente esercitazione anti-inquinamento, che imporrà l'arresto generale di auto e mezzi pubblici e il distacco dell'elettricità paralizzando di fatto la cittàsino al mattino dopo.
Costretti a passare la notte insieme, i tre si interrogano sulla strana situazione e, da perfetti estranei, non parlano di fatti personali, ma finiscono per conversare sui massimi sistemi, sul destino e sui misteri dell'esistenza, citando la Bibbia, Shakespeare e Schopenhauer.
E da questo nasce un'ipotesi clamorosa: in realtà sono morti, quella dove si trovano l'anticamera dell'aldilà. Discutono, si insultano, si accapigliano fino alle prime ore del mattino, quando si presenta un quarto personaggio, quella che sembra essere la donna delle pulizie; ma parla in modo molto ambiguo, potrebbe anche essere l'Angelo del Giudizio.....


Dal 1989 ad oggi TRE SULL'ALTALENA è stata tradotta in 24 lingue e rappresentata in tutto il mondo, una vera rarità nel panorama dei nostri autori; il suo successo universale è causato proprio da questo stano connubio fra Kafka e Feydeau, una sorta di commedia dell'arte riscritta da Samuel Beckett, o "un Huis Clos di Sartre in versione divertente e spumeggiante" come scrisse del testo il Canard Enchainé e se lo dicono i francesi....

Il testo, equilibratissimo,  è sicuramente a prova di bomba, ma regista e attori ci hanno messo molto del loro per renderlo credibile e spassoso, trascinandoci con ritmo indiavolato dal sorriso allo sghignazzo. E facendoci anche pensare un po'. Da non perdere. (vista al Teatro Libero di Milano il 22 febbraio 2012 da MARINA PESAVENTO)

          uno scritto dell'autore sul testo: http://luigilunari.com/italiano/pdf_i/01_altalena_0.pdf

PASTICCERI al TEATRO AMBRA ALLA GARBATELLA

TEATRO AMBRA ALLA GARBATELLA

Piazza Giovanni da Triora 15, Garbatella, Roma

06 81173900

 

dal 21 febbraio al 4 marzo 2012

ore 21 domenica ore 17,00

 

 

Benvenuti srl e Armunia Festival Costa degli Etruschi

 

presentano

 

Compagnia Abbiati Capuano

 

PASTICCERI

Io e mio fratello Roberto

di e con Roberto Abbiati e Leonardo Capuano

tecnica Matteo Rubagotti

assistente alla regia Elena Tedde

 

LA RICETTA PER UN BUONO SPETTACOLO: TANTO ZUCCHERO E POESIA

 

La trama del Cyrano di Bergerac riscritta e raccontata all'interno di un laboratorio di pasticceria, tra fornelli, zucchero, cioccolato e panna montata. Mentre i due fratelli si raccontano, preparano torte al cioccolato, alla frutta, bavaresi e profiterole. Gli spettatori affrontano un viaggio tra odori, sapori, spunti poetici e ironici ed arrivano alla fine con la certezza di poter godere del risultato di una notte di lavoro in un laboratorio di dolci sogni.

 

Due fratelli gemelli.

Uno ha i baffi l’altro no, uno balbetta l’altro no, parla bello sciolto.

Uno crede che la crema pasticcera sia delicata, meravigliosa e bionda come una donna, l’altro conosce la poesia, i poeti, i loro versi e li dice come chi non ha altro modo per parlare.

Uno è convinto che le bignoline siano esseri viventi fragili e indifesi, l’altro crede che le bignoline vadano vendute, sennò non si può tirare avanti.

Il laboratorio di pasticceria è la loro casa. Un mondo che si è fermato alle quattro di mattina, il loro mondo: cioccolata fusa, pasta sfoglia leggera come piuma, pan di Spagna, meringhe come neve, frittura araba, torta russa, biscotto alle mandorle e bavarese: tutto si muove, vola, danza e la notte si infila dappertutto.

Due fratelli gemelli che, come Cyrano e Cristiano, aspettano la loro Rossana, e dove la vuoi aspettare se non in pasticceria?

Due fratelli pasticceri, se li vedi abbracciati, sembrano un albicocca.

Profumano di dolci e ascoltano la radio: musica, molta musica.


La sera del 21 febbraio, in occasione dela prima, l’azienda agricola Casale del Giglio offre al pubblico una degustazione di vini da associare ai dolci preparati in scena



Ufficio stampa e promozione

Benedetta Boggio e Alessia Esposito 







L'OMBELICO DI ALVISE - siamo solo buchi neri dentro buchi neri...

Dopo aver fatto tanto parlare di sé sul web, ha debuttato  finalmente il 20 febbraio in prima nazionale lo spettacolo "L'Ombelico di Alvise", la prima regia di Luca Ligato che spalanca le sue ali per volare sul piccolo palcoscenico dello Spazio Cicco Simonetta.


Uno spettacolo tratto dal racconto omonimo di Claudia Porta, totalmente autoprodotto e che dimostra non solo il grande sforzo fatto, ma anche la grande complicità che lega questo gruppo di giovani promesse unite per il solo desiderio di fare Teatro e di raccontare qualcosa di sincero e puro.

 “Siamo solo buchi neri dentro buchi neri”... così recita il testo che racconta la storia di un vero amore e di un ombelico, pronto ad accogliere tutto quello che di meraviglioso c'è nella vita. Una pièce soave e malinconica di due individui in cerca della loro dimensione, del loro posto nel mondo che non può essere che l’uno dentro l'altro.

Ma chi sono Alvise e Gala? Due mondi imprescindibili eppure tanto diversi: lui, dolce, sensibile eppure tanto timido, lei, sola, disperata, con un'incredibile voglia di sentirsi desiderata. Se si pronuncia il loro nome in un unico fiato, AlviseeGala, è come una formula magica pronta a donare alle loro vite un senso assoluto e indescrivibile, una chiave per universi sconosciuti, come quello che si nasconde dentro l'ombelico di Alvise. Un ombelico qualunque se non fosse che Gala, riesce ad inserire, al suo interno, qualsiasi tipo di oggetto...

Lo spettacolo si snoda in non luoghi attraverso una resa scenica completamente caratterizzata dalla bidimensionalità. E così come non esiste una collocazione spaziale, allo stesso modo viene accentuata la totale mancanza di oggetti, seppur nello spettacolo essi siano praticamente i co-protagonisti dei due attori, per spingere lo spettatore ad immaginare piuttosto che a guardare, ad intuire piuttosto che ad assistere inerti.

Un finale a sorpresa che porterà a quella che sarà una vera e propria svolta nella vita dei due ragazzi, per sfuggire alla convenzionalità della vita quotidiana e per non sottomettersi ad una realtà a cui non sentono più di appartenere. Perché cos’è in fondo la realtà? Un insieme di regole e precetti che servono soltanto a reprimere le nostre pulsioni, a stringere i sentimenti in una morsa troppo stretta per dar spazio all’abbandono dei sensi. Una realtà di cui Alvise e Gala si accorgono di non voler far parte.

L’OMBELICO DI ALVISE
di Claudia Porta
regia di Luca Ligato
con Alessia Bedini e Stefano Pirovano
scenografia Giovanna Angeli
costumi Carla Goddi
musiche originali Alberto Campi
organizzazione Monica De Giuli



Per prenotazioni e informazioni:
artemisiamusicaeteatro@fastwebnet.it

Per informazioni stampa: Monica De Giuli monica.degiuli81@gmail.com





                 Link alla pagina dedicata allo spettacolo su Persinsala, rivista
               di critica teatrale e cinematografica on-line
                                 In questa stessa pagina il trailer dello spettacolo

                  http://teatro.persinsala.it/lombelico-di-alvise-diadio-di-bordo/4493

                                     pagina FB completamente dedicata allo spettacolo

              http://www.facebook.com/pages/Lombelico-di-Alvise/349789708371671

Mumble mumble (ovvero confessioni di un orfano d’arte) - recensione


Immerso nella fantastica cornice romana di Trastevere il Teatro Belli ospita dal 14 al 19 febbraio “Mumble Mumble” di Emanuele Salce e Andrea Pergolari e con un divertente Paolo Giommarelli al fianco del protagonista che, in un camerino improvvisato di una sala parrocchiale di Narni Scalo, si impegna a conciliare la messa in scena di un testo di Dostoevskij alla ricerca continua di una verità assoluta, e il suo raccontarsi come orfano d’arte alternando al meglio ironia e carica emozionale.

 

Mumble mumble è il divertente titolo che Salce ha scelto per questo spettacolo che, dopo le repliche al Teatro Belli, sarà in scena il 25 e 26 febbraio al Teatro Le Sedie di Roma e poi al Teatro Rossetti di Trieste.  


Salce cala la maschera da attore e sul palco della sala trasteverina racconta sé stesso,  la sua vita segnata da due giganti del teatro e del cinema italiano come Luciano Salce, il suo padre naturale, e Vittorio Gassman, il padre putativo, che sposò  la madre nel 1970.

 

Un racconto ironico quello di Salce, grande mattatore della serata che di getto, dopo una breve introduzione sull’importanza e la ricerca della verità assoluta,  inizia a parlare dei cerimoniali funebri dei due padri approdando poi a una bionda australiana e a un improbabile contrattempo

Un’ironia fuori dagli schemi quella mostrata dal “doppio figlio d’arte”,  un’ironia che travolge il folto pubblico in sala. Ricordi emozionanti la fanno da padrone in uno spettacolo esilarante che fa riflettere  senza mai perdere il  sorriso.

 

Lunghi e meritati gli applausi in sala non solo per Emanuele Salce ma anche per Paolo Giommarelli il suo alter ego che nelle varie vesti, da assistente prima, psicologo e medico poi, sostiene il protagonista in maniera ineccepibile. Il testo, ben scritto dal duo Salce/Pergolari, permette all’attore di tenere alta l’attenzione del pubblico per più di un’ora. Se in passato è stata la paura di essere paragonato ai padri a rallentare  il suo percorso artistico, con questo spettacolo ci auguriamo che Emanuele Salce l’abbia sconfitta. La prova, non certo semplice, è stata senza dubbio superata. (DEBORA BELMONTE)


“Mumble mumble” di e con Emanuele Salce e Andrea Pergolari con  Emanuele Salce  Paolo Giommarelli.

 

Al Teatro Belli di Roma Dal 14 al 19 febbraio a

Al Teatro Le Sedie 25 e 26 febbraio.

 

TEATRO BELLI
dall'14 al 19 Febbraio 2012
La Società per Attori presenta
MUMBLE MUMBLE
di Emanuele Salce e Andrea Pergolari
con Emanuele Salce e Paolo Giommarelli
 "Sono figlio di un uomo di spettacolo. Regista, attore, umorista. Ha fatto cinema, teatro, televisione, radio; ha scritto libri, commedie sceneggiature. Ha fatto un po' tutto quello che c'era da fare. Me compreso... E fra le molte altre cose che ha fatto, un bel giorno è morto..."
Comincia così il dialogo con se stesso di un attore che, nel camerino di un teatro di una sperduta località della più profonda provincia italiana, è in attesa che si faccia vivo almeno il primo spettatore per poter andare in scena con la versione per un solo attore de "I fratelli Karamazov".Durante questa beckettiana attesa il nostro attore si sofferma a riflettere con ironia sul significato del proprio lavoro, sulle difficoltà, sul suo senso profondo e sulla attuale crisi che attanaglia il mondo della cultura del nostro paese nonché sulla inevitabile comparazione col recente passato e con le esperienze legate alla sua adolescenza.Avrà così modo di rievocare passaggi della propria vicenda umana, sul cui sfondo campeggiano alcune grandi personalità del nostro cinema e teatro, dal padre Luciano, al patrigno Vittorio e ai tanti loro colleghi, figure per lui quotidiane e familiari, che affiancavano alla loro attività professionale un grande amore per la cultura, figure pubbliche e carismatiche che hanno segnato profondamente la società del tempo. E con essa, hanno segnato anche la psiche del protagonista.
Ed è proprio nella rievocazione dei tanti episodi, tra il macabro, il comico e l'osceno, partendo proprio dal giorno del funerale del padre, che il protagonista potrà fare chiarezza dentro di sé e capire perché si trova in quel posto, in quella data ora e con quel testo da interpretare.
Un percorso umano ed esistenziale che si dipana fra letture "alte" e un'irresistibile voglia di aggiustare il mondo con una battuta corrosiva, che intreccia la comicità di alcune situazioni con degli squarci interiori nell'anima di un bambino e poi di un ragazzo che assiste ad eventi più grandi di lui. Un ragazzo che avrà bisogno di intraprendere quel cammino artistico e umano per diventare un uomo libero.
Come dovrebbe fare, o forse aspirare a fare, ognuno di noi.

                                                           www.teatrobelli.it


DESTINATARIO SCONOSCIUTO - recensione



 

Teatro del Buratto in collaborazione con Otto&Marvuglia 
DESTINATARIO SCONOSCIUTO

dal 14 Febbraio al 4 Marzo                                               

 




Per non dimenticare...


regia Gabriele Calindri
con Marco Pagani
Massimiliano Lotti

dall'omonimo romanzo di Katherine Kressmann Taylor

Spettacolo inserito nell'abbonamento
Invito a Teatro 

 

 



San Francisco, 1932 - Max Eisenstein e Martin Schulse sono amici fin dalla giovinezza in Germania e sono ora proprietari di una galleria d'antiquariato, quadri e oggetti provenienti dall'Europa. Martin ha nostalgia del suo paese e appena può coglie l'occasione: si trasferisce con la famiglia a Monaco, per aprire una succursale della loro ditta e sovrintendere alle esportazioni. Si scrivono spesso, si raccontano della loro vita; soprattutto Martin narra all'amico di questo suo paese che, schiantato dalla crisi economica successiva al Trattato di Versailles, si sta finalmente riprendendo. Tutto qui, due dozzine di lettere fra due amici, all'inizio relazioni d'affari mischiate a confidenze familiari e affettuose. Poi però il loro rapporto si evolve in modo allarmante con l'evolversi della Storia, l'amicizia fra l'Ariano e l'Ebreo gradualmente si lacera, fino ad uno strappo che provoca una tragedia. E dall'America parte una feroce vendetta.

 

La regia di Gabriele Calindri è semplice e pulita: i due personaggi accanto alle loro due scrivanie, illuminati alternatamente, con pochi indispensabili movimenti; tutto è affidato alla forza delle parole ed al palese coinvolgimento emotivo degli attori Marco Pagani e Massimiliano Lotti, che questo testo rappresentano da tempo con costanza e impegno.

            Lo spettacolo è tratto fedelmente dall'omonimo racconto della giornalista Kathrine Kressmann Taylor (1903-1997); pubblicato in origine sulla rivista Story, esaurito in 5 giorni venne stampato in libro e vendette 50.000 copie; riscoperto dopo un lungo silenzio è stato ristampato nel 1995 negli Stati Uniti e subito dopo in tutto il mondo, ma ciò che sconvolge è scoprire che fu pubblicato per la prima volta non dopo la guerra, quando tutti ormai erano perfettamente al corrente di che cos'erano stati il Nazismo e l'Olocausto, ma molto prima, nel settembre 1938. Un grido era stato lanciato, ma nessuno l'aveva ascoltato. La chiaroveggenza poetica è stata un'altra volta sconfitta dal pragmatismo politico dei Signori del Mondo. (MARINA PESAVENTO)

 

PERTHUS di Jean-Marie Besset - recensione




"Tutti gli uomini sono omosessuali, a parte quelli che hanno deciso di non esserlo"  Da questo paradosso di Flaubert è utile partire per affrontare la visione di questo spettacolo, storia di due 17enni di Perthus, paesino dei Pirenei dove l'ultimo avvenimento importante è stato il passaggio di Annibale coi suoi elefanti.

 

Paul, di famiglia modesta, appassionato di letteratura e teatro, si avvicina al nuovo arrivato Jean-Louis, di famiglia alto borghese, genietto della matematica e sportivo ammiratissimo dalle ragazze della scuola; diventano amici, come tutti gli adolescenti hanno in comune un grande entusiasmo per la vita e tanti sogni per il futuro.

 

E purtroppo hanno entrambi due madri oppressive e invadenti, che il futuro dei loro figli così intelligenti e in gamba l'hanno già progettato, ma che non paiono minimamente interessate alle lore esigenze e sensibilità. Il loro rapporto con i figli è viscerale, ma soffocante fino alla crudeltà. Sono entrambe mogli infelici, trascurate e forse tradite da mariti invisibili, dediti solo al lavoro: nei loro ragazzi cercano un riscatto alle proprie ambizioni calpestate.

Quando Paul si innamora di Jean-Louis le due donne si conoscono, diventano amiche e progettano insieme di spezzare quel legame appena nascente, che se portato avanti potrebbe danneggiare i loro ambiziosi progetti di vita e carriera accuratamente pianificati.

I due ragazzi si scontrano con le ferree direttive materne e sono costretti ad accettarle: soffocano le loro pulsioni per non essere condannati all'emarginazione in un mondo che impone uniformità e omologazione, e così il loro futuro - questo il monito di Besset - è votato ad una condizione di ineluttabile scontentezza.


Particolarmente interessante in questa messa in scena la scelta di far interpretare le due madri ad attori uomini, come già avvenuto nella prima edizione francese del 2005, ma qui in modo ancor più radicale. Non si tratta di una recitazione en travesti, anzi: entrambi gli interpreti, dall'aspetto decisamente virile, indossano abiti maschili di diverso taglio, ognuno consono alla classe sociale del personaggio, associati a scarpe femminili dai tacchi alti. Solo attraverso la recitazione, comunque mai banalmente forzata o grottesca, viene manifestata la femminilità di queste due madri, virilizzate contro voglia, costrette loro malgrado a prendere tutte le decisioni dall'assenza di un uomo, marito e padre, al loro fianco.


Il testo è ironico e piacevole, pulita ed essenziale la regia di Giampiero Cicciò, anche interprete di Irène, la madre di Paul, ricca di popolare buonsenso, ma non per questo meno determinata. Salvatore Palombi è Marianne, la madre di Jean Paul, aristocratica e sensuale, seduttiva ma feroce coi suoi tacchi a stiletto da 12 cm.

Matteo Romoli e Andrea Luini, pur essendo molto giovani, hanno già parecchia esperienza di palcoscenico e ci regalano un ritratto di adolescenti fresco e naturale.

 

Lo scrittore Jean-Marie Besset, semisconosciuto in Italia, è uno dei più importanti e noti uomini di teatro di Francia: ha iniziato nel 1981 come attore e regista, e fra il 1986 e il 1998 si è diviso fra New York, dove scriveva, e la Francia, dove le sue opere venivano rappresentate.

A 52 anni ha scritto e diretto 20 pièces teatrali, da cui sono stati anche tratti alcuni film con la regia di Robert Salis, André Téchiné e Ismail Merchant, e soprattutto è autore di ben 42 traduzioni e adattamenti per la scena di opere di scrittori inglesi e americani del '900, Michael Frayn, Harold Pinter, Tom Stoppard, David Hare, Tennesse Williams, Noel Coward, Brian Friel, Alan Bennett. Ha sempre lavorato nell'ambito del teatro privato, ma dal 2009, pur non abbandonando la scrittura e la regia, è anche direttore del Théatre des 13 Vents di Montpellier. Attraverso questo lavoro si propone di "riconquistare il teatro al territorio della parola. Negli ultimi 20 anni anche i Festival hanno finito per occuparsi di danza, elettronica, installazioni, i testi sono stati relegati ad un ruolo collaterale; gli spettacoli sono diventati un caravanserraglio in cui il testo non ha più grande importanza. Questo non significa che non ci sia posto per tutti, si può fare teatro in molti modi, ma è mio scopo riaffermare la centralità della scrittura teatrale." Questo incarico gli dà molte soddisfazioni: "Ora che lavoro per un Teatro Pubblico tutti mi guardano con occhi diversi, scrivono persino tesi di laurea su di me!", ha dichiarato.


Nonostante il suo forte legame con gli autori contemporanei i suoi numi tutelari sono i grandi classici del '600-'700, e tratta nei suoi testi temi "scandalosi" usando una lingua classica, come fu per de Sade e Diderot. Il suo modello stilistico e linguistico è Molière, il primo vero autore moderno, sempre legato a motivi autobiografici e contemporanei, come potrebbe essere oggi Woody Allen. E a proposito dell'origine autobiografica di PERTHUS dice: "E' fondamentale, ma non è un documentario, è una rielaborazione, un autore traveste e riorganizza il reale. Quello che mi interessa veramente è raccontare delle storie, come se fossi a cena con gli amici". (MARINA PESAVENTO)

 


Regia di Giampiero Cicciò

Fondazione Teatro V.E. di Noto in coproduzione con Taormina Arte

al CRT Salone di Milano dal 15 al 19 febbraio 

 

 

                              video dello spettacolo su http://mercuziovlog.blogspot.com 

CYRANO DACCI UNA MANO - recensione

Una platea colma di spettatori ha accolto la prima dello spettacolo “Cyrano…dacci una mano” che si è tenuta il 9 febbraio al Teatro delle Muse di Roma. Lo spettacolo, scritto a quattro mani da Mimmo Strati e Alberto Bognanni, si presenta come una sorta di teatro nel teatro. Formula non sempre facile da rappresentare ma che stavolta riesce bene.

Dopo il successo ottenuto con lo spettacolo Romeo e Giulietta…paccavano eccome la Nuova Compagnia di Teatro Luisa Mariani ritorna con un classico della commedia teatrale: Cyrano de Bergerac. A caratterizzarlo però è il contesto: non ci troviamo a Parigi, ma in un quartiere periferico di Roma. Già dall’inizio si intuisce che non si tratta del tradizionale Cyrano. Mimmo Strati. che cura perfettamente la regia dello spettacolo, rompe gli schemi e non mette gli attori sul palco ma utilizza tutto il Teatro delle Muse per far recitare il suo cast.
 
Ma partiamo dalla storia:  un prete ha intenzione di organizzare uno spettacolo per beneficenza,  gli unici attori che riesce a trovare sono un esilarante elettricista romano, interpretato da un bravissimo Mimmo Strati, due attrici belle, ma senza un soldo portate in scena dalle convincenti Maia Orienti e Titti Lanzetti, un fumantino muratore calabrese interpretato da uno straordinario Francesco Trifilio, una studentessa timida, brava anche Ludovica Leo, e un attore famoso di cui, però, nessuno si ricorda il nome portato in scena da Giuspeppe Quinci. Il tutto coronato da un regista che da giovane ha recitato in vari film western e che ora è ridotto a miseria.
 
I sei attori, tra esercizi di respirazione, di dizione e di immedesimazione si ritroveranno a imparare l’arte di soffiare dentro l’anima e. tra finzione e realtà. si sentirà parlare di amore, di gelosia e di sogni. La storia da portare in scena, il Cyrano appunto, si intreccia con la storia del dietro le quinte. Le prove, gli scioglilingua, gli esercizi degli attori che devono interpretarla e non solo. In scena gli amori, le gelosie, le ansie e le paure dei protagonisti. Un mix di emozioni che si alterna a grandi risate. Si perché la genialità di questo testo sta nel saper emozionare e divertire allo stesso tempo, con l’intento, tra le altre cose riuscito, di rispolverare uno dei testi classici e farlo rivivere.
 
La formula di Mimmo Strati risulta essere vincente. Scoppiettante il testo, bravi gli attori in modo particolare Stefano Scaramuzzino nei panni del prete e Cesare Cesarini in quelli del regista/barbone.
Determinante la regia che riesce ad alternare momenti di emozione (bella la scena dei festeggiamenti ad Orlandini) con quelli di comicità (la prova degli scioglilingua) in cui ogni singolo attore del bel cast scelto da Strati, dà prova di grande professionalità.

Uno spettacolo da non perdere. “Cyrano.. dacci una mano” di Mimmo Strati e Alberto Bognanni con Cesare Cesarini, Titti Lanzetta, Ludovica Leo, Maia Orienti, Giuseppe Quinci, Stefano Scaramuzzino, Mimmo Strati, Francesco Trifilio, scenografia di Anna Monia Paura, costumi di Gisa Rinaldi e luci e suoni di Toni di Tore.

 In scena dal 9 al 21 febbraio alle ore 21 al Teatro delle Muse a Roma. 

                                                                                                                 (recensione di DEBORA BELMONTE )

         

TEATRO DEI CONTRARI Dal 14 al 26 Febbraio 2012 La Catena del Danno

 

di Pierluigi Marotta Regia di Flaminia Graziadei Interpreti: Giulia Bornacin – Salima Balzerani - Sara De Marchi Video Istallazioni: Flaminia Graziadei Art director: Grazia Colombini Musiche: Michalis Koumbios Les Tambours du Bronx

Sarà in scena al Teatro dei Contrari, dal 14 al 26 Febbraio 2012, “LA CATENA DEL DANNO”, atto unico di Pierluigi Marotta, per la regia di Flaminia Graziadei. Interpreti: Giulia Bornacin – Salima Balzerani - Sara De Marchi. Un tributo al mistero femminile, provocazione all'illusione del senso comune di possesso. Una madre, data in adozione poco dopo la sua nascita, abbandona a sua volta sua figlia nel tentativo di trovare una forma “altra” di amore, libera da sovrastrutture imposte dall’esterno, autentica, viscerale. Nella ricerca dell’affermazione della propria posizione di donna nel mondo, al di là del solo essere madre, si sottrae a sua figlia per poter essere con lei una cosa sola. Ripropone così l’unica forma d’amore a lei conosciuta: il legame indissolubile dell’assenza, la catena del danno. In questo suo insoluto cammino verso la “verità”, si innestano il non-rapporto con la madre adottiva e il giudizio degli altri, incarnato dalla vecchia amica ormai incapace di comprendere le sue scelte estreme, che irrompono a turbare il flusso del suo delirio emotivo. Un percorso affascinante di ricerca al femminile, al di la di ogni stereotipo, spiazzante e coinvolgente per la forma e il contenuto della vicenda narrata. La catena del danno ha inizio con le cause che sono alla radice del danno stesso. Una vicenda di forza, sofferenza, amore e incredibile sete di vita nonostante una ferita/colpa che non si riesce a cancellare dal cuore. Uno spettacolo che dipinge con eleganza personaggi inquieti, complessi, feriti e accattivanti, Una prospettiva diversa ed insolita per vivere le emozioni raccontate e vissute in palcoscenico al di là della ricerca ossessiva di una perfezione che di suo è innaturale.

 

TEATRO DEI CONTRARI Dal martedì al sabato ore 21 - domenica ore 18 V. Ostilia 22 (Colosseo) prenotazioni 348 9602600 dalle ore 13,00 alle ore 22,00

 

Ufficio stampa compagnia Maya Amenduni mayaamenduni@gmail.com 3475828061

Papà al cubo TEATRO DE’ SERVI

TEATRO DE’ SERVI

Dal 14 febbraio al 4 marzo 2012

Papà al cubo

di Antonio Grosso
con Salvatore Catanese, Antonio Grosso, Antonello Pascale

regia di Marco Simeoli

Si sa, l'arrivo di un bambino cambia la vita, trasformando le giornate di qualsiasi coppia. Ma se a dover gestire il pargolo non sono una mamma e un papà, ma tre uomini, le cose si complicano inevitabilmente.

“Papà al cubo” di Antonio Grosso, già autore di Minchia Signor Tenente rappresentato proprio al Teatro de’ Servi con enorme successo, è una commedia che intende esplorare con ironia l'evoluzione della famiglia contemporanea. Potrebbe sembrare un adattamento teatrale del ben più noto film degli anni 80, “Tre uomini e una culla”, ma la storia narrata dalla pellicola è solo lo spunto per una pièce del tutto originale.

Protagonisti della vicenda sono tre trentenni partenopei (Antonello Pascale, Antonio Grosso e Salvatore Catanese) i quali, all’arrivo improvviso della piccola Sara nella loro vita, cominciano giorno dopo giorno a mettere in gioco i propri sentimenti, tralasciando lentamente le loro precedenti abitudini. Le loro esistenze hanno un sussulto e i tre iniziano a capire il vero senso della vita, liberandosi finalmente del lato peggiore di un’inguaribile “sindrome di Peter Pan”.

Uno spettacolo divertente, che non mancherà di far riflettere sulla moderna idea di famiglia.

 

Note del regista Marco Simeoli

Dopo varie esperienze “nel genere commedia”, sia come attore che come regista, “Papà al cubo”, ha dato corpo a un momento del mio percorso registico particolarmente desideroso di mettere in scena delle “storie”, che oltre ad offrire attimi di puro e sano divertimento, fossero punti di partenza per affrontare argomenti di attualità.

In questa commedia vengono sapientemente mescolati aspetti appartenenti alla grande tradizione del repertorio comico partenopeo (non a caso i tre interpreti principali, lo stesso Grosso insieme ad Antonello Pascale e Salvatore Catanese sono tutti e tre campani) ad un tema molto dibattuto negli ultimi anni ed ancora motivo di discussione nel nostro Paese: l’adozione al di fuori della coppia tradizionale. E’ questo, oggi, un argomento molto sentito che rispecchia il forte cambiamento sociale, di costume e di abitudini, in atto nella nostra società nell’arco degli ultimi vent’anni: cambiamento che ha portato ad una rivoluzione del concetto canonico di famiglia. Nel mettere in scena questo testo ho cercato, semplicemente, di raccontare questa problematica alternando i due aspetti dello spettacolo sempre più convinto di quanto l’uno possa rafforzare e rendere più efficace l’altro.

La necessità di una continua richiesta di verità nel raccontare questa storia viene ad essere completata da una scenografia assolutamente realistica ed un commento musicale che attinge quasi totalmente a colonne sonore provenienti dalla commedia all’italiana del cinema anni ’50. MARCO SIMEOLI

 

Teatro de' Servi - Via del Mortaro, 22 (Via del Tritone) - Info: 06.6795130 www.teatroservi.it

Spettacoli dal martedì al venerdì ore 21 - Sabato ore 17.30 - 21.00

Domenica 17.30 - Lunedì riposo

 

Ufficio stampa Teatro: Fabi e & Ghinfanti tel.0683608336 - info@fabighinfanti.it

 

 

Ufficio Stampa

Carla Fabi e Barbara Ghinfanti Comunicazioni

Via dei Fienaroli, 30 - 00153

Tel 06 83608336 - 83608335

 

AMANACER PROJECT ALLA SALA UNO TEATRO DI ROMA

SALAUNO TEATRO

RASSEGNA EVENTI 2011-2012

presenta

il 12 e 13 febbraio alle 21

La sezione EVENTI IN MUSICA con

AMANACER PROJECT

I fantasmi di Giuseppe 

CONCERTO DI MUSICA  LIRICA

Prosegue al SalaUno Teatro la RASSEGNA EVENTI 2011-2012 con un appuntamento da non perdere all’interno della sezione Eventi in musica, il concerto di musica lirica I FANTASMI DI GIUSEPPE.

Che succede quando alcuni cantanti lirici che vogliono rappresentare Verdi per l'eternità e una donna delle pulizie, sensitiva, si incontrano nello stesso teatro?

Beh se non lo sapete... vi aspettiamo al teatro Sala Uno per farvi assaggiare un concerto lirico con un pizzico di ironia.

 

Con Carmen Tejedera (sensitiva narratrice), Noriko Hirabayashi (soprano), Manuel Valero (tenore), Matteo Bonoto(tenore), Amanecer Sierra (soprano) rappresenteranno celebri arie di Giuseppe Verdi.

Collaborazione artistica Giorgia Filanti   

Luci: Marco Di Campli San Vito

 

 RASSEGNA EVENTI 2011/2012

SALAUNO TEATRO-p.zza Porta San Giovanni 10

Tel:   +39 06 88976626, cell: +39 345 6956719

I FANTASMI DI GIUSEPPE

13 e 14 FEBBRAIO 0RE 21

SETTIMO, LA FABBRICA E IL LAVORO al Piccolo Teatro Studio di Milano

Puzza di fumo, odore acre di gomma bruciata e un fumo fastidioso, grigio, quasi appiccicoso accolgono gli spettatori sulle gradinate del Teatro Studio. Al centro della sala una sorte di piramide grigia, sporca, che durante lo spettacolo verrà progressivamente scoperchiata e disfatta.

Dal 7 febbraio è in scena SETTIMO. LA FABBRICA E IL LAVORO, storia della fabbrica della Pirelli dagli anni '50 a Settimo Torinese e soprattutto storia degli operai, i vecchi, per lo più immigrati dal sud, arrivati senza istruzione, motivati e politicizzati, sindacalizzati e solidali, e i giovani, diplomati, qualificati, ma disposti a tutto perché un lavoro non si trova. E in mezzo gli extracomunitari, col posto fisso ma con l'incubo quotidiano: "se la fabbrica chiude, ne hanno chiuse tante..."

Attraverso la descrizione della lavorazione della gomma, dalla vulcanizzazione al prodotto finito, si raccontano piccole storie, ricavate da 2.000 pagine e centinaia di ore di interviste ad ex-dipendenti e dirigenti. E si mostra l'evoluzione dalla fabbrica brutta, sporca, dai capannoni fatiscenti e insicuri, dove il maggior lusso era la biblioteca del Cral, all'attuale asettico stabilimento, con 400 ciliegi e campo di calcetto. Ma soprattutto il passaggio dalla fabbrica "dei padroni, che agli operai ci tenevano" a quella degli azionisti, che spostano insieme ai pacchetti in borsa anche gli operai, come Anime Morte di gogoliana memoria.

Utilizzando 8 attori in varie parti e a volte come un coro greco Serena Sinigaglia, regista e autrice della drammaturgia, disegna il ritratto potente di una città delle fabbriche che sta gradualmente sparendo, insieme alla coscienza di classe che ormai non è più di moda.   (MARINA PESAVENTO)

IL TEATRO LE SEDIE DI ROMA - presentazione

IL TEATRO LE SEDIE:
 NEL QUARTIERE LABARO DI ROMA UNO SPAZIO CULTURALE APERTO A VARIE FORME D’ARTE


Roma - quartiere Labaro: una borgata nata all’inizio del ‘900 a ridosso della via Flaminia, sulle sponde settentrionali del Tevere, un posto troppo... [...]

TANGRAM PRESENTA: DONNE IN CERCA DI GUAI AL TEATRO CASSIA DI ROMA

 

http://progettotangram.myblog.it/archive/2012/01/12/donne-in-cerca-di-guai-uno-spettacolo-teatrale-di-pietro-de.html

 

SEI LABORATORI E UNO SPETTACOLO PER DIMENSIONI PARALLELE TEATRO

La compagnia di Soliera inizia le attività della nuova produzione “Del Bene, del Male” il 10 febbraio il laboratorio della Compagnia Tardito Rendina a Carpi Grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena per le nuove produzioni teatrali all’interno del progetto “Prime Visioni” la compagnia solierese Dimensioni Parallele Teatro, affiliata Arci, sta mettendo in cantiere il prossimo spettacolo dal titolo “Del Bene, del Male”. Il percorso per arrivare alla messa in scena si compone di sei laboratori aperti al pubblico il primo dei quali si terrà dal 10 al 12 febbraio a Carpi con la Compagnia Tardito Rendina nella scuola di danza Sparkling Project. Le successive cinque tappe, da marzo a settembre, si terranno a Sassuolo, Modena e Soliera per arrivare al debutto previsto ad ottobre. “Ho intenzione di formare un gruppo di lavoro composto da attori non professionisti che da tempo seguono il mio percorso creativo, provenienti dalla Compagnia Dimensioni Parallele Teatro” commenta Stefano Cenci, regista e direttore artistico del progetto “ma raccogliendo materiale umano e drammaturgico anche da questi laboratori intensivi, accompagnato in questo viaggio dalla Compagnia Tardito/Rendina; artisti amici ed affini per sensibilità artistica e metologia di lavoro, persone con le quali condivido con piacere le fatiche di questo nuovo viaggio.”

 

Per informazioni è possibile consultare il sito web: www.dimensioniparalleleteatro.it oppure www.arcimodena.org --

 

                        Michela Iorio Ufficio Stampa Arci Modena 059 2924753 3394937542

IL GUARDIANO AL TEATRO OUT OFF DI MILANO

9 febbraio > 4 marzo 2012

IL GUARDIANO

di  Harold Pinter

 

traduzione Alessandra Serra

regia Lorenzo Loris

 

 

con Gigio Alberti (Davies), Mario Sala (Aston), Alessandro Tedeschi (Mick)

 

 

scena Daniela Gardinazzi, costumi Nicoletta Ceccolini

 

disegno visivo Dimitris Statiris e Fabio Cinicola

 

luci Luca Siola

foto di scena Agneza Dorkin

produzione Teatro Out Off

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PREMIO DELLA CRITICA 2011

Motivazione

Da "Terra di nessuno" fino a quest'ultimo " Il guardiano" Lorenzo Loris, regista storico del milanese Teatro Out Off, é ormai diventato uno specialista di messinscene pinteriane. In quest'ultimo lavoro, parabola sugli inconciliabili conflitti fra due fratelli "reclusi" in una stanza, metafora di una società alla deriva, luogo di incomprensioni e rifiuti, la regia di Loris colpisce per asciuttezza di segno, per sobrietà di stile e per una inedita ambientazione lombarda che occhieggia al fondo della scena; una plumbea, nebbiosa atmosfera della periferia milanese che sembra innervare anche l'interpretazione dei tre protagonisti- gli splendidi Mario Sala, Gigio Alberti e Alessandro Tedeschi, risolvendo altresì in maniera originale la rarefatta, spettrale, inquietante trama pinteriana.

Associazione Nazionale dei Critici di Teatro,  Firenze 17 ottobre 2011 

Scritto nel 1959 e andato in scena nel 1960, “II guardiano” segna il primo vero successo di Pinter che con questo testo riesce a toccare nel vivo la società inglese dell’epoca. La pièce si svolge, come in altri testi del Premio Nobel, in una “stanza”, ma lo spazio ingombro dei più svariati oggetti non suggerisce altro che un mondo senza più ordine e armonia. In questo ambiente inquietante e minaccioso assistiamo all’arrivo di un giovanotto, Aston, e di un barbone, Davies, che viene assunto da Aston a fare il guardiano. Quando irrompe in scena Mick, il fratello di Aston, gridando “A che gioco giochiamo!” la partita a tre avrà regole brutali, e non conoscerà limiti di campo. Quello che è veramente in gioco tra Aston, Davies e Mick è come conquistare il dominio sull’altro e con quali strumenti.

Pinter parla di qualcosa di oscuro che travalica la quotidianità, qualcosa che ci riguarda profondamente e che è strettamente legato alla natura dell’uomo.

I suoi personaggi finiscono per essere degli archetipi e divengono universali perché parlano al cuore degli uomini. Questo dice Pinter riferendosi a loro: Penso che non si tratti di un'incapacità a comunicare ma, anzi, di un deliberato voler evadere la comunicazione. Parlarsi mette paura alle persone che allora preferiscono divagare: chiacchieriamo continuamente di altre cose, piuttosto che affrontare ciò che c'è alla base del nostro rapporto. 

Anche quando assomiglia a un rebus la scrittura di Pinter non perde mai di vista la realtà e la politica. Le sue commedie, anche quelle più misteriose (e ai primi posti sta sicuramente Il guardiano), indagano il senso politico del quotidiano, la forza del linguaggio che il più delle volte è uno strumento di coercizione.

Pinter ci sprona a dare un calcio all’ignoranza ed evitare la paura, ci esorta a costruire dei punti di riferimento e a non  accettare che qualcuno dei nostri simili venga tagliato fuori e viva nel vuoto.

Uno dei problemi centrali del nostro tempo è trovare il senso di un’appartenenza. Questa pièce è illuminante nel restituirci la necessità di costruire nelle società del nostro tempo, un senso di comunità, di condivisione fra le persone, in modo da favorire una sintesi viva di vita politica e vita privata dove la coscienza politica non è una cosa teorica o astratta ma diventa parte della vita, parte integrante del tessuto sociale. 

Harold Pinter , Londra, 10 ottobre 1930 – Londra, 24 dicembre 2008, drammaturgo e sceneggiatore cinematografico. Il suo primo lavoro per il teatro è "Il compleanno" del 1958  a cui segue il Guardiano nel 1960. Il suo teatro segue le linee fondative di Kafka e Beckett, con il quale ha avuto l'opportunità di stringere  un'amicizia.  Il tema di fondo è la nevrosi dell'uomo contemporaneo, l'inadeguatezza di qualsiasi comunicazione.  Nel 2005 Harold Pinter riceve il Premio Nobel per la letteratura con la seguente motivazione: " A colui che nelle sue commedie discopre il precipizio sotto le chiacchiere quotidiane e costringe a entrare nelle stanze chiuse dell'oppressione ".

Lorenzo Loris, regista storico della compagnia, dopo essersi diplomato alla “Scuola del Piccolo teatro” e aver frequentato un periodo di apprendistato con maestri quali Carlo Cecchi e Luca Ronconi, ha realizzato un originale percorso attraverso la drammaturgia contemporanea e del Novecento:: da Boris Vian a Tennessee Williams, a  Joe Orton  e  Lars Noren, da Thomas Bernhard a Bertolt Brecht per arrivare ai contemporanei,  tra i quali, Peter Asmussen, scrittore danese e sceneggiatore di Lars Von Trier,  Edward Bond (Premio Ubu 2005), Roberto Traverso (Premio Teatro di Roma - Per un nuovo Teatro italiano del 2000); Raffaello  Baldini, uno tra i massimi poeti italiani del ‘900,  Massimo Bavastro, autore, di Naufragi di Don Chisciotte, (Premio Nazionale della Critica 2002), Rodrigo Garcia, Jean-Luc Lagarce, l’autore contemporaneo più rappresentato in Francia; Sabina Negri, autrice di “Mia figlia vuole portare il velo”. Negli ultimi anni Lorenzo Loris ha sviluppato un confronto sempre più serrato con i massimi esponenti del ‘900 (Jean Genet, Samuel Beckett, Arthur Miller, Harold Pinter, Giovanni Testori). Questo confronto lo ha portato anche ad affrontare i grandi autori del passato (Maurice Maeterlinck, Marivaux,  Carlo Goldoni, Henrik Ibsen) avendo sempre come obiettivo quello di mettere in sintonia, le parole dell’autore con la nostra contemporaneità.

Spettacolo in abbonamento: OutOff Card e carnet Invito a Teatro

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Prenotel. 02.34532140 - lunedì  ore 10 > 18 e martedì >  venerdì ore 10 > 20

Ritiro biglietti: Uffici via Principe Eugenio 22 -  lunedì > venerdì ore 11> 13 ; botteghino del teatro - via Mac Mahon 16 - nei giorni di spettacolo, un’ora prima dell’inizio;  il sabato ore 11 > 13 e 16 > 22.


Orari spettacoli: da martedì a sabato ore 20.45, domenica ore 16

Trasporti pubblici: tram 12/14  bus 78  Accesso disabili: con aiuto

Teatro OUT OFF  v. Mac Mahon, 16 - 20155 Milano 

Uffici, via Principe Eugenio, 22   -  20155 Milano

Telefono  02.34532140   Fax.  02. 34532105;

E-Mail: info@teatrooutoff.it; www.teatrooutoff.it                     
 

PER SCRIVERCI

scrivere ad andrea.daz@gmail.com  oppure andreadaz@in.com  per inviare comunicati e segnalazioni di spettacoli.

AL VIA LA RASSEGNA EVENTI 2011/2012 al SalaUno Teatro

 La manifestazione è realizzata con il sostegno di Roma Capitale - Assessorato alle Politiche Culturali e Centro Storico “Giunta ormai alla sua ottava edizione la Rassegna Eventi continua a seguire la scia che da tanti anni la caratterizza e la contraddistingue all’interno del panorama teatrale italiano. Anche quest’anno la rassegna è suddivisa in tre sezioni: drammaturgia contemporanea, danza e musica. In scena compagnie perlopiù giovani, formate da attori, danzatori e musicisti che presenteranno lavori di alta qualità artistica e tecnica. Il nostro obiettivo, oltre a sensibilizzare il pubblico su tematiche a noi particolarmente care quali la violenza sulle donne, è quello di vivere e far vivere il teatro come una realtà quotidiana, creando un’affezione che vada al di là di ogni singola rappresentazione o performance ma che possa coinvolgere e interessare il quotidiano di ognuno di noi. Il teatro, la danza e la musica quindi vissute non come eccezioni ma come riti che ci avvicinano al pensiero di ogni giorno, appuntamenti attesi e indispensabili nella vita di ognuno”.

Il primo appuntamento per EVENTI 2011-2012 al SalaUno Teatro è FERROVECCHIO, in scena dal 7 al 12 febbraio, uno spettacolo scritto e diretto da Rino Marino, anche interprete insieme a Fabrizio Ferracane. Lo spettacolo è stato finalista al PREMIO TUTTOTEATRO.COM ALLE ARTI SCENICHE “DANTE CAPPELLETTI” 2010 – settima edizione Dove ha ricevuto: - Menzione della giuria con la seguente motivazione: Il progetto della compagnia SUKAKAIFA dimostra la grande vitalità del teatro in lingua, in particolare quello d’area siciliana, carica espressiva che si conferma anche nelle scelte scenografiche e luministiche. Ed esibisce inoltre, un oggetto chiave dell’esperienza artistica moderna, una bicicletta arrugginita, con tutto il suo fascino oggettuale e concettuale. -Premio della giuria popolare, presieduta da Giorgio Testa, con il coinvolgimento del suo Gruppo di ricerca Centro Teatro Educazione (CTE), con la seguente motivazione: A conclusione di un animato scambio nel quale ognuno ha avuto l’agio di confrontare, idee di teatro, immaginario personale, emozioni di spettatore, la giuria popolare, per la profondità del tema, la limpidezza della struttura drammatica, il rigore della messa in scena, l’uso del dialetto insieme realistico ed evocativo assegna il premio a FERROVECCHIO della compagnia Sukakaifa. Lo spettacolo nel 2011 è stato presente: - alla XVII edizione del Festival di teatro contemporaneo “Teatri in Città” Caltagirone, Villa Patti; direzione artistica Fabio Navarra. - alla VI Rassegna di teatro contemporaneo sperimentazione e ricerca “alle parole nostre 2011” Villafrati, Teatro del Baglio; direzione artistica Enzo Toto.

 

DAL 07 AL 12 FEBBRAIO 2012 FERROVECCHIO di Rino Marino con Fabrizio Ferracane e Rino Marino regia Rino Marino scene e costumi Rino Marino disegno luci Luigi Biondi assistente alla regia Viviana Di Bella Ass. Cult. Sukakaifa - TeatrUsica A. C. Un vagabondo che trascorre sentieri interminabili, lontano da ogni alito di vita, senza tempo né meta, a cavallo di una carcassa di bicicletta, per scacciare i fantasmi del passato. Un barbiere ridotto alla rovina e stigmatizzato dal mondo degli uomini. In una Sicilia d’altri tempi, in una sala da barba dimenticata, dove il tempo sembra essersi cristallizzato e mai più scorso da ‘quel giorno’ di tanti anni fa, due individui ai margini dell’umanità corrente si incontrano e scontrano in un contrasto stridente tra reciproco rifiuto e disperata urgenza di comunicazione. La pièce, a dispetto di un’apparente connotazione iperrealistica, presenta inequivocabili rapporti di contiguità con un certo teatro dell’assurdo, giacché, affondando le radici nei territori della follia, finisce ineluttabilmente per approdare, attraverso lo sfaldamento della logica comune, ad una dimensione ibrida e indefinita tra il tragico e il grottesco. Dirompe infatti, a tratti, a stemperare le tinte fosche della vicenda, quella ilarità che il nonsense riesce a suscitare, conciliando, come non di rado accade, il naturale viraggio dal drammatico al comico. Una recitazione agile ed essenziale, che restituisca la parola nella sua crudezza, nella sua nudità, alleggerita da gravami retorici, in un’alternanza di ritmi serrati e dilatazioni temporali, fedele a una partitura linguistico-fonetica, tesa all’esaltazione della straordinaria musicalità del dialetto siciliano. L’idea di mettere in scena questo testo, ancora inedito, nasce dall’intento di far cimentare due attori, diversi per formazione ed esperienze, con le ‘diversità’ di due personaggi, che trovano tuttavia profonde consonanze nel manifestare, ciascuno a suo modo, il proprio disagio, la propria pena di vivere.

                                    

FERROVECCHIO ALLA SALAUNO DI SAN GIOVANNI A ROMA

Dal 7 al 12 febbraio al Teatro Salauno va in scena Ferrovecchio di Rino Marino, anche regista, con Fabrizio Ferracane e Rino Marino; una collaborazione Sukakaifa e TeatrUsica, produzione siciliana indipendente. Vincitore del premio della giuria popolare CTE, presieduta da Giorgio Testa, e menzione speciale delle critica al Premio Tuttoteatro.com alle arti sceniche Dante Cappelletti 2010.
 

 

I due artisti inaugurano la collaborazione con questo spettacolo incontrandosi su un teatro che focalizza sul mondo dell’ emarginazione e del disagio psichico. E da questa collaborazione già nuovi progetti comuni si stanno realizzando. Rino Marino, è un autore, psichiatra, attore, regista teatrale e cinematografico che ha lavorato come assistente alla regia e interprete con Carlo Cecchi e Paolo Graziosi. Fabrizio Ferracane si forma presso la Scuola di Teatro Teatès e seguendo tra gli altri laboratori diretti da Marco Martinelli, Mimmo Cuticchio, Franco Scaldati, Danio Manfredini, Emma Dante, Claudio Collovà, Stefania De Santis, nel 2004 fonda Teatrusica e mette in scena Ora va Meglio, Sutta Scupa, e W Niatri.

 

Ufficio stampa

Binariodue - Roma
antolini.cannone@gmail.com

MERCUZIO consiglia: IL MARE di Paolo Poli (in tournée in Italia )

                      

due tempi di Paolo Poli

da Anna Maria Ortese

regia Paolo Poli

con Paolo Poli

 

e con Mauro Barbiero, Fabrizio Casagrande, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco

scene Emanuele Luzzati

costumi Santuzza Calì

consulenza musicale Jacqueline Perrotin

coreografie Claudia Lawrence

 

                                        Produzioni Teatrali Paolo Poli  

 

Un successo strepitoso: Paolo Poli torna con Il Mare, accompagnato dalla sua compagnia di sempre.I racconti di Anna Maria Ortese, composti nel lungo arco di tempo che va dagli anni trenta ai settanta, affiancando la produzione dei grandi romanzi, sono storie quasi senza storia che dipingono una realtà tragica come attraverso un sogno.Ad una rilettura odierna sembrano piuttosto rievocare la teatrale tenerezza del Tasso o la cinematografica leggerezza dell'Ariosto. Gli avvenimenti narrati sono visti attraverso il ricordo struggente: l'infanzia infelice, ma luminosa, l'adolescenza insicura, ma traboccante, l'amore sfiorato, ma mai posseduto.Figure e figurine di un’italietta arrancante nella storia dove le canzonette fanno la parte del leone, sullo sfondo delle multicolori scene di Lele Luzzati e con i coloratissimi costumi di Santuzza Calì. 

Miracolo a Milano. In un momento di grave difficoltà  per il nostro teatro, l'ottantunenne Paolo Poli con la sua compagnia che si fregia della sigla Sorrisi e Veleni (cinque attori lui compreso, tutti rigorosamente maschi e ugualmente attrezzati a travestirsi, oltre a essere abili e qualificati nel mimo e nella danza) riesce a montare per un mese intero di repliche nel più nuovo e scintillante teatro della città, ovvero nella sala più imponente dell'Elfo-Puccini, uno spettacolo assolutamente straordinario di sicuro successo.

Franco Quadri, La Repubblica 

Forse solo un «ragazzo» di 81 anni come Paolo Poli, può raccontarci l'Italia attraverso piccole storie di gente minima, vissute nel corso degli anni, con un'ironia beffarda e perfino familiare che non rinuncia però a svelare gli altarini del perché e del percome: i colpevoli silenzi, l'accomodante «tanto non mi riguarda», l'illusione di essere più furbi degli altri, la vertigine di sapere fregare il prossimo... Non resta che sperare di vederlo ancora a lungo in scena a ricordarci questo nostro inquietante presente con la stessa risatina stranita, lo stesso stupore fintamente meravigliato di oggi. Eccolo, dunque, Paolo Poli protagonista assoluto di II mare, con i suoi 4boys4 che possono trasformarsi in girls con grande bravura e duttilità. Cambiando con velocità da fregoli abiti e addirittura sesso, Poli riempie i suoi personaggi, quasi sempre femminili, di un'umanità stralunata e inquietante, di una delicata comprensione, ma senza identificazione. Una prova commovente per rigore di stile, per la qualità dell'approccio, per tenuta e inventiva che la bravura dei quattro compagni di viaggio...Straordinari bis finali, che da soli valgono tutto lo spettacolo fra poesie, strizzatine d'occhio, che vivono grazie alla sua intelligenza, al suo approccio inimitabile.  

 

                                                                                                              

Il mare

due tempi di Paolo Poli

da Anna Maria Ortese

regia Paolo Poli

con Paolo Poli

e con Mauro Barbiero, Fabrizio Casagrande, Alberto Gamberini, Giovanni Siniscalco

scene Emanuele Luzzati

costumi Santuzza Calì

consulenza musicale Jacqueline Perrotin

coreografie Claudia Lawrence

Produzioni Teatrali Paolo Poli  

Un successo strepitoso: Paolo Poli torna con Il Mare, accompagnato dalla sua compagnia di sempre.

I racconti di Anna Maria Ortese, composti nel lungo arco di tempo che va dagli anni trenta ai settanta, affiancando la produzione dei grandi romanzi, sono storie quasi senza storia che dipingono una realtà tragica come attraverso un sogno.

Ad una rilettura odierna sembrano piuttosto rievocare la teatrale tenerezza del Tasso o la cinematografica leggerezza dell'Ariosto. Gli avvenimenti narrati sono visti attraverso il ricordo struggente: l'infanzia infelice, ma luminosa, l'adolescenza insicura, ma traboccante, l'amore sfiorato, ma mai posseduto.

Figure e figurine di un’italietta arrancante nella storia dove le canzonette fanno la parte del leone, sullo sfondo delle multicolori scene di Lele Luzzati e con i coloratissimi costumi di Santuzza Calì. 

Miracolo a Milano. In un momento di grave difficoltà  per il nostro teatro, l'ottantunenne Paolo Poli con la sua compagnia che si fregia della sigla Sorrisi e Veleni (cinque attori lui compreso, tutti rigorosamente maschi e ugualmente attrezzati a travestirsi, oltre a essere abili e qualificati nel mimo e nella danza) riesce a montare per un mese intero di repliche nel più nuovo e scintillante teatro della città, ovvero nella sala più imponente dell'Elfo-Puccini, uno spettacolo assolutamente straordinario di sicuro successo.

Franco Quadri, La Repubblica 

Forse solo un «ragazzo» di 81 anni come Paolo Poli, può raccontarci l'Italia attraverso piccole storie di gente minima, vissute nel corso degli anni, con un'ironia beffarda e perfino familiare che non rinuncia però a svelare gli altarini del perché e del percome: i colpevoli silenzi, l'accomodante «tanto non mi riguarda», l'illusione di essere più furbi degli altri, la vertigine di sapere fregare il prossimo... Non resta che sperare di vederlo ancora a lungo in scena a ricordarci questo nostro inquietante presente con la stessa risatina stranita, lo stesso stupore fintamente meravigliato di oggi.


Eccolo, dunque, Paolo Poli protagonista assoluto di II mare, con i suoi 4boys4 che possono trasformarsi in girls con grande bravura e duttilità. Cambiando con velocità da fregoli abiti e addirittura sesso, Poli riempie i suoi personaggi, quasi sempre femminili, di un'umanità stralunata e inquietante, di una delicata comprensione, ma senza identificazione. Una prova commovente per rigore di stile, per la qualità dell'approccio, per tenuta e inventiva che la bravura dei quattro compagni di viaggio...

Straordinari bis finali, che da soli valgono tutto lo spettacolo fra poesie, strizzatine d'occhio, che vivono grazie alla sua intelligenza, al suo approccio inimitabile.  

                                                                                      Maria Grazia Gregori, L’Unità

 

 

Carlo Cecchi e Shakespare al Vascello di Roma - recensione

 

Continua a riscuotere un discreto successo “Sogno di una notte d'estate”, commedia rivisitata di William Shakespeare, in scena fino al 12 febbraio, al Teatro Vascello di Roma.  Lo spettacolo è la rielaborazione del saggio di diploma finale del 2009 degli ex allievi attori dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D'Amico. Diretti da Carlo Cecchi, grazie al successo registrato dallo spettacolo al 52° Festival dei due mondi di Spoleto, la nuova compagnia teatrale e Cecchi gireranno tutta l'Italia in tourneè per due anni.

Si tratta di un gruppo di giovanissimi attori, alcuni dei quali anche musicisti, che affrontano, per la prima volta, l’esperienza di una Compagnia di teatro e di una tournée – dichiara nelle note di regia di Carlo Cecchi - “Se per l’Accademia mi ero limitato a fare il regista, nello spettacolo che ora presentiamo vi partecipo anche come attore, recitando la parte del drammaturgo della troupe degli artigiani”. Cecchi debutta sul palco non solo come regista, ma anche come attore nei ruoli di Egeo e di Cotogno. Grazie alla traduzione di Patrizia Cavalli, il testo risulta più ironico e vivace dell'originale. Un esempio sono i dialoghi della compagnia degli artigiani che, tra botta e risposta in dialetto napoletano e barese, creano gag esilaranti dando ritmo allo spettacolo. Tra equivoci, incanti, litigi e riconciliazioni, si divincolano i protagonisti sulle note di una colonna sonora d'eccezione. Nicola Piovani ha infatti contribuito a creare uno scenario melodico che, per molti versi, ricorda l'atmosfera onirica e surreale del capolavoro animato della Disney, “Fantasia”.

A partire dalle prime, dure prove del saggio, lo spettacolo è cresciuto in maniera piuttosto felice e sorprendente” - spiega ancora Cecchi nelle note di Regia -” Ciò che ci unisce, scavalcando le generazioni, è il teatro: ossia la ricerca di quel rapporto attivo fra attori e spettatori, nell’immediatezza del qui e ora della rappresentazione, che solo il teatro ancora può far vivere.”

Un'occasione per vivere una grande sinergia tra giovani talenti della Silvio D'amico, Carlo Cecchi e il visionario mondo di William Shakespeare.

“Se noi ombre vi abbiamo irritato non prendetela a male, ma pensate di aver dormito, e che questa sia una visione della fantasia…noi altro non v’offrimmo che un sogno”.    (POEMA SERISE LEO)

I

                                             sino al 12 FEBBRAIO 2012


                           
dal martedì al sabato ore 21 – domenica ore 18 

Teatro Vascello, Roma 
Tel. 06 5881021 / 06 5898031

Fax 06 5816623 
Cell. 3405319449

 

MERCUZIO COMPIE DIECI ANNI! - e me la canto e me la suono.... (1)

Avrei talmente tante cose da dire, che non so neanche da che parte cominciare... dieci anni di spettacoli, recensioni, interviste, comunicati stampa, incontri, redattori non sono pochi, dieci anni molto divertenti e interessanti. Insomma, mi riservo di scrivere non uno ma più post per commentare questa bella esperienza, devo dire che Mercuzionline non è mai andato alla grande come in questo periodo, è come se avesse trovato un suo equilibrio definitivo dopo tanti cambiamenti.

 

Questo primo post è dedicato a ringraziare tutti, ma proprio tutti.

 

Comincio dall'inizio, pochi lo sanno, ma l'idea iniziale era del Prof. Sisto della Palma, recentemente scomparso, docente di teatro, organizzatore di cultura e anima del teatro CRT, era stato lui a invitarmi per primo a vedere gli spettacoli appunto del CRT, chiedendomi come "baratto", "scambio" diciamo così di pubblicare delle recensioni. La prima recensione, quando il blog era bruttino graficamente e si chiamava ArtDAz ed era ospitato su supereva, a questo link http://artdaz.supereva.it  era uscita appunto il 4 febbraio. Grazie al prof. Della Palma, a Mara Pogliani, ufficio stampa, e agli altri uffici stampa che si sono avvicendati. Grazie al Teatro Libero di Milano, il secondo teatro ad avere fiducia nell'idea del blog e ad invitarmi, pubblicare i miei scritti nella bacheca del foyer, darmi la possibilità di fare interviste. Grazie allora a tutti gli uffici stampa del Teatro Libero che si sono avvicendati in questi anni, ad Andrea Lisco e Corrado d'Elia.

E poi, è iniziato il periodo d'oro di Mercuzio, sono arrivati poco a poco gli altri teatri milanesi, finché ad un certo punto, pur andando a teatro quasi ogni giorno, non sono più riuscito a sostenere la mole di inviti e spettacoli da vedere, così sono arrivati i miei collaboratori. E poi, intorno al 2004 è arrivata Roma, e i teatri romani...

 Grazie a tutti gli uffici stampa, in particolare a Rocchina Ceglia, Barbara Ghinfanti, Carla Fabi, Giulia Contadini, Maya Amenduni, Renata Brizzi, Manola&Rita, Brunella, Silvia Signorelli, Carola Assumma, Viola Sbragia, Cristina d'Acquanno, Maura Bonelli, Laura Mauti, Francesco Caruso, Carlo Dutto, Matteo Torterolo.

Grazie a Alessandro Baito, Laura Tussi,  Angelo e Ruggero Attendoli, Ilaria Solazzo, Claudio Elli, Gabriele Nava, Marco Fagnocchi, Flavia Faloppa, Claudia Donzelli e più recentemente a Jessica Zecchinato,  Debora Belmonte, Marina Carbone, Libera Cosmai, e molti altri che, sopratutto su Roma, preferiscono firmarsi con pseudonimi. 

 

                                                                                                          (1- continua....) 

 

 

 

IPPOLITO - recensione

Alla Sala Uno di San Giovanni di Roma abbiamo visto, in anteprima per la stampa, lo spettacolo " Ippolito " di Euripide per la regia di Marco Blanchi che poi ha debuttato per il pubblico da martedi 31 Gennaio. Scrivo subito che è sempre un piacere vedere una rappresentazione di Euripide, poi se la location è la Sala Uno di San Giovanni la tragedia greca diventa più reale ancora, grazie al suo mattonato stile antico romano e agli archi che dominano la visuale del pubblico, tra gli attori e lo spazio dove si esibiscono, questo per molti attori e rappresentazioni potrebbe essere nocivo, ma in questo caso gli attori riescono a rapire il pubblico ed accompagnarlo nel mondo di Euripide. Quello che attrae fin dall'inizio dall'inizio in questo spettacolo tradotto, adattato e diretto da Marco Blanchi è che non si apre il palco come siamo spesso abituati, si inizia con il buio in sala, la musica che cresce in sottofondo e gli attori che prendono posizione in scena: l'impianto scenico è semplicissimo forse è proprio questa scelta a rendere questo spettacolo molto gustoso da assaporare e vedere, cinque vasi ornati di pitture della tragedia greca messi in cinque punti diversi dello spazio scenico dove tutti gli attori interagiscono con essi, buono anche l'equilibro delle luci, non troppo aggressive e studiate molto severamente per dare i tagli giusti ad ombre e movimenti scenici senza impallarsi con gli attori che si muovono a campo libero sul palco insolito della Sala Uno, dove si interscambiano i ruoli entrando ed uscendo dalla scena. Questa scelta è buona, ricordo in altri spettacoli molti critici teatrali o pseudo tali che  hanno in passato condannato a colpi di penna senza scusanti questi movimenti ed uscite di terza, Marco Blanchi invece riesce a non farli notare e con lui anche gli attori sanno prendersi lo spazio. Le colonne sonore sono statte riadattate dal regista  che ne ha curato personalmente le selezioni e sono giuste, misurate ed assai melodiche per quest'opera di Euripide, in certi frangenti riportano alla mente una melodia tribale che funziona molto bene e rende molto compatta la narrazione e fruizione da parte dello spettatore. Buona la dizione e la recitazione di tutti gli interpreti (Siddhartha Prestinari, Ivan Ristallo, Marika Murri, Francesco Marzi, Rebecca Valentini, Valeria Longo, Flavio Barigelli, Rosella Giammarinaro, Gilia Oliva, Tiziano Ferraci e Giacomo Mattia) che scandiscono parole e pause in tempi giusti e senza fretta ed emozioni, tutti molto convinti nell'interpretazione. Molto belli i costumi, semplici e fatti di vestaglie e stole che si mescolano nel gioco di luci che il regista ha curato e studiato per questa tragedia. Lo spettacolo è asciuito con i tempi e trova la giusta collocazione in tutti i tempi scenici ed a tratti si trasforma in un indagine psicologica attraverso la quale lo spettatore esplora la profondità della natura umana. Questo spettacolo a mio giudizio va visto e sostenuto facendo anche un passa parola per farlo vedere ad amici e parenti e non fate lo sbaglio di leggere la tragedia di Euripide che narra di ippolito, si potrebbe cadere in tranelli letterari, la bravura del regista Marco Blanchi è stata di rivisitare e ridisegnare i protagonisti dandogli forza ed equilibrio, lo spettatore non si annoierà nel vedere quest'opera di Euripide che impasta personaggi e tragedia in una cosa unica, rendendo il tutto vero ed autentico, brava anche l'associazione culturale " La Fonte di Castalia " che ha da subito creduto a Blanchi, agli attori e a questo bel progetto. 
(JUAN SOLIS).

PUNTO E.... A CAPO - recensione

“Durante il viaggio il treno corre sul mondo e ti protegge. Poi scendi e torni alla realtà” questo il leitmotiv di “Punto e… a capo”, in scena al Teatro Duse di Roma dal 26 gennaio al 5 febbraio 2012.

 

Lo spettacolo, di Marco Falaguasta e per la regia di Davide Santarpia, scruta le vite di cinque passeggeri di un treno diretto a Milano. I pensieri di ciascuno sembrano fermarsi ed adagiarsi morbidamente nello scompartimento, cercando un varco o volendo allontanare il più possibile l’analisi delle rispettive realtà.I toni sono comici ed ironici nell’illustrare situazioni paradossali come quella del reporter di cronaca nera emofobo (Davide Santarpia) o quella del finto testimone corrotto (Ezio Passacantilli). La direzione del convoglio è unica e ben delineata ma le menti dei cinque sono altrove e vorrebbero non scendere mai più da quella pausa mentale o correre via, verso qualunque altra rotta: c’è il neo-padre (Diego Nesta) apparentemente felice per il figlio che in realtà è il frutto di un incontro occasionale, la donna completamente assorbita dalla filosofia Zen che cela una storia di forte disordine mentale (Francesca Venturi), la dentista (Rita Gianini) che dice di voler lasciare il suo compagno ma che in verità cerca di rivederlo. Lo stesso Capotreno (Matteo Lombardi), a tre mesi dalla pensione, rimpiange di non aver seguito la propria passione per la musica. Come in un puzzle colorato le storie del variegato gruppo si incrociano e cercano un nuovo punto di incastro tra battute che innescano reazioni comiche che sanno sapientemente usare persino i silenzi. Stress e apparente pacatezza si scontrano nei dialoghi  tra Punto, lo snervato reporter, ed Eusebio, l’oscuro e goffo testimone di un omicidio. Anna, mossa dalla filosofia Zen, improvvisa nuovi nomi per tutti evidenziando involontariamente il desiderio di rinnegare la propria identità e quello di mettere un punto alle direzioni non volute veramente. (ILARIA DELLA CROCE)




CONTEMPORARY TANGO AL TEATRO MANCINELLI DI ORVIETO

Grande ed unico appuntamento quello al Teatro Mancinelli di Orvieto il 4 febbraio. In scena “Contemporary Tango”, spettacolo di danza eseguito dalla celebre compagnia romana “Balletto di Roma”. “L’opera vuole raccontare, attraverso il linguaggio contemporaneo, un ballo, il tango sociale, che sempre più sembra diffondersi nel nostro pianeta”, spiega la coreografa e regista Milena Zullo. La compagnia, nata nel 1960 grazie al sodalizio artistico di due icone della danza italiana,  Franca Bartolomei (prima ballerina e coreografa dei principali enti lirici italiani e di realtà straniere), e l'étoile Walter Zappolini, ha aperto la sua nuova stagione danzante lo scorso 4 gennaio. Ha  debuttato all’Auditorium della Conciliazione di Roma con uno spettacolo di fama mondiale, “Lo Schiaccianoci”, pregiandosi della collaborazione del talentuoso primo ballerino e coreografo Andrè De La Roche.

Quella al Mancinelli è la seconda tappa segnata nella regione umbra (la prima si tiene nella città di Terni con lo spettacolo “The Arena Love”) e quarta nel calendario della tournée della compagnia che la vedrà impegnata per tutto l’anno in diverse regioni e città italiane con spettacoli ispirati da opere di culto come “Otello”, “Cenerentola”, “La morte e la fanciulla”, il “Don Chisciotte” (sempre diretto da Milena Zullo) e molti altri.

Nella versione alternativa (ri)proposta dall’autrice (la prima nazionale dello spettacolo fu eseguita nel gennaio 2010 al Teatro Lauro Rossi di Macerata), il tango “non è più un ballo con i suoi passi tipici ma diviene sociale, modo di sentire che percorre con la musica tutti i continenti della terra”. E’ proprio per questo motivo che i ballerini del “Balletto” (circa venti e di diverse nazionalità) non si limiteranno a formare coppie danzanti, così com’è nella consueta tradizione del tango, ma si delineano in singole figure che divengono coppie, terzetti e gruppi, dove non è importante essere un uomo e una donna per danzare insieme. “E’ il segnale ulteriore del fenomeno della globalizzazione che nel ballo unisce, condivide, introducendoci alla percezione di quanto un uomo, seme della sua terra, sente e vibra in sintonia con altri semi di terre diverse e lontane”, prosegue la Zullo. “Contemporary Tango”, un’imperdibile occasione per gli amanti del genere e di tutti coloro che volessero curiosare nel mondo magico del ballo. Un evento particolare e suggestivo per apprezzare una delle più innovative compagnie italiane di danza contemporanea. (LIBERA COSMAI)





SUL CONCETTO DI SOLA NEL TEATRO ITALIANO

Stavo già davanti al pc in posa da Luke Skywalker, con la mia penna sguainata, perché la penna ferisce più della spada, pronto ad intervenire in difesa di Romeo Castellucci e del suo spettacolo "sul concetto di volto nel figlio di Dio", quando da bravo blogger feci il fatal error di documentarmi prima, cosa che appunto feci (e le feci c'entrano eccome). Rimasi subito colpito dalla bellezza dell'immagine, del quadro, per poi curiosare sui vari youtube ma anche su video.google.it e dailymotion.it  Ho avuto modo di vedere estese porzioni dello spettacolo, giusto per farmene una buona idea, certo vedere lo spettacolo a teatro è altra cosa, come emozione nel coinvolgimento, come intensità, come anche attenzione perché ci si ritrova in un ambiente ovattato predisposto alla visione, però non facciamo come con Avatar, che se non l'hai visto in 3D non l'hai visto, lo spettacolo è quello, e i segmenti a cui ho assistito non solo mi hanno fatto riporre la penna nel fodero, ma mi hanno dissuaso dall'andare a vedere, nè oggi nè mai, gratis o a pagamento, nemmeno in un teatro sotto casa, questa roba. 

Partiamo subito da quello che è un ricatto, che non per la prima volta registi di teatro e di cinema, attuano nei confronti di pubblico e critica: io autore-regista affronto un argomento importante e delicato come la mafia, la violenza, il terrorismo, i desaparecidos, in questo caso il rapporto dell'uomo con le figure che rappresentano la sua religione, e tu spettatore-recensore-pubblico non puoi criticare la mia opera, perché finisci dalla parte del torto. Lo sconcerto assistendo ad alcune scene, che poi sarebbero quelle più importanti, figuriamoci il resto, è rilevante: uno spettacolo, o meglio una performance, dove un gruppo di attori si muovono, più spesso stanno seduti o sdraiati a terra, dinanzi ad una gigantografia del dipinto "Salvator Mundi" di Antonello da Messina, attualmente alla National Gallery di Londra.  L'immagine che circola ovunque in questi giorni è suggestiva, ma osserviamola attentamente: la bellezza è proprio nel quadro riprodotto, non nel resto. Il resto di niente, il resto manca: il gruppo di attori ai piedi dell'immagine non si muove nemmeno con la grazia affiatata di una Emma Dante, ricorda molto più il Living Theatre, not in my name, la Comuna Baires, anni '70, il primo Peter Brook, roba vecchia, già vista, insomma. Non avendo la grande potenza creativa del Dostoevski di Fratelli Karamazov e del Tolstoj di Resurrezione, il coraggioso (?) Castellucci, brillante ma certo non profondo, propone come riflessione e considerazione sul rapporto dell'uomo con le figure religiose una parabola all'incontrario del padre incontinente. 

Ecco la trama: un signore anziano e malato perde feci, assistito da suo figlio. Alla fine, nella versione presentata a Parigi, entrano un gruppo di bambini che invece di fare girotondo, lanciano delle piccole bombette contro l'immagine. Non viene mai lanciata cacca contro l'immagine, come qualcuno che non si è documentato dice. E anche le bombette vengono lanciate contro lo schermo, non contro l'immagine, potrebbe essere un vilipendio, ma in questo caso all'arte, se ci fosse stato il quadro originale in scena.  
Ecco, lo spettacolo è tutto qui. Finito? Finito.

   E noi, per il ricatto di cui sopra, noi spettatori-recensori-appassionati di teatro dobbiamo per forza dire che si tratta di uno spettacolo bellissimo, intenso, spirituale, perché altrimenti finiamo dal lato dei fanatici religiosi, che stanno al vero credente come l'ultras violento sta all'appassionato di calcio, tutti a condividere i link dello spettacolo, tutti che vogliono andarlo a vedere e si prenotano, teatro ovviamente esaurito per tutta la programmazione, come già successo a Parigi, ad Anversa, a discapito di molti spettacoli mille volte più interessanti, ricchi di idee e fantasia, che circolano attualmente a Milano, ma anche a Roma.  E qui scatta il meccanismo a catena, e questo davvero diabolico: dalle condivisioni su facebook ai gruppi di protesta religiosi, poi i soliti che vogliono cavalcare l'onda e iniziano a organizzare assemblee sul tema della protesta, religiosi che pregano davanti al teatro  i teatranti che pregano davanti ai religiosi e, siccome non ci facciamo mai mancare nulla, ecco Forza Nuova, che ultimamente è come il prezzemolo, dalla Sicilia a Milano (come hanno fatto, che i treni notturni non ci sono più?) che a sorpresa si mette a fare per strada i sit-in, ovvero come John Lennon e Yoko Ono, ma cosa c'entra? Tanto per gradire, arriva pure il terremoto,  non ci sono più le mezze stagioni signora mia,  mentre un brivido corre lungo la spina dorsale.... e se lo vengono a sapere quelli del Teatro Valle e vengono a occupare pure qui? E se invitano Castellucci al Valle, tanto per fare casino, come ultimo botto? Sperando non accada questo, intanto già i primi piccoli movimenti politici o para-politici cominciano a cavalcare la situazione, in nome di una libertà d'espressione che in realtà non interessa a nessuno....
 
Romeo Castellucci, un maestro, ma non del teatro, del marketing. Per fortuna rimane in scena pochi giorni.  
 
                                                                                                                       (Andrea Daz - 25 gennaio 2012 )

DUE MARITI E UN MATRIMONIO al Teatro De' Servi di Roma

TEATRO DE’ SERVI

La Bilancia Produzioni

presenta

Dal 24 gennaio al 12 febbraio 2012

Due mariti e un matrimonio

con Ussi Alzati (Luisa) - Pia Engleberth (Gianna) - Alice Mangione (Mimì)

Alessandra Ierse (Gisella) - Federico Bonaconza (Rodolfo)

Scritto e diretto da Roberto Marafante

 

Voce: Awali Karamouwa

Scena: Andrea Dell’Orto – Costumi: Simona De Castro e Annalisa Barcella

Musiche: Paolo Censi  - Aiuto Regia: Giuliana Kossuth

 

È il giorno del matrimonio di Mimì, ma la ragazza, attesa da Rodolfo all'altare, non si presenta e sparisce. Tutti la cercano: le amiche del cuore, la sorella, il marito abbandonato. I personaggi, ritrovatisi durante le ricerche a casa di Luisa, amica di Mimì e single impenitente, s'interrogano su quanto accaduto.

Perché un’amica ti invita al suo matrimonio, ma proprio lei, la sposa, è l’unica a non presentarsi? Dove si nasconde e perché non vuole farsi trovare? La cercano le amiche, la sorella, il futuro marito… e anche qualcun altro che viene da lontano. Ma quella che si preannuncia come una giornata infernale, si trasformerà ben presto in una comicissima commedia dove, in un succedersi implacabile di trovate e colpi di scena, il vero protagonista sarà “l’amore al tempo della crisi”.

Una commedia brillante che indaga i rapporti sentimentali e la crisi di valori che li ha investiti negli ultimi tempi, un dialogo fra quattro donne e un uomo che metterà in evidenza i conflitti e le diversità che rendono le relazioni così terribilmente complicate.

 

 

 

Teatro de' Servi - Via del Mortaro, 22 (Via del Tritone) - Info: 06.6795130 www.teatroservi.it

Spettacoli dal martedì al venerdì ore 21 - Sabato ore 17.30 - 21.00 - Domenica 17.30 - Lunedì riposo

 

 

Ufficio Stampa

Carla Fabi e Barbara Ghinfanti Comunicazioni

Via dei Fienaroli, 30 - 00153

Tel 06 83608336 - 83608335

INEDITI OSPITI - rassegna di teatro condiviso a Roma


 

INEDITI OSPITI

 

 

 

L’altro lo stesso

 

 

 

Rassegna di

 

 

teatro condiviso

 

 

TEATRO SALA UNO - P.zza di Porta S. Giovanni, 10 Roma

Dal 24 gennaio al 20 maggio 2012

E' interessante notare come questa nuova formula di gestione teatrale, che gli ideatori hanno voluto intitolare INEDITI OSPITI, abbia trovato nell'estremo Nord Est italiano la spinta per mettersi in moto, e poi nel palcoscenico più articolato del sistema teatrale nazionale - la città di Roma  - la sua realizzazione.    

            Il Nord Est sta cambiando. Lo si vede nell'economia di Veneto, Trentino e Friuli Venezia Giulia. Lo si percepisce nella loro cultura.  Il modello di sviluppo che ha segnato negli anni Ottanta e Novanta il successo di questa area del nostro Paese, è oramai un'eredità. La globalizzazione dei mercati e la recente, dolorosa, crisi dell'economia lo hanno archiviato.

            Anche la produzione di cultura - necessariamente legata al benessere e alla crescita economica - ha subito una forte decelerazione. Il modello Nord Est, che a lungo è parso vincente in economia e nella cultura, sembra  giunto al capolinea.      ModellIi: bisogna idearne di nuovi, e una crisi non è necessariamente una tragedia. E' uno sconvolgimento che comporta sostanziali cambiamenti (probabilmente faticosi, a volte dolorosi) ma anche opportunità. Ed è indispensabile far tesoro delle opportunità che le crisi offrono.

            Questo tesoro - nel caso di INEDITI OSPITI - si va costruendo grazie a un'idea di condivisione, l'idea che sta al centro dell'iniziativa. Si condividono i pericoli e gli incerti della crisi, ma si trova assieme anche la forza, supportata dall'inventiva e dal coraggio, per un'impresa culturale nuova. Il modello teatrale consolidato nella seconda metà del Novecento italiano, che trovava nello Stato, negli enti locali, e in minor misura nel privato, il supporto finanziario per alimentare la  produzione di cultura è inceppato. Il concetto stesso di cultura è cambiato. Altre, diverse risorse devono essere reperite. E poiché non basta misurare l'impatto e la ricaduta economica delle iniziative culturali (come qualcuno vorrebbe) si stanno affermando motivazioni più difficilmente misurabili ma ugualmente efficaci: la solidarietà artistica, la stima e l'apprezzamento tra professionisti, la capacità di competere in modo non concorrenziale, facendosi rete, sistema di specialità diverse. Di questa condivisione si nutre INEDITI OSPITI, che non a caso ha trovato nella rete di rapporti artistici attiva in Friuli, la radice e il volano per attivare, a centinaia di chilometri di distanza, nella capitale, una pratica d'impresa teatrale nuova. Per cominciare: una rassegna di teatro condiviso, nella quale il prodotto (lo spettacolo) si affianca alla produzione di relazioni (continuità del rapporto con un pubblico nuovo, ascolto delle esigenze dello spettatore, investimento nella comunicazione) e dove soprattutto conta il tessuto personale che fa sì che la macchina ideativa e organizzativa funzioni.  Non è una formula magica, è un esperimento. Potrà funzionare, oppure no. Però solo lo sperimentare, solo i tentativi virtuosi e gli sforzi di ingegno permettono di opporsi, anzi di mettere a frutto la crisi.  (ROBERTO CANZIANI, Università di Udine)

  

L’Associazione Culturale Spettatori&Attori inaugura a Roma un’innovativa esperienza di autogestione teatrale. Un gruppo di attori e spettatori realizza Inediti Ospiti, una rassegna teatrale che pratica nuove forme di collaborazione a partire dal grado zero dell'evento teatrale: ciò che avviene, appunto, tra attore e spettatore. Una possibile strada da intraprendere, basata sulla continuità del lavoro creativo e sulla costruzione di un rapporto duraturo con il pubblico.

Il sottotitolo che contraddistingue la rassegna come teatro condiviso fa riferimento alle modalità organizzative e allo spirito che la anima.

Per la realizzazione della rassegna, di fatto una vera e propria mini-stagione, artisti, produzioni e organizzatori si sono messi in gioco, cercando un altro modo per ovviare alla mancanza di investimenti nella cultura da parte delle istituzioni. Tutte le compagnie e le produzioni per una o due settimane, con il teatro e il service in dotazione, e un grande investimento nella comunicazione, si mettono a disposizione del pubblico, impegnandosi a condividere uscite ed incassi.

La rassegna di quest’anno che si intitola L’altro lo stesso e propone cinque spettacoli e sei eventi al Teatro Sala Uno di Roma, si inaugura il 24 gennaio con Orson Welles' roast di Michele De Vita Conti e Giuseppe Battiston (fino al 27 gennaio) dove il labile discrimine tra finzione e realtà, viene riassunto in una figura mitica del cinema del ‘900; ne Il diario di Maria Pia di Fausto Paravidino (21 febbraio – 4 marzo), l’autore è testimone della vita della madre di fronte al suo limite estremo, una donna medico che non vorrebbe morire ma che non potendo fare altrimenti cerca di farlo meglio che può; in Los reyes di Julio Cortàzar (9-14 aprile) con una regia colletiva degli stessi interpreti si rivive il percorso labirintico tra mito e interiorità; Zets di Deniz Ozdogan e Andrea Collavino (8-13 maggio), focalizza sul mondo di margine di un nomadismo circense; in Parole di Paolo Civati (15-20 maggio), la lingua oscillante tra il “troppo e il niente” evapora progressivamente.

Ad intrecciare gli spettacoli in rassegna sono stati collocati, eventi unici in cui dilatare l'incontro teatrale ad altre forme: la danza, il reading, la produzione cantautorale, il canto lirico, il canto popolare con Annalisa Baldi, Elisabetta Ceron, Nicole De Leo, Filippo Gatti, Arianna Gaudio, Duccio Lombardi, Raffaella Misiti, Antonio Petris, Piero Sidoti, Ludovica Valori.

Gli spettacoli presentati in rassegna non rispondono quindi ad una selezione legata ad una specifica ricerca di linguaggio, o ad un'esteriore affinità di tematiche, ma condividono uno stesso obiettivo: rinsaldare un legame profondo, fatto di libertà espressiva ma anche di uno sguardo consapevole, tra i due protagonisti del teatro.

Nell’incontro tra spettatori e attori la rassegna sperimenta anche l’orario delle 19.00 per le repliche del mercoledì e giovedì, contravvenendo a consuetudini teatrali ma considerando anche le esigenze di una parte di spettatori.

La rassegna vede protagonisti: Giuseppe Battiston, Paolo Civati, Andrea Collavino, Valentina Fois, Iris Fusetti, Arianna Gaudio, Sabine Jamet, Maurizio Lucà, , Paola Michelini, Assunta Nugnes, Deniz Ozdogan, Fabio Pappacena, Fausto Paravidino, Monica Samassa, Giacomo Vezzani.

Nell’accostare le variegate identità del percorso di INEDITI OSPITI emerge un decisivo filo rosso che le unisce, riflesso dai titoli in rassegna. Molti dei partecipanti condividono l’origine, il Friuli, luogo storicamente di incroci e di spaesamenti, di appartenenze molteplici e di identità fluide. Importante quanto la necessità di condividere e presentare i propri lavori è stata l’esigenza di trovare sponda nella società civile e di coinvolgere nel processo creativo enti, scuole, comunità e associazioni.

ANTEA ha deciso di condividere il progetto dell’Associazione culturale Spettatori&Attori che vede un teatro condiviso come mezzo di interazione sociale. Lo spettatore, sarà colui che riporterà nella vita quotidiana la singolare emozione fatta sua durante la rappresentazione. La solidarietà espressa da Spettatori&Attori, si concretizzerà in una donazione di parte dell’incasso della rassegna, a sostegno dell’assistenza e della ricerca di ANTEA.  www.antea.net

Inediti Ospiti ha incontrato la collaborazione del Fogolar Furlan dei friulani residenti a Roma, un’associazione che da oltre 50 anni si occupa di promuovere la cultura friulana e di farla vivere nel contatto e nello scambio con le altre; la rassegna ha collaborato anche con alcune scuole romane, proprio per alzare lo sguardo oltre il presente e inventare il pubblico di domani, coinvolgendo giovani studenti che hanno collaborato alla parte grafica progettando il logo della rassegna e indagando sui processi creativi di alcuni spettacoli, sulla loro fruizione e sulla riflessione critica legata ad essi.

 

INEDITI OSPITI

L’altro lo stesso

TEATRO SALA UNO – ROMA

P.za di Porta S. Giovanni, 10

24 / 27 GENNAIO

ORSON WELLES' ROAST

scritto da Michele De Vita Conti e Giuseppe Battiston

regia Michele De Vita Conti

con Giuseppe Battiston, musiche originali Riccardo Sala

Un feroce panegirico per raccontare momenti geniali e squarci di intimità di un uomo che ha contribuito a creare la macchina dei sogni del cinema.

28 / 29 GENNAIO – Eventi

GENTE IN ATTESA -  il precario e il professore

Piero Sidoti con la partecipazione di Giuseppe Battiston

Piccole storie quotidiane sui disagi e le contraddizioni della nostra epoca cantate tra musica e parole attraverso figure di margine che narrano la loro precarietà di vita.

20 FEBBRAIO – Eventi

LE ROMANE

canzoni dalla tradizione romana con Raffaella Misiti, Arianna Gaudio, Dèsirèe Infascelli, Annalisa Baldi

Una formazione acustica tutta di donne che mescola serenate e canti popolari ai versi di Pasolini e Strehler, alle musiche di Rota, Trovajoli, Balzani.

21 FEBBRAIO - 4 MARZO

IL DIARIO DI MARIAPIA

testo e regia di Fausto Paravidino

con Fausto Paravidino, Iris Fusetti, Monica Samassa

produzione  Teatro Regionale Alessandrino

Una donna che non vorrebbe morire, ma che non potendo fare altrimenti, cerca di farlo meglio che può. Si ride e si piange: la vita continua anche quando sta per finire.

27 FEBBRAIO – Eventi

Filippo Gatti

Fondatore nel 1994 del gruppo rock Elettrojoyce, Filippo Gatti, autore di un'ideale quadrilogia ispirata alla filosofia buddista, privilegia attualmente un punto di vista minimalista.

9 / 14 APRILE

LOS REYES o della libertà creatrice

liberamente tratto dal poema drammatico di Julio Cortázar

di e con Arianna Gaudio, Maurizio Lucà, Monica Samassa, Sabine Jamet

Una rilettura del mito del minotauro che diventa un poeta capace di accedere al volto nascosto del mito: potrebbe uccidere Teseo, ma sceglie di farsi uccidere dall'eroe.

15 APRILE – Eventi

Civica Accademia d'Arte Drammatica “Nico Pepe” e  Associazione Danza e Balletto

messinscena di Claudio De Maglio

In seno all'Associazione Danza e Balletto di Udine, diretta da Elisabetta Ceron,  si forma nel 2001 l'atelier enidUDanza, esempio singolare di formazione nella regione Friuli Venezia Giulia.  Un gruppo di giovanissimi allievi presenta uno spettacolo di teatro e danza al termine di un percorso di formazione.

7 MAGGIO – Eventi

PICCOLA BUTTERFLY “ è vissuta un solo giorno come una farfalla..."

scritto e diretto da Antonio Petris

con Claudio Bellanti, Yasko Fujii, Roberto Miani, Gabriele Ribis, Matteo Ziraldo

produzione PICCOLO FESTIVAL DEL FRIULI VENEZIA GIULIA

Una rivisitazione originale dell'opera di Puccini attraverso una commistione di generi: oltre alla lirica, il teatro di prosa e il cinema di Cronenberg.

8 / 13 MAGGIO

ZETS vita morte e miracoli

di e con Deniz Ozdogan e Andrea Collavino

regia di Andrea Collavino

Un cabaret delle emozioni che racconta come due scalcinati artisti di strada riescono, tenacemente, a trovare momenti di felicità e ironia nonostante il loro magro destino.

14 MAGGIO – Eventi

UNA DELLE TANTE

con Nicole De Leo e Duccio Lombardi

Reading teatrale di uno spaccato storico e politico, tratto dal libro “Cara Senatrice Merlin”, che ripropone stralci delle lettere inviate alla senatrice dalle donne che lavoravano nelle case di tolleranza.

15 / 20 MAGGIO

PAROLE

con Valentina Fois, Paola Michelini, Assunta Nugnes, Fabio Pappacena, Giacomo Vezzani

regia di Paolo Civati, Collettivo Attori Riuniti

Le vite di quattro personaggi, risucchiati dall'immaginario iconografico-politico anglofono, cadenzate dagli interventi di uno psicologo evoluzionista, il dott. B, e dalle sue domande al pubblico.

 

Info: 340 9561129 - 06 86705722

 www.ineditiospiti.com

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Binariodue - Roma  TTTTTTTT
Carla Romana Antolini e Monica Cannone
antolini.cannone@gmail.com
393 9929813 - 339 2123590

ADESSO BASTA! al Colosseo Nuovo Teatro di Roma - recensione

Ha debuttato lo scorso 12 gennaio al Colosseo Nuovo Teatro di Roma “Adesso basta!”, spettacolo in costume scritto e diretto da Luca Monti. La rappresentazione è presentata dal centro teatrale Beat 72 (uno dei primi istituiti nella capitale) e dall’associazione culturale Marte 2010 (di cui dal 1995 è presidente e Direttore Artistico lo stesso autore). La prima nazionale, seppure non ha raggiunto “il tutto esaurito”, ha ricevuto un discreto successo di pubblico. In scena, volti noti della televisione italiana come Francesco Arca e Camilla Ferranti (entrambi scesi dal “trono” della De Filippi e in seguito protagonisti di diverse fiction) si sono confrontati con attori professionisti di cinema, teatro e serie tv (Dalila Cozzolino, l’attrice e sceneggiatrice Valentina Gaia, Rodolfo Castagna, lo stuntman e attore romano Alessandro Borghi e Christian Marazziti, quest’ultimo già vecchio collaboratore del regista). Sette i protagonisti principali (molti dei quali vestono, con insoliti cambi di costume in scena, anche ruoli secondari), capaci di legare i propri ricordi e le proprie speranze future in un grande gioco di intrecci. Tessere la trama attraversando (a balzi) gli anni duri della guerra, quelli della rinascita sociale del dopoguerra, gli anni ’60 in cui si instaura il sodalizio tra mafia, politica e appalti per le costruzioni edilizie, i combattivi anni ’70, per poi giungere al nuovo millennio, dove forte è il bisogno di comunicazione. A ricordare questi “poli di riferimento”, sei pannelli, su cui sono incise date importanti, 1943, 1955, 1960, 1977, 2000, 2010. E’ in questo palcoscenico “storico” che si muovono gli attori, i quali adottano spesso il parlato popolare. Conferendo così, ai diversi dialetti d’Italia, il compito di rendere “più vere” le suggestioni e le emozioni vissute dalla gente di ieri, e di oggi. “E’ la storia di generazioni che si rincorrono, poi si sfiorano e finalmente si intrecciano” ”, spiega Luca Monti. “E’ la storia di aziende agricole che si sviluppano, cantieri che si moltiplicano così come l’aberrante speculazione edilizia, di agenzie di stampa on-line alternative al nuovo regime mediatico”, prosegue il regista. “Adesso basta!” racconta i tentavi e il coraggio di cambiare un sistema ingiusto e purtroppo radicato, dove vige la “legge del più forte”. Del resto il titolo scelto per l’opera non può che essere interpretato come un invito a porre fine ad un circolo vizioso che dura da troppo tempo. Lo spettacolo resterà in scena fino al 29 gennaio.  (LIBERA COSMAI)

FINESTRE CANTI PER RESISTERE - recensione



Una scenografia semplice ed essenziale è quella che è stata scelta da Franca D’Angelo e Tania Cipolla per lo spettacolo “Finestre canti per resistere”. Sul palco della Sala Grande del Teatro dell’Orologio a Roma degli strumenti musicali adagiati a terra, spartiti e finestre che cambiano a ogni personaggio che le due bravissime attrici e autrici, Chiara Casarico e Tiziana Scrocca, mettono in scena. Dalla vecchietta che osserva gli extracomunitari, che puzzano a suo dire, non senza però tralasciare commenti sprezzanti, ma allo stesso tempo con una punta di invidia; passando poi per la ragazza che si sente sola e inerme di fronte a una società che non vuole cambiare; arrivando poi a chi per passione artistica vuole lavorare per il teatro, ma si ritrova a dover fare i conti con il poco denaro e la precarietà. Temi più che attuali come la crisi e il precariato fanno da sottofondo a canti urlati a squarciagola per resistere a una società che lascia sempre più soli e abbandonati al destino quelli che vengono chiamati “bamboccioni”, ma che in realtà sono solo vittima di uno Stato che non li agevola in niente. Uno spettacolo che, tra divertenti monologhi e stornelli, tocca anche il pensiero di grandi scrittori. Da Pasolini a Gramsci, fino ad arrivare al “pazzariello” di Elsa Morante raccontato in modo esilarante con un attaccapanni enorme e insolito dove prendono vita i personaggi del racconto. Una piéce teatrale da non perdere dove con un pizzico di ottimismo e comicità lo spettatore verrà catapultato in argomenti che sentirà vicino alla sua quotidianità. (DEBORA BELMONTE)

 

 

“Finestre canti per resistere” uno spettacolo presentato dall’associazione culturale “Il Naufragar Mè Dolce”, scritto, diretto e interpretato da Chiara Casarico e Tiziana Scrocca in scena dal 12 al 22 gennaio alla Sala Grande del Teatro dell’Orologio a Roma.

Mercuzio consiglia: NIENTE PROGETTI PER IL FUTURO al Teatro Quirino.

Era lecito attendersi una scenografia di arredamenti, l'interno di una casa dove due artisti vivono disordinatamente in convivenza, invece lo spettacolo si svolge tutto sopra un ponte, e se di strana coppia si tratta è particolare, non quello che ci si aspetta. E' tutto lo spettacolo che sorprende, quello che dovrebe sempre fare il buon teatro. Iacchetti e Covatta, sopratutto il primo che si rivela anche ottimo attore drammatico, non seguono i loro personaggi per i quali sono conosciuti e amati dal grande pubblico, ma interpretano due uomini in un momento difficle della loro vita. Le risate e il sorriso non mancano, gustosa per chi lo conosce la rappresentazione dell'ambiente televisivo tra corridoi e veleni, ma alla fine rimane un senso di malessere, quello che forse voleva l'autore, giustamente premiato con il Flaiano 2009.  Ottimo teatro di alto livello, consigliato.    (ANDREA DAZ)

 

 La Contemporanea e Mismaonda presentano NIENTE PROGETTI PER IL FUTURO di Francesco Brandi. Con GIOBBE COVATTA (Ivan) e ENZO IACCHETTI (Tobia).

Scene e costumi Nicolas Bovey, musiche Cesare Picco, disegno luci Christian Zucaro.

                                   Regia Francesco Brandi.

 

"Niente progetti per il futuro", la nuova commedia di Francesco Brandi interpretata da Giobbe Covatta ed Enzo Iacchetti, ha debuttato il 21 gennaio al Teatro Mancinelli di Orvieto registrando un tutto esaurito e un cordialissimo consenso da parte del pubblico presente in sala. E' iniziato in questo modo un viaggio che si concluderà l'8 di maggio al Teatro Donizetti di Bergamo. “Se possiamo fare un commento sulla qualità del nostro lavoro, siamo particolarmente contenti che il pubblico abbia apprezzato la capacità dei due interpreti di inserirsi in modo autorevole ed originale in una narrazione mai scontata, dove si alternano momenti di grande ilarità a momenti di sorridente melanconia; vince insomma la capacità del teatro di mischiare storia, personalità degli attori, atmosfere  registiche e divertimento del pubblico". 


Niente progetti per il futuro” ha vinto il Premio Flaiano 2009, con la seguente motivazione di Masolino D’Amico: “Dramma sottile e coinvolgente, spesso imprevedibile, nel rappresentare l’incontro di un semplice garagista con un Vip della televisione, colto e intelligente ma egocentrico oltre ogni limite. Ne esce il ritratto di una società intera, priva di valori e piena di contraddizioni.” L’autore Francesco Brandi che ha firmato altri interessanti testi teatrali, alcuni dei quali già andati in scena, rappresenta una delle più nuove e più autentiche voci della drammaturgia italiana.

“Niente progetti per il futuro” è un gioco teatrale surreale, una parabola contemporanea, che cerca di raccontare con i toni della leggerezza e del paradosso una società in crisi, dove i valori dell’Uomo appaiono lisi e sfilacciati sullo sfondo di un progressivo impoverimento spirituale.

L’ambientazione è un ponte pedonale della periferia di una grande città, sul quale si incontrano di notte due aspiranti suicidi, uniti dalla comune insana aspirazione ma diversissimi per tutto il resto.

Ivan è un garagista, uomo semplice e di piacevole concretezza, religioso praticante, di bassa estrazione sociale, con una cultura non certo ricca ma nutrita da un’insopprimibile curiosità che alimenta le sue velleità speculative e finanche filosofiche, un filosofo del paradosso ovviamente! E proprio certe sue speculazioni vittimistiche lo hanno portato a concludere che il modo più consono di reagire al tradimento della fidanzata sia levarsi la vita.

Tobia invece è un vip della TV, psicologo di nascita ma opinionista tuttologo di adozione (televisiva). Uomo colto e ironico, ma anche molto egoista e egocentrico. Ultimamente è finito in disgrazia dopo aver involontariamente offeso un alto papavero della televisione in una delle solite schermaglie dei salotti televisivi. Sebbene, pentito dell’incauto gesto, abbia cercato di porvi rimedio con scuse e genuflessioni, subisce ormai da mesi un pesante ostracismo che lo ha logorato lentamente, facendo emergere la sua parte più cinica e nichilista. Su consiglio del suo agente ha speso gli ultimi denari per sposare in sontuose nozze una starlette della tv con cui era fidanzato da tempo, più che per amore per fare un po’ di “rumore” intorno alla sua immagine, ma a poco è servito. Questo è il motivo del suicidio, una carriera distrutta, e soprattutto nessuno più che lo ama e lo cerca, nemmeno la neo moglie che al contrario di lui è impegnata in una carriera folgorante. Ma proprio nel fatidico istante in cui sta per lasciarsi andare giù dal ponte appare Ivan, il quale dopo aver conosciuto di persona Tobia, di cui è da sempre grande fan, decide che la sua ultima buona azione da vivo sarà impedirgli il suicidio.

Dall’incontro tra queste due diverse disperazioni, che provengono da mondi lontani ma che si riconoscono in fretta, nasce il dramma o la commedia, secondo i diversi punti di vista o la diversa lettura degli avvenimenti.

 

Il gioco del teatro – Note di Francesco Brandi

In inglese “Play”, in francese “Jouer”, in tedesco “Spiele”…

in Italia purtroppo è “Recitare”, un termine che si porta dietro una spiacevole suggestione di pesantezza e falsità. Mentre il teatro, certamente è finto, ma non deve essere mai falso. E la sorpresa, è stata scoprire come Giobbe e Enzo sulla scena non “recitano” neanche un secondo, ma al contrario giocano sempre, e incessantemente, come nelle prove così per tutte le due ore di ogni replica, con l’energia, la vitalità e l’impunità dei bambini che sono incapaci di essere falsi, e non sono mai così veri come nella finzione del gioco. La verità invade il palcoscenico, proprio attraverso la serietà leggera del credere fino in fondo a quello a cui si sta giocando. Quel sasso al collo non è più di cartapesta e quel ponte è davvero sospeso sul baratro di un fiume che laggiù scorre minaccioso. Tutto diventa più vero del vero, tutto è pericoloso perché in ogni momento si ha la sensazione che possa accadere l'imprevedibile e che qualunque cosa accada sia plausibile. E allora eccolo qua! Il miracolo cui spero sempre di assistere quando lavoro in teatro e quando vi assisto da spettatore. Quel momento in cui il gioco è talmente intenso da diventare illusione perfetta. E illusionisti lo sono davvero i miei due eccellenti compagni di squadra, e quando si calano nelle vesti dei due aspiranti suicidi ti illudono che sia vita e invece è teatro… ma ti illudono anche che sia teatro e invece è vita.

             Al teatro Quirino di Roma dal 31 gennaio al 19 febbraio 2012.

 

                      http://www.teatroquirino.it/index.php?SECTION=SPETTACOLO&IDS=56


4 febbraio 2002 - 4 febbraio 2012: dieci anni di Mercuzio.

Si avvicina un compleanno importante per il nostro blog e lo festeggeremo, oltre che con un bel discorso di ringraziamento a lettori e collaboratori, con una sorpresa.  Stay tuned.  (A.D.)

“Frammenti di vita in un discorso teatrale” stagione 2012 del teatro Trastevere

per motivi di spazio, riportiamo qui solo la prima parte della programmazione, sino a febbraio, il resto sarà pubblicato a suo tempo, intanto trovate tutto su... [...]

Roma: singolare femminile - due recensioni

 

Pascal La Delfa e Angela di Noto hanno trovato il modo di racchiudere l’immensità di Roma nel piccolo palcoscenico dell’Accènto Teatro.  E lo fanno portando in scena, dal 12 al 22 gennaio, il loro spettacolo, che già lo scorso anno ha riscoss molto successo, ROMA: Singolare, femminile. La Roma papalina, quella imperiale, quella borghese e ancora la Roma del grande cinema, quella del dopo guerra, quella popolare e quella rinascimentale sono custodite nel vaso di pandora del teatro testaccino. Basta scoperchiarlo e Roma viene fuori. Vien fuori con i fantasmi delle donne che l’hanno vissuta e grazie al racconto di questi,  rivive davanti agli occhi del pubblico rapito da una pièce originale e insolita.

La voce off di un Elsa Morante – la scelta di questa scrittrice e narratrice forse non è poi tanto casuale, passò, infatti,  parecchi anni della sua vita in un appartamento accanto al teatro, in via Gustavo Bianchi -  proiettata sulla parete di fondo della scena, mentre con le dita picchietta i tasti della macchina da scrivere, ci racconta la storia di ciò che lo spettatore vede. In realtà è una storia diversa, parallela a quella dello spettacolo ma così perfetta che si interseca con quella scritta da La Delfa e Noto. Una bellissima manovra di luci che gioca e fa forza sul contrasto luce/ombra, permette di inspessire quel velo di mistero avvolto attorno a queste donne romane che si passano il testimone per approdare in scena e raccontare la loro storia. E allora ecco che lo spettatore è illuminato dal candelabro della Papessa Giovanna o dalla sigaretta di Anna Magnani. “L’avvocatessa” Afrania e Donna Olimpia Madailchini, Santa Prassede e Santa Cecilia, Paolina Borghese e Ottavia, poi le popolane che hanno assistito alla Breccia di Porta di Pia.

Tante le donne, tante le epoche ma una sola città: Roma. Dietro i fantasmi delle donne che popolano la scena, ci sono i fantasmi degli uomini che formalmente hanno fatto la Storia. Da Cesare a Marcantonio, passando per i Papi Innocenzo X e Pio IX fino ad arrivare ad artisti come il Bernini, il Canova e ancora Visconti e Pasolini. Parole e monologhi intensi affidati a sei bravissime attrici: Annalisa Aglioti, Paola Borgia, Gilberta Crispino, Alessandra Flamini, M. Flora Giammarioli ed Emanuela Vittori. Roma è la grande protagonista della rappresentazione, in mezzo alle tante donne sulla scena è lei la protagonista, la donna più potente e a sprazzi divertente, sorniona, che ha vissuto ogni epoca, ha combattuto, ha vinto, ha perso … ROMA: un nome singolare, femminile che ha fatto la Storia. (JESSICA ZECCHINATO).


Ha registrato il tutto esaurito la prima di “Roma: singolare femminile” di Pascal La Delfa  e Angela di Noto giovedì 12 gennaio nel grazioso spazio del Teatro Accènto. Un successo previsto data l’affluenza di pubblico la scorsa stagione quando le donne che hanno fatto grande la storia di Roma, hanno raccontato le vicende della città eterna alla rassegna Roma in Scena


Sul palco due scenografie: la scrivania di Elsa Morante che, come un fantasma appare per raccontare episodi della seconda guerra mondiale e, al di sotto, scalini e sedute che cambiano ogni volta a seconda degli otto personaggi in scena.

I racconti si succedono con leggerezza lasciando a bocca aperta gli spettatori in sala. Dal fantasma della Papessa Giovanna, personaggio leggendario della Roma medievale, a Ottavia sorella dell’imperatore Augusto che amava la pace e i bambini, passando poi per donne determinate come l’avvocatessa Afrania, prima femminista della storia romana e Donna Olimpia Maidalchini, l’odiata “Pimpaccia de Piazza Navona” del rinascimento pronta a tutto pur di avere il potere. In questo spettacolo non mancano inoltre le risate quando due Sante come S. Cecilia patrona della musica e dei musicisti e S. Prassede fanno a gara per chi ha più “fama” e fedeli. In ultimo le storie si spostano all’epoca di Napoleone con la potente Paolina Borghese e la sua statua che la ritrae come una dea, passando per le donne che accolsero i soldati della Breccia di Porta Pia rendendo Roma la capitale. Pascal La Delfa, che magistralmente dirige le otto bravi attrici, dà voce anche alla prima donna che vinse l’Oscar in Italia, Anna Magnani. Accanto a queste figure femminili, da sottolineare la bravura di tutte le attrici (Annalisa Aglioti, Paola Borgia, Gilberta Crispino, Alessandra Flamini M. Flora Giammarioli, Emanuela Vittori) che ben si calano nei ruoli assegnabili, ruotano nomi importanti che fungono da “contorno” come Cesare e Marcantonio, Innocenzo X, Bernini, Borromini, Canova, Michelangelo e tanti altri.

Uno spettacolo elegante, come elegante è la regia, supportata da una buona recitazione e da meravigliosi costumi. Un lavoro importante che, come si legge dal comunicato stampa, unendo cultura e leggerezza, arte e divertentimento, fa capire che Roma, la grande Roma, è diventata tale grazie anche alle meravigliose donne che l’hanno vissuta. Uno spettacolo da non perdere. (DEBORA BELMONTE)

 

 “Roma: singolare femminile” dal 12 al 22 gennaio al Teatro Accento di Roma.di Pascal La Delfa e Angela di Noto e prodotto dall’ Accènto Teatro con Annalisa Aglioti, Paola Borgia, Gilberta Crispino, Alessandra Flamini, M. Flora Giammaroli e Emanuela Vittori.