Mercuzionline

Mercuzio: dal 2002 il punto di riferimento per chi ama il teatro, per chi lo fa e per chi lo segue. Recensioni, interviste, comunicati, sempre presente a Milano, Roma e in Toscana.

ALLEGRA MA NON TROPPO al Teatro dei Comici di Roma

Dopo il successo ottenuto nel mese di novembre ritorna al Teatro dei Comici l’esilarante spettacolo “ALLEGRA MA NON TROPPO” Scritto e interpretato da Laura De Marchi Regia di: Stefano Vigilante Dal 25 al 31 dicembre Teatro dei Comici Palazzo S. chiara di Roma Il 31 dicembre si festeggerà il nuovo anno con la compagnia.

CROLLO!

Affrontare problematiche gravi e complesse, denunciare le ingiustizie sociali si sta rivelando, negli ultimi tempi, sia in teatro che in cinema, un espediente per creare un ricatto morale nei confronti dello spettatore o del commentatore, è il caso di "Lebanon" premiato all'ultimo festival di Venezia (appunto) o di questo ridicolo spettacolo, scritto con i piedi, recitato peggio, coreografato e diretto a livello dilettantesco. Se si voleva fare una conferenza, come si rischia nella sezione finale, era necessario scegliere una sala congressi, se si voleva radunare un pubblico di amici e parenti che applaudono ad ogni smorfia, ad ogni battuta, ad ogni scena peggio di una claque televisiva era meglio una sala scolastica. Per fortuna dura poco.   (Andrea Daz)  

 Rosabella TEATRO e l’Associazione Culturale Teatrale Rosebud

             Presentano

 CROLLO!
di Jean Tay

Al Teatro SalaUno di Roma
dal 15 al 20 dicembre 2009

Traduzione Mafalda Stasi
Adattamento e Regia Giulio Stasi
Movimento Scenico Emanuela Panatta

Luce Giuseppe Falcone
Assistente alla regia Francesco Marino

Con Michela Bruni, Valentina Izumì,
Ernesto D’Argenio, Luca Guastini, Gianluca Soli

Dal 15 al 20 dicembre 2009 al Teatro SalaUno di Roma sarà presentato in prima assoluta in Italia lo spettacolo Crollo!, di Jean Tay per la regia di Giulio Stasi.

Luglio 1997: le economie dei paesi del sud-est asiatico, attaccate dalla speculazioni finanziarie di investitori stranieri e da mosse discutibili dei loro governi e del Fondo Monetario Internazionale, crollano. Larga parte delle popolazione si ritrova improvvisamente sul lastrico. In Indonesia una serie di tumulti popolari provocano arresti e repressioni. È guerra civile che provoca più di 500 vittime nella sola Jakarta. Centinaia di donne appartenenti alla minoranza etnica cinese, additata dalla dittatura e dal furore popolare come responsabile del crollo, vengono stuprate e uccise.

Sullo sfondo di una crisi economica che ricorda quella attuale l’uomo dà il peggio di sé. Una giornalista non vuole farsi toccare dalle notizie, un coro di broker è alla continua e spasmodica ricerca di soldi e successo, una giovane studentessa dal cuore vergine sogna di cambiare il mondo; tutti vengono travolti da una guerra civile in cui si fatica a trovare i colpevoli. Centinaia di morti, centinaia di donne appartenenti alla minoranza cinese sono invece le vittime certe: invisibili, coperte di vergogna, crollano in un buio senza fine; a loro questa messa in scena vuole dar voce.

Una drammaturgia ed una messa in scena che fondono stili, linguaggi, registri diversi: naturalistico, surreale, simbolico, coreografico, tragico, ironico. Al fine di rendere il messaggio immediato per lo spettatore, mai ermetico esercizio di stile.

Lo spettacolo verrà ripreso a Roma a maggio 2010 presso l'ex-manicomio di “Santa Maria della Pietà" e nel giugno 2010 al Borghetto Flamino Capannoni Industriali. Nel 2010 sarà in tournée nel nord ltaia.

L’autore
Jean Tay si laurea presso la Brown University, USA, con una doppia specializzazione in Scrittura Creativa ed Economia Politica. Per le sue drammaturgie vince il Weston Prize for Fiction ed il 1° e 3° premio nella NAC’s Golden Point Short Story Competition nel 2001. Le sue opere teatrali vengono rappresentate in festival negli Stati Uniti, a Londra e a Singapore, suo paese d’origine. Fra le opere ricordiamo: Swalloweed Seed, Water from the Well, The Knot, Hopper’s Women (premio miglior sceneggiatura teatrale nel 2000 dalla rivista Life!), Plunge (sviluppato all’interno del programma International Residency 2007 organizzato dal Royal Court Theatre di Londra), Boom!

CROLLO!
TEATRO SALAUNO- P. ZZA PORTA S.GIOVANNI, 10
TEL: 06.7000521, 06.89531154
DAL 15 AL 20 DICEMBRE 2009

BEN HUR - RECENSIONE

Ben Hur

di Giovanni Clementi

 

Il Teatro Sala Umberto, collocato nel centro di Roma, propone uno spettacolo dalle tinte veraci che racconta lo spaccato di un’atipica famiglia romana alla sfiancante ricerca di una stabilità economica. Sergio, interpretato con disinvoltura da Nicola Pistoia, in un romanesco sboccato, ricorda la sua vita da stuntman rovinata per un incidente, durante il film “Salvate il soldato Ryan” di Steven Spielberg, e prosegue nel racconto di una vita da centurione di fronte al Colosseo tra fotografie e turisti divertiti. Maria, la sorella, interpretata con sincerità da Elisabetta De Vito, incarna la figura della casalinga triste e sciatta, senza stimoli ne desideri. La loro vita prosegue tra grida ed insulti, lacrime e baci, sofferenza e lavoro finché non bussa alla loro porta Milan, ingegnere bielorusso, interpretato dall’eclettico Paolo Triestino. E’ alla ricerca di un lavoro. Un tuttofare dal cuore tenero che incontrerà lo sfruttamento dell’Italia pigra e mafiosa sempre pronta a stare in panciolle e ad accumulare denaro sporco sulla pelle dell’Altro, dell’ Alieno, dello Straniero. Nonostante l’argomento, lo spettacolo è rappresentato nei suoi lati cominci e caricaturali ad eccezione del finale così amaro, così riflessivo, così poco spensierato. Un duro colpo per il pubblico che si era abituato al tono scanzonato del primo atto.

La naturalezza con la quale viene rappresentata la bassezza è sorprendente e fa quasi paura leggere noi stessi su quelle tavole di legno, leggere attraverso gli attori, la nostra natura corrotta e grettezza. Chissà che il pubblico non si sia imbarazzato a vedersi così ben rappresentato e così duramente criticato.

Lo spettacolo è ben fatto benché faccia parte di quel Teatro Mortale (per dirla con Peter Brook) che impazza ormai in tutto il mondo, che accontenta il gusto del grande pubblico perché così simile nelle tematiche e nelle scelte registiche alla televisione, ma che perde un po’ della magia di cui solo il teatro ha ragione di godere: creare uno spazio “sacro” dove effettivamente, qualcosa di misterioso accade.

 

Giudizio: ***

Flavia Faloppa

 

 

.

Teatro Sala Umberto

Lunedì/ Sabato
10:30 /19:00
Domenica
14:00/17:00

• Tel. 06.6794753
• Fax 06.69787516

ORARIO SPETTACOLO
Martedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì
ore 21:00
solo il 2° mercoledì di spettacolo ore 17:00
Sabato ore 17:00 e 21:00
Domenica ore 17:30

A SIPARIO APERTO - TEATRO VERDI di Monte San Savino

Stagione teatrale 2009 2010
 
TEATRO VERDI
MONTE SAN SAVINO
 
A SIPARIO APERTO - per piccoli e per grandi
 
sabato 19 dicembre, ore 18
“BABELE”
Spettacolo di Teatro Circo
 
 
“La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi” Con queste parole di Pier Paolo Pasolini Vanni De Lucia presenta il suo spettacolo da titolo “Babele”. Un viaggio attraverso 25 anni di esperienza professionale trascorsi nei teatri e cabaret di mezza Europa, tra i ricordi dell’infanzia friulana e un presente fatto di stress, traffico, fast food e televisione. Uno spettacolo che diverte e fa riflettere, in bilico tra cabaret e monologo d’autore. Uno spettacolo che andrà in scena sabato, 19 dicembre, alle ore 18, al Teatro Verdi di Monte San Savino, all'interno della rassegna “A Sipario Aperto” per piccoli e per grandi. Afferma De Lucia: “Da bambino, ricordo, confondevo Abele, primogenito di Adamo, con Babele, mitica città della Mesopotamia, Caino e Babele quindi, e fu subito caos, Babele appunto…”. 
 

LA BUSTA - RECENSIONE

La busta

di Spiro Scimone


Una recitazione straniata caratterizza questo spettacolo della compagnia siciliana Scimone Sframeli, che dà vita a un incalzante alternarsi di vittimismo e sopraffazione.

Il cittadino in cerca del “Presidente” si ritrova invischiato in situazioni ambigue e intimidatorie, beckettiane e pinteresche, tipiche di istituzioni italiane dominate dall’assurdo e da dinamiche mafiose di sospetto e punizione. Un gioco al massacro che pone inquietanti interrogativi sull’identità del potere, laddove al malcapitato interlocutore non resta che lottare fino all’ultimo per mantenere intatta la propria umanità. “...una bella lezione per insegnare la democrazia”, dal momento che “...esportiamo in tutto il mondo le nostre belle figure”.

Giudizio: **

Claudia Donzelli

 

 

Progetto “Monografie di Scena” - Teatro Valle - Roma

LA BUSTA
di Spiro Scimone

Compagnia Scimone Sframeli

Coproduzione Teatro di Messina, Asti Teatro 28

regia Francesco Sframeli
con Francesco Sframeli, Spiro Scimone, Gianluca Cesale, Salvatore Arena
scene e costumi Barbara Bessi
disegno luci Beatrice Ficalbi

12,13 dicembre 2009

PREMIO VALENTINO ZEICHEN - Teatro Vascello

Teatro Vascello 

TSI Teatro Stabile d' Innovazione

direttori artistici Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann

presenta

lunedì 14 dicembre 2008 ore 21,00

PREMIO VALENTINO ZEICHEN

VI EDIZIONE

Serata in onore di Daniele Bollea

Vincitore della VI edizione

presenta la serata

Valentino Zeichen

Partecipa Edoardo Camurri

LETTURA A CURA DI

GIUSEPPE ANTIGNATI, GAIA BENASSI, SARA BORSARELLI,

ALBERTO CARAMEL, FRANCESCA FAVA, MASSIMO FEDELE,

ANTONIO GROSSO, MANUELA KUSTERMANN

MUSICHE

Giancarlo Fiorentini, Pierpaolo Guerrini, Filippo De Laura

Ingresso libero

Teatro Vascello 

Via Giacinto Carini 78  - Roma

Info: 06 5881021 promozione@teatrovascello.it

www.teatrovascello.it

Luna libera

Per quale legale analogia
solo perché so in formule il tuo moto
dovrei pensarti schiava,
incatenata all'orbita,
e a questa, assimilare il mio cammino,
di attonito pastore rassegnato.

No. Per me sei vagabonda smemorata,
che sempre in campo aperto s'avventura,
ma la terra da un fianco la richiama.
A questa luna voglio somigliare,
a questa libertà che c'è in natura,
ch'è quella di seguire principi primi,
mossi soltanto da profonde spinte.

Daniele Bollea


Il Premio di Poesia Valentino Zeichen nato dalla volontà di Giancarlo Nanni e Manuela Kustermann, unico riconoscimento intitolato ad un poeta vivente , giunge quest’anno al VI appuntamento. Le precedenti edizioni hanno visto premiare: Claudio Damiani V edizione, Elio Pecora IV edizione, Paolo Febbraro III edizione, Gabriella Sica II edizione, Giuseppe Conte I edizione.

Quest’anno il premio verrà assegnato a Daniele Bollea nel corso di una serata durante la quale interverranno Valentino Zeichen, il giornalista e scrittore Edoardo Camurri, Manuela Kustermann e gli attori della Fabbrica dell’Attore che daranno voce ad alcune liriche del poeta.

Valentino Zeichen è nato a Fiume e vive a Roma. Nel 2004 è uscita per gli Oscar Mondadori la raccolta completa dei suoi versi: Poesie (1963-2003). Tra i suoi altri libri: Area di rigore (Cooperativa scrittori 1971), Museo interiore (Guanda 1987), Gibilterra (Mondadori 1991), Metafisica tascabile (Mondadori 1998) Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio, (Fazi 2000) Passeggiate Romane,(Fazi 2004), Neomarziale (Mondadori 2006). Valentino Zeichen è considerato uno dei maggiori poeti italiani contemporanei.

Daniele Bollea nasce a Roma nel 1945. Dal 1993 ha cominciato a pubblicare poesia. Giovanissimo frequenta lo studio del pittore Mirko. Incontra artisti come Carra', Marino Marini, Afro, approdando lui stesso nella pittura. L’esperienza di astrofisico influenzerà i suoi “dipinti cosmici” materia che nasce dal vuoto. Una pittura che come la scienza va dall'astratto al concreto. Amico di Fausto Melotti (1984) ne subisce l'influenza in scultura e nell'abitudine di accostare versi alle proprie opere.

SOSTIENI LA CULTURA VIENI AL TEATRO VASCELLO UNO SPAZIO DI LIBERTA’ DOVE L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTA’

INFO  06 5881021 - 06 5898031  http://www.studiodipoesia.net/

TEATRO VASCELLO Teatro Stabile d'Innovazione - Promozione e ricerca di nuovi linguaggi

SOSTIENI LA CULTURA VIENI AL TEATRO VASCELLO UNO SPAZIO DI LIBERTA’ DOVE L’IMMAGINAZIONE DIVENTA REALTA’

Come raggiungerci: Il Teatro Vascello si trova in Via G. Carini 78 a Monteverde Vecchio 00152 Roma, sopra a Trastevere, vicino al Gianicolo.

Con mezzi privati: Parcheggio per automobili: lungo Via delle Mura Gianicolensi, a circa 100 metri dal Teatro.

Con mezzi pubblici: autobus 75 si ferma proprio davanti al teatro Vascello e si può prendere da stazione Termini, Colosseo, Piramide, oppure il 44, il 710 e l'871, 870. Treno Metropolitano che si può prendere da Ostiense fermata Stazione 4 venti in Viale 4 Venti a due passi dal Teatro Vascello .....

                                                                                                                      

TERTIO MILLENIO FILM FEST - Roma

Tertio Millennio Film Fest conclude con una retrospettiva dedicata a Émond 

Chiusura speciale per la 13esima edizione di Tertio Millennio Film Fest. Il 14, 15 e 16 dicembre presso il Cinema Delle Province di Roma (viale delle Province, 41) si terrà un Evento speciale dedicato al regista canadese Bernard Émond. La retrospettiva è organizzata dalla Fondazione Ente dello Spettacolo in collaborazione con la Fondazione Cineteca Italiana e l’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della CEI. Nell’occasione, sarà proiettata la sua trilogia incentrata sulle virtù teologali – Fede Speranza e Carità – che prende le mosse da La neuvaine, Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Locarno, e prosegue con Contre toute espérance e La donation, Premio della Giuria Giovani sempre al Festival elvetico: “Spesso mi hanno chiesto il motivo per cui un non-credente – afferma Bernard Émond - si attaccava a un simile argomento . E’ dal  saggista del Québec Pierre Vadeboncoeur che ho trovato la risposta che meglio credo. Egli scrive che queste tre virtù attraversano la condizione umana e operano un capovolgimento delle cose. Esse vanno contro-corrente, contro il destino, contro l’ordine di un mondo spietato e disincantato. Sono sovversive”.

Ne La neuvaine una giovane dottoressa, in preda al senso di colpa per la morte accidentale di due suoi pazienti e in fuga dalla sua vita, attraverso un giovane di provincia e sua nonna si riconcilierà con la vita e il proprio lavoro.

Contre toute espérance racconta la disperazione di Rejéanne, per anni vicina a suo marito Gilles, colpito da una crisi cardiaca e costretto all’immobilità che la porterà a una drammatica decisione.

Ne La donation, Jeanne scoprirà che anche dietro la chiusura e la diffidenza degli abitanti di un villaggio di provincia, si nasconde del calore umano.

Della collaborazione con la Fondazione Ente dello Spettacolo, che ha permesso la retrospettiva di Bernard Émond, il direttore della Fondazione Cineteca Italiana, Matteo Pavesi, sottolinea: “E' bello che due realtà cinematografiche diverse, ma attive entrambe sul territorio nazionale da oltre sessant'anni, collaborino con unità di intenti a una distribuzione alternativa, non commerciale, che colmi per quanto possibile le lacune di quella ufficiale, spesso sonnacchiosa e latitante nel cogliere quanto di più interessante, attuale e coinvolgente emerga dal mare della cinematografia contemporanea”, mentre Dario E. Viganò, presidente di FEdS ribatte: “La trilogia di Émond testimonia con pregevoli esiti artistici quella che è la missione della Fondazione Ente dello Spettacolo: fede e speranza nel cinema, carità nella visione. Per un altro mondo possibile”.

LA SERVA AMOROSA - RECENSIONE

La serva amorosa

 dal 19 novembre al 20 dicembre 2009

 

Un ritratto sociale pungente, ma nello stesso tempo ironico; una descrizione umana spietata, ma allo stesso tempo aperta alla speranza. La serva amorosa possiede tutti gli elementi che rendono Goldoni un autore ancora terribilmente attuale. Senza contare il fascino sempre vivo di assistere ad una delle commedie che contengono tutte quelle tensioni tipiche di un teatro che, nel Settecento, stava decisamente trasformando se stesso in una nuova forma.

In questa messa in scena, ripresa di uno spettacolo del 2008, Lorenzo Loris mantiene tutte le potenzialità del testo origianario. Non si limita però a questo, operando, grazie a quei linguaggi che più lo contraddistinguono, come le proiezioni video e una scenografia minimalista, una vera stratificazione di significati, per cui il senso ultimo è quello della responsibilità individuale di fronte alle scelte della vita.

Sin dall’inizio dello spettacolo si è accompagnati da due proiezioni, la prima delle quali è quella dell’acqua di Verona, dove la storia ha luogo, simbolo dello scorrere del tempo, della continua mutazione di un eterno presente difficile da afferrare e definire, a cui si contrappone tra l’altro la struttura di pietra sul fondo del palco, simbolo di quelle certezze da ancien régime che ormai non trovavano alcun riscontro con la realtà e che presto avrebbero condotto alla Rivoluzione Francese. Si ricorda che La serva amorosa fu scritta nel 1752.

L’altra immagine che ricorre è quella delle mani della protagonista, la serva Corallina, intenta a costruire le strutture metalliche che compongono i pochi elementi scenografici presenti in scena. In questo modo il personaggio, interpretato finemente da Elena Callegari, rappresenta la capacità umana di logica analisi e costruzione per arrivare ai propri fini. Se Beatrice, giovane nuova moglie del suo padrone, è impegnata dall’inizio alla fine in un continuo maneggio per soddisfare la sua avidità tentando anche di far diseredare il primogenito di suo marito Ottaviano, Corallina fa la scelta opposta ed opera per il bene. Il risultato è il suo completo successo: fa sposare il suo giovane padrone Florindo con la bella Rosaura, smaschera i piani di Beatrice e, nel frattempo, dopo aver sacrificato il suo amore per Florindo, sistema anche se stessa con un servo premuroso.

L’omogeneo gruppo d’attori è diretto eccellentemente secondo una considerazione ottima del momento storico-teatrale per cui le maschere, seppur presenti (Arlecchino, Pantalone e altre), cominciavano a perdere le loro caratteristiche di immutabilità per diventare dei veri e propri personaggi. Privati da Loris dell’abbigliamento loro distintivo, non giungono però ad avere vere e proprie connotazioni personali, legati come sono ancora ad un modello molto rigido. Sono tutti bloccati secondo una linea fisica ben definita: Arlecchino con il basso ventre in avanti, Beatrice secondo una direttiva obliqua, Pantalone dritto e piantato con i piedi per terra.

Malgrado però l’omogeneità del gruppo, si distinguono per la loro bravura Stefania Ugomari Di Blas nel ruolo di Beatrice e Giovanni Franzoni nel ruolo di Ottaviano. Senza dimenticare la già citata Elena Callegari e il giovane Davide Giacometti, divertente ed energico nel suo Lelio.

Giudizio: ***

Alessandro Baito

LA LOCANDIERA - RECENSIONE

La locandiera

Trasportandoci in una fintissima coloratissima casa di bambole, Corrado D’Elia rivisita uno dei testi più celebrati rappresentati e amati dal pubblico di tutti i tempi: La locandiera di Carlo Goldoni.

Non esiste studente in Italia, ma neppure nel mondo se studia anche un minimo di storia del teatro, che non conosca questo testo rivoluzionario, uno dei primi passi verso la nascita del teatro come oggi lo intendiamo ed amiamo. Forse è anche uno di quei pochi classici che gli studenti non arrivano ad odiare per il semplice fatto di doverli studiare. Questo perché ne La Locandiera convivono la satira e la tradizione, la commedia dell’arte e il teatro di parola, una struttura solida e una leggerezza affascinante. Non c’è attrice che non sogni di interpretare almeno una volta il personaggio di Mirandolina, accattivante e libera, manipolatrice e realista, e che non voglia dire con le sue parole: “mi piace l’arrosto, del fumo non so che farmene”.

Trasportare il testo goldoniano in un universo di plastica, cuoio e colori sgargianti è stata un’idea davvero affascinante, da cui Corrado D’Elia è partito per costruirne la sua personalissima versione. Utilizzare due uomini per interpretare Ortensia e Dejanira, le due attrici che si fingono dame presso la locanda di Mirandolina, resi sulla scena da due fantastici Bruno Viola e Andrea Tibaldi, è stata un’intuizione ricca di risvolti comici e al contempo di riflessione sociale. Affidare la parte della protagonista ad un’attrice del calibro di Monica Faggiani, già conosciuta dal pubblico milanese per le sue passate interpretazioni non solo presso il Teatro Libero, è stata una scelta fortunata. Infine scegliere attori bravissimi come Edoardo Ribatto (nel ruolo del Cavaliere), Alessandro Castellucci (nel ruolo del Conte) e Gustavo La Volpe (nel ruolo del Marchese), è stato un modo per garantirsi un successo sicuro. Ridurre ai minimi termini il personaggio di Fabrizio, il cameriere e futuro marito di Mirandolina (interpretato dal giovane Andrea Cappone), ha dato ulteriore risalto alla protagonista, affidando il compito di reggere le sorti dello spettacolo a lei sola.

Delle premesse fantastiche ad uno spettacolo davvero divertente, che senza dubbio raccoglierà molti successi di pubblico. Eppure ci sono alcune riflessioni che portano a delle conclusioni diverse sull’effettivo valore dell’operazione. L’equilibrio necessario tra la versione classica dell’opera di Goldoni e questa trasposizione pop non sembra realizzarsi mai, lasciando spesso l’impressione che l’ambientazione moderna sia solo del “fumo” per rendere più accattivante lo spettacolo agli occhi del pubblico, senza che arrivi mai a dare un valore aggiunto come dovrebbe essere. Si sente effettivamente la mancanza di “arrosto”, di una solida costruzione registica capace di rendere al contemporaneo un testo vecchio più di trecento anni.

L’unico elemento interpretativo che rimanda a un mondo di plastica sono le continue risate dei personaggi. Se però le risate di Viola e Tibaldi, data la natura di Ortensia e Dejanira, si possono giustificare e apprezzare, non si comprende perché tutti gli altri debbano continuamente ridere, togliendo spessore ad un testo che invece vuole e deve averlo. Sembrerebbe quasi che si stia ridendo del gioco di distruzione operata sul lavoro di Goldoni. Ma se davvero questa fosse stata l’intenzione di D’Elia (e non ci sarebbe stata alcuna obiezione da fare) le scelte sarebbero state diverse. In realtà le risate tendono unicamente a richiamare le risate del pubblico.

È solo su questo livello che si realizza appieno la versione pop de La Locandiera di Goldoni.

Giudizio: *

Alessandro Baito

TEATRO A PEZZI al TEATRO dei COMICI di Roma

                            TEATRO DEI COMICI
Palazzo Santa Chiara 
dal 4 al 31 dicembre 2009

Bruno Colella  Alvaro Vitali
in
Teatro a pezzi
di Bruno Colella
regia e scena di Bruno Colella
 
A sorpresa, un piccolo gioiello da conservare con cura. Un attore e un impresario, comico e capocomico, due artisti che forse una volta hanno sfiorato il successo o comunque la popolarità, ora vivono, letteralmente, tra le quinte e i ripostigli di un vecchio teatro abbandonato, tra ricordi finti o veri, fantasmi, videoproiezioni di scene sul tema dello spettacolo tra le quali spicca Totò nella sua ultima interpretazione, "Che cosa sono le nuvole?" di Pasolini,  sogno e risveglio, ripetizione infinita e circolare delle stesse battute, di aneddoti e bisticci, in una ovattata sicurezza placentale che è anche chiusura, paura di uscire dal ventre della balena e  di affrontare la realtà,  perdere l'illusione di stare tornando alla ribalta, di stare organizzando un nuovo spettacolo... Ionesco, sicuramente, nella continuo ripetizione di parole e gesti, nelle combinazioni improbabili, anche Beckett e Pinter nell'assurdità del tutto, nell'attesa di qualcosa che poi arriva ( il pubblico?)inaspettato e forse indesiderato. Da quanto scritto finora, potrebbe sembrare uno spettacolo malinconico e serioso, un finale di partita beckettiano, invece è un duetto divertentissimo e spiritoso. Alvaro Vitali con la sua fisicità da maschera atellana, interprete di molte commedie senza pretese negli anni '70, ma anche attore con Fellini, Sergio Citti, Polanski e Serge Rawson, ha una lucida follia poetica e lunare.  Bruno Colella, profondamente e veracemente partenopeo (e parte napoletano) è musicista, fantasista, attore e regista anche di videoclip per Bennato, operativo in Italia e all'estero, mette nel suo personaggio un'aggressività alla Totò ( ma con qualcosa di Eduardo, forse anche nella figura... ), l'arte tipicamente meridionale di infiocchettare il concetto più semplice, di parlare a lungo senza dire nulla, di epicizzare aneddoti senza interesse. Uno spettacolo da vedere, anzi da andarsi a cercare in questo delizioso teatrino nel "core de Roma", tra il Panteon e Piazza Navona. (Andrea Daz)
In scena le opere di Sandro Mazzucato e nel foyer la mostra d' arte contemporanea a cura di ELECTRONIC ART CAFE' , di Achille Bonito Oliva e Umberto Scrocca.
  
Il 31 dicembre cena, spettacolo e brindisi con gli attori

 
Teatro dei Comici
Piazza di Santa Chiara, 14
00186 Roma
tel.  06 68 75 579 
fax 06 68 300 888
www.teatrodeicomici.it
info@teatrodeicomici.it

GIRGENTI AMORE MIO - RECENSIONE

Girgenti amore mio

di Gianfranco Jannuzzo e Angelo Callido

“Questo spettacolo è il tentativo sincero e appassionato di dialogare con le proprie radici e, così facendo, restituirle agli altri”. Sono parole dello stesso Gianfranco Jannuzzo, nella presentazione dello spettacolo che si terrà in scena al Teatro Manzoni di Milano fino al prossimo 3 gennaio.

Ammirevole l’intento di proporre un amarcord personale, tra le mille contraddizioni che legano l’attore/autore a Girgenti ed a tutta la Sicilia, però, la mia sensazione è stata che in molti casi Jannuzzo abbia ceduto alla tentazione di proporre un impatto troppo semplice, quasi da cabaret, al proprio pubblico. Troppo spesso la sensazione che ho ricevuto è stata quella della battuta ad effetto, indubbiamente porta con la maestria che si riconosce a questo grande interprete del teatro italiano (come non ricordare le eccellenti interpretazioni degli ultimi anni, prima fra tutte quella del “Liolà” diretto da Gigi Proietti nella stagione 2006-2007), ma un po’ superficiale, quasi da barzelletta.

Certo, in alcuni momenti si raggiungono anche nel testo livelli di eccellenza. Fra tutte, indimenticabile la scena del funerale, in cui il livello di coinvolgimento dei partecipanti viene descritto, in una graduatoria di vicinanza al carro funebre, con gradazioni differenti, godibilissime nella caratterizzazione dei diversi personaggi. Ma altre volte, l’immediatezza non paga e si risentono battute non troppo originali, come quella del pescatore e del bambino affamato.

Così, alla fine, sono uscito dal teatro con la sensazione di aver assistito alla performance di un grande, quasi sprecato su un testo troppo spesso banale: un po’ come se andassi a sentire Claudio Abbado, al suo ritorno come direttore alla Filarmonica della Scala, che dirige una musica inadeguata alle sue potenzialità e a quelle dell’orchestra (non faccio esempi, che potrebbero toccare la suscettibilità di qualcuno).

Accanto all’interpretazione spiccano per qualità le musiche originali di Francesco Buzzurro. Per il resto, come in quasi tutti gli one man show poco si può dire su regia di Pino Quartullo, partner affezionato di Jannuzzo, sui costumi di Silvia Morucci e sulle scene di Salvo Manciagli: per inciso, mi hanno ricordato quasi fosse fotocopia quelle del “Liolà” citato.

Per concludere, la mia valutazione è estremamente positiva per quanto riguarda l’interpretazione, ma piena di dubbi sul testo. Al potenziale pubblico, lascio la decisione se prenotarsi per vedere lo spettacolo: dipende dalle attese di ognuno.

 Giudizio: *1/2

 

Ruggero  Attèndoli

 

Girgenti amore mio

di Gianfranco Jannuzzo e Angelo Callido

con Gianfranco Jannuzzo
scene Salvo Manciagli
costumi Silvia Morucci
musiche originali e arrangiamenti  Francesco Buzzurro
regia Pino Quartullo

Al Teatro Manzoni di Milano fino al 3 gennaio 2010

VIRAL WORKSHOP presso THE HOUSE OF LOVE - 13 dicembre a Roma

In occasione della prima edizione italiana del Workshop di ideazione e creazione di video virali diretto da Alex Orlowski, domenica 13 dicembre alle 17.00 presso The House of Love and Dissent si terrà un incontro con il regista sulle nuove forme di promozione attraverso i video virali e i video musicali concepiti per internet.

   Ingresso libero.

The House of Love and Dissent - Via Leonina 85 – Metro Cavour - Roma

Info e conferma prenotazione:
e-mail: viralworkshop@gmail.com
Mob. 327 5767528

INTERVISTA A GINO DE LUCA IN OCCASIONE DE “LA TEMPESTA” DI ANDREA DE ROSA

Intervista a Gino De Luca in occasione de
“La Tempesta” di Andrea De Rosa

 

Com’è nata questa collaborazione con Andrea De Rosa?

Allora, nasce nel 2002, nell’incontro al laboratorio con Mario (Martone, n.d.r.) ad Ischia, dov’eri presente anche tu; quando ho saputo due anni fa che Andrea faceva “La Tempesta”, sognavo di stare in questo spettacolo perché mi interessava l’operazione, lui ha fatto queste grandi regie di cui ho visto uno spettacolo, mi ha colpito molto il suo modo di lavorare.

 

Quale hai visto?

“Maria Stuarda”. Però, conoscendolo, e siccome lui mi ha visto anche nel “Falstaff”, che ho fatto sempre con Mario, e mi fece i complimenti, e mi vide a teatro un anno e mezzo fa... dissi: “vabbè se mi vuole, sa, mi conosce”, e non l’ho mai chiamato per chiedergli se c’era spazio. Lui fece la conferenza al Mercadante, presentò il cartellone, presentò “La Tempesta”, già aveva chiuso il cast, io credevo, perché già c’erano i nomi degli attori e tutto; dissi: “non c’è stato modo evidentemente, aveva in mente altre persone”. Al che, il 4 luglio faccio un incidente “mortale” col motorino - tengo na ferita qua, c’ho una lussazione, punti qua, qua, na cosa “malissima!” - Il giorno dopo mi chiama Andrea De Rosa, e dice: “Vuò fa a Tempesta?” Quando si dice “u teatro dell’Acqua Santa”, quando capitano le cose brutte, e io stavo tutto ingessato - che nun potevo neanche parlà - e lui mi disse: “Io ti voglio parlare della Tempesta, ti volevo far venire un attimo a Roma, così vedevamo un attimo con Umberto (Orsini, n.d.r.), ti volevo incontrare”

 

Hai rischiato di perdere un’opportunità!

Lui si dispiacque di questa cosa e disse se ci vediamo “la settimana prossima”; io son stato tutta la settimana sulle spine perché non gli chiesi neanche il personaggio che dovevo fare; andai là convinto che facevo Trinculo o Stefano - intanto m’ero letto i due personaggi, m’ero letto di nuovo tutto il testo - vado là e lui mi propone Ferdinando; al che mi prende in contropiede perché non mi aspettavo... come ruolo, no? E lui mi disse: “No io per i due marinai ho pensato Carmine (Paternoster, n.d.r.) e Sasà (Salvatore Striano, n.d.r.), che sono due attori più duri, perché per me i marinai non sono i due buffoni come li ha sempre disegnati Shakespeare, ma sono due marinai che stanno nelle stive, sono cattivi, crudi, che trattano Calibano male, non sono i soliti due buffoni, mentre Ferdinando... il solito innamorato-bel ragazzo... perché ho visto tanti ragazzi, ho fatto tanti provini ma i soliti “belli ragazzi”, messi là in dizione, che recitano tutto così, a me non interessano all’interno dell’operazione - disse - tu sei un bravo attore a Napoli, sei riconosciuto come bell’attore comico, tienila come na prova, non è niente di sicuro, vedi tu se mi puoi proporre... che puoi fare con questo personaggio”

 

Hai fatto un provino su parte quindi?

Pure io dissi: “Giusto Andrea, perché mi stai sorprendendo con questa cosa, se è una cosa che io non riesco a misurarmi... valuto anch’io se non mi sento di fa questo personaggio, perché non me l’aspettavo proprio, non è proprio nel mio “stile”, diciamo.” Mi diede il copione, son stato due o tre giorni a studiare un po’ e dissi: l’unico modo di farlo è tirare il personaggio verso di me, no io verso il personaggio, e quindi adattarlo alle mie corde, e quindi pensai una sorta di Ferdinando comunque figlio del re, però tipo un po’... come può essere... Enrico V che pratica i bordelli, pratica Falstaff, pratica la cattiva compagnia quindi... va conquistando donne, va facendo tutt’ guai, cioè è un napoletano tranquillo, no?

 

Il napoletano che hanno usato dove c’è la parte di Cerere, tutto il masque, so che è di Eduardo, gli altri pezzi dove “uscivate fuori” col napoletano erano invece spontanei vostri?

Sì sì, all’interno della riduzione che Andrea ha fatto - è venuto con una bozza di tagli che voleva fare - però molto lavoro l’ha fatto cogli attori sul testo, quindi dove capita che io metto queste tre o quattro espressioni napoletane, l’ho cercate io e lui me l’ha lasciate tranquillamente; anzi durante le prove io per lavorare più col personaggio e renderlo mio, ho iniziato facendolo ancora più “sporco”, più napoletano, poi man mano l’ho pulito, però nonostante ciò, comunque parlo un italiano... ma non è un italiano corretto di dizione, sì vado dritto nella frase non usando magari proprio un’espressione napoletana, ma non uso le regole... che può essere... tipo: “véro, giorno”, dico: “è vèro, giòrno, sògno”.

 

Come avete lavorato? Per esempio, dal punto di vista visivo, lui sapeva già quale sarebbe stata la scenografia e voi vi siete adeguati, o avete fatto anche improvvisazioni, o vi diceva “vai da qui a qui” e sapeva già com’era strutturato?

No, su questo lui è stato deteminante, aveva lo spettacolo già in mente, ha fatto un grande lavoro, addirittura ha disegnato dei bozzetti che ci faceva vedere... quali erano le posizioni e le immagini che aveva in mente; ci hanno colpito perché erano interessanti, belle, e diciamo, le abbiamo rese tecniche e fattibili e le abbiamo messe in pratica. E lui disse addirittura in un’intervista: “Ho fatto finalmente lo spettacolo che avevo in mente, sono contentissimo, qualsiasi cosa avete da dire pigliatevela con me perché gli attori “nun ci azzeccan niente”, anzi, sono stati grandi professionisti, grandi artisti a starmi dietro e a credere in quello che io dicevo”.

 

La parte quando siete sul letto e bisbigliate, che è il primo contatto vero di intimità tra di voi, ve l’ha detto lui di farla bisbigliata o vi è venuto?

Sì, questa è un’idea che aveva lui dall’inizio di farla così; lui immaginava questa scena d’amore recitata da due ragazzini, aveva l’immagine sua, dico, di quando si è soliti a Napoli... di quando si è piccoli che per forza dopo mangiato si va a fare la cosidetta “cuntr’ora”, che si va a dormire - che pure se nun c’hai sonno quando si è piccoli devi dormì pe forza dopo mangiato - e allora lui immaginava che quando viene magari qualche cuginetta a casa... e ti mettono a dormire, si sta nella stanza, allora... si sta tutti in silenzio, così, si parla però per dire: “non facciamo chiasso che può venire... vengono di qua a ci sgridano!” Allora è partito da questa idea per farla in questo modo, per non farci sentire da Prospero, e sfruttando un po’ le mie corde della scena d’amore, l’ho resa comunque divertente, ho dato una grazia e ho dato spazio più al fatto di “divertimento” dell’amore, dello scoprire l’amore, divertendoci, anche per un mio modo di essere, per una timidezza...

 

Non so se tu hai visto il “Mercante di Venezia” di Massimiliano Civica - G. No - C’è una scena tra gli amanti Gessica e Lorenzo dove fanno il “bisbigliato” quando si parlano, e ho notato questa somiglianza perché non capita spesso appunto, di solito viene portato tutto abbastanza fuori, quindi lui non si è ispirato a quella produzione, non lo sai?

Non lo so sinceramente se ha visto questa cosa, per me è stata nuova, lui l’ha lanciata, poi durante le prove ne abbiamo provate di tutti i colori - l’aggio provata a fare in tanti modi - perché comunque la scena era abbastanza difficile, e poi lui ha voluto creare questa magia in quel momento, approfittando anche della grazia di come veniva fatto, che si rideva, si scherzava, ci si zittiva, io la zittivo durante l’improvvisazione, proprio: “Sccchh, zitta Miranda, ci sente Prospero”

 

Com’è stato lavorare col Signor Orsini?

Umberto è stato un grande, ti dirò... durante l’allestimento lui era molto su di sé perché comunque per affrontare questo personaggio ha lavorato tantissimo, e oltre a essere Prospero ha dato anche una grande collaborazione per la realizzazione dello spettacolo; poi sappiamo che un attore di questa portata, in un rapporto con un regista giovane, magari può influire molto sulla messinscena, ma veramente tra lui e Andrea c’era una fiducia e un rapporto che... si trovavano benissimo, allora tutte le innovazioni di Andrea... lui ne ha fatto tesoro, Umberto, nonostante sia un grande attore di tradizione, se vogliamo, del teatro italiano; mi piace questo suo modo di rimodernizzarsi continuamente.

 

C’è il momento quando lui... com’è nato? L’aveva già pensato De Rosa?

Sì, sì, Andrea aveva pensato anche quello, infatti quando ci spiegò un po’ tutto lo spettacolo che aveva in mente disse: “Sul finale io mi prendo una riserva, non ve lo dico adesso, ve lo voglio dire più avanti perché è prematuro”; e infatti dopo una settimana di lettura, dieci giorni, lui ci disse l’idea del finale, e quando ci raccontò il fatto, tutti siamo rimasti senza parole, però a me l’idea è piaciuta tantissimo, subito, ci ha sorpreso un po’ tutti, del resto lo fa anche con lo spettatore, lo sorprende, poi l’interpretazione del pubblico è soggettiva, c’è a chi piace, a chi non piace, tutte le cose innovative piacciono, non piacciono, quindi il rischio c’è, però l’importante è che si fa, no?

 

E con te com’è stato?

Con me è stato tranquillo; devo dirti la verità, quando gli proposi il personaggio come l’avevo pensato - ti ripeto aveva visto un sacco d’attori, (...) era l’ultimo giorno... lui ormai doveva decidere per la sera, la settimana dopo che m’aveva chiamato - al che lui si divertì subito perché io lo feci in modo scherzoso, “pazziariello”, innamorato tipo scugnizzo napoletano che in realtà sono, però comunque figlio di un re, e che si divertiva pure con questa Miranda, la prendeva in giro da conquistatore, no? E a lui piacque subito. Durante le prove io mi tormentavo per cercare di capire, per... lui mi disse un giorno che mi vide un po’ teso: “Devi stare solo tranquillo perché tu sei simpatico subito al pubblico appena ti vede quindi, il personaggio c’è, e quello che devi fare...”; però giustamente nel rapportarmi... in uno spettacolo... io stavo in tensione, studiavo anche gli altri, cioè non ti nego che la prima lettura... i primi giorni io dicevo: “ma che ce faccio ca in miezzo?”, perché poi comunque è un lavoro a un livello attoriale forte... di tutti attori...

 

Come che ci fai? “Ci fai” eccome!

No però, hai capito, dicevo... è un tipo di teatro che non mi appartiene, vengo da una formazione eduardiana, vivianesca, scarpettiana, di varietà, cioè più legata a un teatro napoletano, sì ho fatto Dürrenmatt, “La visita della vecchia signora” con Isa Danieli per due anni, ho fatto il “Don Giovanni”, ho fatto il “Falstaff” però... chist’era na cosa...

 

Quando entri e ti accucci in quella maniera... come mai?

Eh, quella è “na malattia”, praticamente Andrea mi fece vedè na foto - siccome lui aveva l’idea di tené tutti quanti in scena dall’inizio, chi dormiva, chi stava così... - m’ha fatto vedé na scultura - che mò nun mi ricordo il nome in questo momento - ch’è na scultura alta sarà un quattro metri... che non so in che museo sta... un palazzo di vetri

 

Quindi t’ha fatto vedere una foto?

M’ha fatto vedere na foto di questa scultura alta quattro metri per due metri... di questo ragazzo accovacciato in quella posizione, disse: “tu mettiti là, poi ogni tanto fatti un viaggio tuo, vedi dei flash così come se vedessi degli spiriti”; io mi faccio proprio ogni sera un viaggio diverso, di immagini, sogni, situazioni, paure, ansie, ricordi..., per me lì in terra è un primo spettacolo che faccio, e poi entro nella storia.

 

E con Orsini, la prima cosa che ti fa... ti picchia insomma!

Eh, mi dà questi schiaffi e mi porta avanti; inizialmente Andrea propose di darli finti, io facevo il rumore con la mano, però dissi: “Andrea, ch’ mma fa scti schiaffi finti? Dai me li dà!” Disse: “Ma poi tutte le sere, per 150 repliche sò pesanti!” dissi: “Vabbè dammeli”. Infatti mi aiutano anche molto perché comunque sto lì in terra... sto per venti minuti... che sono un animale, sono un selvaggio, divento proprio animale dell’isola... entro proprio... vado col cervello! Questi schiaffi a me mi fanno proprio... che nel momento in cui dice “svegliati” e io li guardo, c’è quest’apparizione, arriva carico...

 

Claudia Donzelli

CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DELLA STAGIONE DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA - RESOCONTO

Conferenza Stampa di Presentazione della Stagione del Teatro dell’Opera di Roma - Resoconto


La notizia principale della riunione tenutasi nel foyer di Primo Ordine del Teatro dell’Opera di Roma (3 dicembre 2009) - annunciata dal Sovrintendente Catello De Martino - è la fine del Commissariamento che da aprile ha visto il sindaco Giovanni Alemanno a capo della difficile operazione di riorganizzazione del teatro, che non poteva proseguire la sua attività a causa di una previsione di bilancio in rosso per il 2009 simile a quella dell’anno precedente.
Sono state dunque messe a punto strategie economiche che dovrebbero permettere alla fondazione di divenire, come si auspica, “patrimonio della città”, quali l’aumento del numero di partner e sponsor privati - che per il Teatro alla Scala di Milano costituiscono il 60% dei finanziamenti - e la garanzia di crescita professionale per i dipendenti della struttura come incentivo, oltre al riallineamento alle norme vigenti e al Decreto Legislativo 231. Per ampliare il potenziale pubblico verranno organizzate attività didattiche, convenzioni con grosse aziende, e un accordo con l’Agis Lazio (Associazione Generale Italiana Spettacolo) per portare anche in altri spazi il lavoro dell’Opera, mentre con Regione Lazio è in progetto l’istituzione di un’Accademia dell’Opera con il Fondo Europeo. E’ stata inoltre avanzata una proposta che prevede lo scambio di scenografie con altre fondazioni senza costi, se non per il trasporto e l’assicurazione, in modo da abbassare le spese per le scene “e non tenere quelle già esistenti nei depositi ad ammuffire”, dato che sono patrimonio artistico; per alleggerire i costi di divulgazione sarà effettuata un’ulteriore informatizzazione del teatro.
Il nuovo CDA (Consiglio Di Amministrazione) si è insediato in Campidoglio nel pomeriggio; tra i suoi membri, oltre allo stesso Alemanno in qualità di Presidente, l’editorialista Enrico Cisnetto e Bruno Vespa, che vi è riconfermato con il ruolo di Vice Presidente per il suo impegno nell’apporto di sponsor privati.
Il Maestro Nicola Colabianchi (Consulente del Sovrintendente per la Direzione Artistica) ha descritto la stagione 2010 come un “servizio culturale”, ovvero non solo per “melomani” ma anche per un pubblico comune; sarà basata quindi sulla tradizione, ma nell’intento di non essere “banale” verranno presentati titoli ultimamente poco visitati, soprattutto del 1800, volendo ricordare che il teatro fondato da Domenico Costanzi risale a quel periodo, quando ospitò le prime di “Cavalleria Rusticana” e “Tosca”. Saranno in cartellone otto nuove opere, una in più rispetto alla stagione precedente; le scene saranno perlopiù fondali dipinti secondo la tradizione ottocentesca, dato che il teatro non dispone di palchi multipli e macchinari moderni per spostare intere scene (Vi sono solo alcuni ponti mobili che costituiscono parte del palco, ma non magazzini sottostanti o posteriori allo stesso, n.d.r). Il primo titolo della stagione sarà il “Falstaff” di Verdi con la regia di Franco Zeffirelli che ripropone una sua edizione del 1963-64 con alcuni cambiamenti, “Mefistofele” di Arrigo Boito sarà il secondo, ispirato a bozzetti di Camillo Parravicini di cinquant’anni fa, a seguire “Tosca”, con la riproduzione delle scene originali della prima esecuzione, “Manon”, che manca da venticinque anni all’Opera di Roma, “Aida”, prevista alle terme di Caracalla quest’estate, e al Nazionale “Tenebrae” con testi di Massimo Cacciari in coproduzione col Ravenna Festival. Per i bambini alcune iniziative tra cui “La leggenda del Fiore di Lino” sugli animali. Gli allestimenti con Muti, subentrato alla Direzione Artistica, inizieranno invece tra un anno per inaugurare la stagione 2011.
Carla Fracci, in tuta bianca e blu e accompagnata dal marito Beppe Menegatti, ha illustrato la stagione del balletto, dopo essersi detta orgogliosa del successo del “Lago dei Cigni” e del miglioramento del corpo di ballo - un po’ trascurato quando lei arrivò all’Opera - che sta “crescendo” diventando “di livello” ora grazie anche alla Scuola. Ha inoltre aggiunto: che certi “bla bla” le scivolano e le devono scivolare addosso, e che crede nel teatro come una famiglia, dove si lavora uniti, “senza disguidi che possono disturbare”. Menegatti ha confermato che i balletti che erano stati annullati per motivi di produzione saranno parte integrante della nuova stagione, definita dai giornalisti presenti forse un po’ “vecchiotta” e “al risparmio”, ma siamo grati si stia collaborando per risollevare le sorti dello storico teatro, e in attesa della conferenza di mercoledì 9 dicembre per ulteriori dettagli.

Claudia Donzelli

CHICCHIGNOLA al TEATRO PARIOLI di Roma

La commedia “Chicchignola” è una beffarda storia di vendetta. Chicchignola si guadagna da vivere fabbricando giocarelli, per lo più palloni e lanternoni utilizzati per le feste e le fiere. I suoi magri profitti non gli consentono di soddisfare le smanie della moglie Eugenia. Ma veramente non è sposato, convive more uxorio. Eugenia, indelicatamente, lo chiama “pallonaro”, e si lascia sedurre dalle sostanze  di un uomo senza sostanza, il ricco bottegaio Egisto (nome da amante più tragico che comico). I due lo credono un capo ameno, un ingenuo, ma in realtà Chicchignola sa, e tollera. Falso marito, vero cornuto che si finge fesso e si mostra contento, l’uomo  possiede invece un senso amarissimo dell’ esistenza e un orgoglio troppo sottile per essere compreso e manifesto. Scrive Petrolini: “conclude tutto con quell’apparente gaiezza che in sostanza non è altro che una feroce ironia”. L’intelligenza del poveraccio viene costantemente fraintesa, e scambiata per il suo opposto. Eppure il suo ingegno si rivela fulgidamente tanto nella pratica del neologismo ( “ti disturba la questione tattile? Soffri il tattilismo?” ), quanto nelle massime  genuinamente filosofiche che tira fuori ( “il pensiero è l’ unica proprietà; tutto il resto non è mai completamente nostro” ). Dopo un anno di sopportazione Chicchignola decide che è arrivato il momento del riscatto: organizza un’astuta simulazione, si traveste da ladro e penetra in casa propria, dove sa di trovare la moglie col drudo. E così è. E  senza fatica mette in fuga il vile Egisto. Dunque svela la sua identità ad Eugenia che, pentita, gli chiede perdono. Ma è troppo tardi. Chicchignola la rifiuta e, ridendo amaro, esce di scena. L’atto finale vede la condizione di Chicchignola profondamente mutata. Egli non è più il venditore ambulante di palloncini, il pallonaro: dopo la separazione ha messo su un bel laboratorio di giocattoli, e ha fatto un po’ di soldi. Il suo iniziale “ingegnaccio bizzarro”  si è notevolmente raffinato, raggiungendo quasi una dignità artistica. Le parole rivoltegli da Eugenia nel loro ultimo, infruttuoso incontro, completano precisamente la morale della commedia: “per tanto tempo hai voluto provare la voluttà di mascherarti  da uomo insignificante, credendo di fare l’uomo di spirito”. Chicchignola rappresenta, metaforicamente, l’artista, e più precisamente l’artista comico, del quale incarna la leggendaria, grottesca malinconia. In Chicchignola, torna l’ambiguità della figura di Gastone: sebbene qui si faccia salva la coerenza psicologica del personaggio, è sempre l’autore che parla dietro la maschera. Questa sovrapposizione è evidente  in diverse battute, ne citerò una per tutte: “Io in fondo sono un sentimentale, se vuoi anche un cinico a sfondo morale”.  

Dal 2 al 13 Dicembre
 
Dal martedì al sabato ore 21,30
Domenica ore 18,00
 
EDOARDO SALA    
BEATRICE PALME

 
                             
                                              
Chicchignola              Edoardo Sala
Eugenia                       Beatrice Palme
Egisto                          Diego Migeni
Marcella                      Melania Fiore
Lalletta                        Veronica Saccucci
Virgilio - Leone          Simone Perinelli
Portinaia                     Rebecca Chieri
 
Regia
MARIO SCACCIA
 
AL TEATRO PARIOLI DI ROMA DAL 2 AL 13 DICEMBRE

WWW.TEATROPARIOLI.IT

IL CONTAGIO - RECENSIONE

Il contagio

di Nuccio Siano
dal romanzo di Walter Siti

 “Incipit: le borgate sono il nostro domani, ma il domani non si deciderà in borgata; qui è l’arsenale del futuro, ma gli ingegneri abitano nelle acropoli. Questa non è che una sterminata sala d’attesa, una folla brulicante, alla fermata delle astronavi”. Simile a una sala d’attesa è infatti lo spazio che ci troviamo di fronte, quattordici sedie di metallo scuro sparse, dove progressivamente, sulle note di “Hallelujah” di Jeff Buckley, si installano i vari personaggi, gli abitanti della Scala A di Via Vermeer, una casa popolare, chi seduto, chi in piedi, fissandoci con intensità, umanità accasciata ma orgogliosa. Quindi si alternano ora a narrare le loro storie ora a viverle, intrecciandole con quelle degli altri personaggi. Nuccio Siano-Professore, a metà strada tra cantante rock e Pasolini (Siti ha curato le opere complete di Pasolini per Meridiani-Mondadori, n.d.r.), legge, canticchia, e ci informa che si tratta di storie realmente accadute. Due teli bianchi contro il fondale nero, una batteria a sinistra giù dal palco e una chitarra, un appendiabiti o supporto verticale che impersonerà l’ulivo della discarica dove Chiara si rifugia perché in casa non si può parlare di niente.
La prima cosa che colpisce dopo i primi minuti di spettacolo è che ci sia un pubblico così scarso per una troupe di livello numerosa e affiatata e un cast, soprattutto femminile, con una carica di energia formidabile, dalla vulcanica Lucianna De Falco che ritroviamo esilarante nella sua forza scenica, a Anna Maria Loliva, Alessandra Costanzo e le altre.
Si tratta di storie umili, di borgata appunto, o meglio di periferia poverissima, dato che le “borgate” di un tempo vanno scomparendo, inglobando o inglobate dalla più varia umanità - globalizzazione o contagio, “sradicazione” o immigrazione. Indipendentemente dalla provenienza, i problemi sono gli stessi, e ci accomunano facendoci sentire tutti parte della stessa “sala d’attesa”: problemi sentimentali, mancanza di soldi, preoccupazioni per l’avvenire, malattie, piccoli o grandi reati per sopravvivere, sogni per il futuro, pur nel mezzo delle condizioni più aberranti, medicinali e sostanze per sopportare le frustrazioni, promiscuità e confusione sessuale come risultato di più gravi incertezze. “Se ti consideri uno straccio ti trattano come uno straccio” è l’accusa alla nuova generazione che si dibatte nel caos. Il romanesco viscerale irrompe tra pezzi desolati dei Radiohead e canzoni di Pasolini rielaborate da Siano - “Non c’ho più a memoria, dice che sò e canne” - droghe, il Lexotan, la cocaina che causa “scissione di personalità”, le prostitute, l’eterno quanto risibile conflitto tra Romanisti e Laziali, Porta Portese, i Parioli, Corso Francia si avvicendano in un ritmo vorticoso, “io vojo conquistà, vojo agì”, e poi “il trasferimento in camera da letto”, dove “il male non esiste, la pace bussa quando vuole”.


Giudizio: ***


Claudia Donzelli

 

contagio_280
 

IL CONTAGIO

di Nuccio Siano dal romanzo di Walter Siti
Colosseo Nuovo Teatro, Roma - dal 24 novembre al 13 dicembre 2009
Associazione Culturale Beat 72 - Associazione Culturale Porta Nova
con: Mariano Aprea, Tiziana Avarista, Marina Biondi, Michele Botrugno, Alessandra Costanzo, Lucianna De Falco, Riccardo Floris, Carmen Giardina, Fabio Gomiero, Mario Grossi, Anna Maria Loliva, Federica Marchettini, Nuccio Siano, Maurizio Tesei.
aiuto regia: Mario Grossi e Anna Maria Loliva
disegno luci: Luca Santini
fonica: Giovanni Leporale
ufficio stampa: Marzia Spanu, Areta Gambaro
info: 06-7004932, www.e-theatre.it

LA TEMPESTA - RECENSIONE

La tempesta

di William Shakespeare


“La tempesta somiglia a un labirinto. Come in una casa di specchi, ogni volta che intravedi una via d’uscita, questa uscita si rivela essere dalla parte opposta a quella che avevi immaginato. Come in un miraggio o in un sogno, quando provi ad afferrare qualcosa, l’oggetto su cui credi di aver messo le mani si dilegua. Finché capisci che ciò che conta non è l’uscita e che non c’è nulla da afferrare. Stare ad ascoltare le domande che il testo ti pone e restarci dentro (restare dentro alle domande, al labirinto) è l’unica via”.

Andrea De Rosa


Una “Tempesta” cupa, molto poco rassicurante, popolata da individui pronti a tradirsi l’un l’altro per il proprio personale tornaconto, persino la più giovane, Miranda, la cui “innocenza” deriva forse solo dal fatto di non aver mai visto il mondo fuori dall’isola-prigione dove l’ha tenuta il padre per tutta la sua esistenza, da che lei si ricordi, padre che coi suoi poteri avrebbe potuto liberare entrambi da quella situazione molto prima, ma che ha scelto di avvalersi di una circostanza fortuita per rimescolare le carte del suo passato - dove per troppa ingenuità ha causato la propria rovina - e maritare la figlia a uno sposo di sua scelta; da ciò probabilmente il letto a centro scena sul quale Miranda resterà per quasi tutto lo spettacolo, un letto-isola dove si gioca il suo destino.
Il mostro Calibano è qui un ragazzone bisognoso di un padre, che continua a offrirsi a chiunque gli dedichi attenzione, seguitando a toccarsi per colmare un vuoto affettivo e di prospettive: “Ti prego sii tu il mio dio”. La sua controparte Ariel è un vecchio in completo nero e barba bianca che si muove in verticale vertiginosamente, manovrato da tiranti e accompagnato dal frastuono assordante della tempesta, contro una lingua di velluto rosso che fa da fondale - sangue che divide e che apparenta? drappo del palazzo? fessura che immette ad altre prospettive? ad una nuova vita? interstizio uterino pronto a partorire altre fantasie e altri fantasmi?
Lo spazio scenico pietroso è racchiuso da pareti grigio chiaro asettiche; all’inizio, con il letto-branda di ospedale e Miranda in camice bianco inerme, risulta claustrofobico, a metà strada tra stanza di corsia e cella. Gli altri personaggi dei naufraghi vestono in sgargianti costumi d’epoca che contrastano coi colori neutri dei protagonisti.
Tutte le scene coesistono sovrapponendosi come in un incubo, dove i personaggi a volte percepiscono la presenza degli altri, a volte no - ognuno preso dalla sua personale ricerca o ossessione - e a volte ne sono eco, con un interessante gioco registico di rimandi.
Il sussurrare degli amanti fa sì che si crei subito intimità tra i due; ci richiama alla memoria il “Mercante di Venezia” di Massimiliano Civica che aveva optato per una soluzione simile per i personaggi di Jessica e Lorenzo; altri elementi in comune tra i due giovani registi la recitazione talvolta stilizzata e i colori eleganti scuro e rosso che dominano la scena, benché in Civica questi fossero entrambi portati all’estremo.
Ci piace Umberto Orsini con la sua esperienza, ma forse ci piace ancor più quando diventa improvvisamente “umano”. Bravi gli altri laddove il napoletano prende piede per i personaggi di quella provenienza rendendoli immediatamente vivi, in particolare Gino De Luca, giovane Ferdinando.
I pezzi shakespeariani sulla bellezza dell’isola e delle sue creature sono qui avvolti dalla malinconia tetra di un mondo pronto al raggiro dove chi si fida è perduto, e per il quale non resta che la solitudine. Spettacolo innovativo, per specialisti. Da vedere.

Giudizio: ***

Claudia Donzelli


 

 la_tempesta_de_rosa_395

 

 

LA TEMPESTA

con Umberto Orsini, Flavio Bonacci, Rino Cassano, Gino De Luca, Francesco Feletti, Carmine Paternoster, Rolando Ravello, Enzo Salomone, Federica Sandrini, Francesco Silvestri, Salvatore Striano
spazio scenico Alessandro Ciammarughi, Andrea De Rosa, Pasquale Mari
scene e costumi Alessandro Ciammarughi
luci Pasquale Mari
suono Hubert Westkemper
regia Andrea De Rosa
produzione Mercadante Teatro Stabile di Napoli, Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Eliseo


Napoli, Teatro Mercadante, 28 ott-1 nov ‘09

Roma, Teatro Eliseo, 24 nov-13 dic 2009

Correggio, Teatro Asioli, 19-20 gen 2010

Modena, Teatro Giovani, 12 nov 2009, Teatro Storchi

Bari, Teatro Piccinni, 18-22 nov 2009

Piacenza, Teatro Municipale, 15-16 dic 2009

Ferrara, Teatro Comunale, 7-10 gen 2010

Thiene (Vicenza), Teatro Comunale, 12-14 gen 2010

Treviso, Teatro Comunale, 15-17 gen 2010

Massa, Teatro Guglielmi, 22-24 gen 2010

Genova, Teatro della Corte, 26-31 gen 2010

Torino, Teatro Carignano, 2-14 feb 2010

Pisa, Teatro Verdi, 16-17 feb 2010

Novara , Teatro Comunale, 20-21 feb 2010

Cuneo, Teatro Toselli, 23 feb 2010

Mantova, Teatro Sociale, 25-26 feb 2010

Grosseto, Teatro Moderno, 28 feb 2010

 

Fermo, Teatro dell’Aquila, 2-3 mar 2010

Ancona, Teatro delle Muse, 4-7 mar 2010

Parma, Teatro Due, 9-10 mar 2010

Campobasso, Teatro Savoia, 13-14 mar 2010

Fano, Teatro della Fortuna, 16-18 mar 2010

UNA CERTA STORIA ROMANA al TORDINONA di Roma

                                          UNA CERTA STORIA ROMANA

                                    Teatro Tordinona dal 02/12/09 al 07/12/09

Dopo i successi dello scorso anno con la premiata commedia Al solito posto, al Teatro Tordinona di Roma da stasera al 7 dicembre  torna in scena la Compagnia del Buonumore con "Una certa storia romana", per la regia di Donatella Cotesta . Con questa commedia in due atti gli autori  Franco Palumboil marchese  giornalista Giulio de Nicolais ed  Enzo Stavolo, segnano con le loro idee la via di una nuova corrente teatrale neoverista, proponendo sul palco una nuova attualissima storia di vita e tipizzando una decina di personaggi della Roma dei nostri giorni.

Nella nuova storia,  dove il dramma umano, riproposto in agrodolce, monta dalla necessità di due famiglie, di diversa estrazione sociale, di ottenere assegnata per ciascuna una propria casa in affitto, dopo tanta attesa dal giorno della richiesta fatta ad un Istituto di Case Popolari. Per un disguido amministrativo, degno esso stesso di comparire sulla Cronaca della capitale, sette persone già provate dal dissesto economico, dalla piaga del gioco d'azzardo di Michele e da quella dell'alcolismo con l'amore per il vino di Romolo, affronteranno assieme le peripezie per riottenere quel diritto alla casa, che sembravano aver raggiunto e che invece è venuto meno. Una trama ricca, una commedia recitata magistralmente in dialetto romanesco, dove vedremo ricomporsi  drammi familiari e personali, uno dopo l'altro nel susseguirsi di colpi di scena. 

E' il caso di Matilde Lupi (Donatella Cotesta), del marito Romolo (Pietro Ferracci) della loro giovane figlia Alessia (Chiara Sparapassi), del nonno Nino (Vincenzo Bonanno); ma è anche il dramma di Michele de Lupis (Eugenio Cardinali), figlio del compianto Cav. de Lupis, di sua moglie Wilma (Daniela Bacchi) e del figlio Carlo (Francesco Rizzi). Significativo il ruolo di Gennaro Russo (Vincenzo Miceli), napoletano, attempato ed opportunista portiere dello stabile popolare di via Oberdan e quello del notaio Sperandio (Vincenza Mangano).  Fondamentali i suggerimenti della sora Menica (Mimma For Rever) l'inquilina del piano di sopra, che, con le sue ermetiche e colorite battute,  va a svelare l'affetto di due giovani, i quali, superando il dramma vissuto dalle rispettive famiglie, forti degli insegnamenti dei nonni e del desiderio di accogliere una nuova vita che nasce,  confidano nella provvidenza,  aprono il proprio cuore all'amore e progettano una vita ricca di valori, fondata sul lavoro.

La compagnia del Buonumore è formata da attori bravi ma non molto conosciuti. Tra questi i più noti sono Donatella Cotesta che nel 2009 ha ricevuto due premi: 44° Premio Piper a Roma e il Premio Fojetta d'oro Montalto Marche come Migliore interprete teatrale 2009; Vincenzo Bonanno che nel 2009 è stato uno degli interpreti di Bagaria il film di Tornatore, in precedenza ha prestato il suo volto in diverse Fiction televisive come "Carabinieri" "Il Commissario Montalbano".

 Tuttavia interverranno alla sera dell'inaugurazione diversi Vip e volti noti dello spettacolo e del mondo della politica, amici degli autori e degli attori, tra i quali alcuni nobili come il  Principe Giovannelli Marconi, la Principessa Conny Caracciolo. Tra gli altri il conduttore Rai 2 "Numeri Uno" Angelo Martini, l'attrice Antonella Salvucci, la cantante Jessica Morlacchi ex Gazosa vincitrice del festival Sanremo 2001, l’attrice Eleonora Brigliadori, il produttore del famoso salotto televisivo “Il Tappeto Volante” Alessandro Rispoli, la sinuosa top model ucraina Mariana Bilyk, il Consigliere Comunale On. Tetyana Kuzyk, l'On Alessandro Forlani, Francesca Diodato Berger, Gigi Marzullo e l’attrice Emanuela del Zompo. 

 

Assieme agli autori delle due commedie, Donatella Cotesta durante la serata di gala del "Premio Piper", organizzata in occasione del 44° anniversario dell'apertura dello storico locale romano è stata premiata come migliore attrice rivelazione teatrale 2009 per aver interpretato il ruolo della "Signora Checca" nella commedia romana "Al solito posto". Per lo stesso motivo il Premio Piper è stato vinto anche da Rosanna Pisano, Francesco Rizzi, Mimma For Rever, Daniela Bacchi, Pietro Ferracci, Enzo Bonanno, Eugenio Cardinali"; a Montalto Marche nell'estate 2009 i medesimi attori, per lo stesso motivo hanno vinto  anche il Premio Fojetta d'Oro. Vincenzo Bonannodopo aver prestato il suo volto in varie fiction televisive come "I Carabinieri", "Il Commissario Montalbano", ed il film "Bagaria" di Tornatore torna anche quest'anno all'esperienza teatrale con la Compagnia del buonumore nel ruolo di nonno Nino  

Il vernacolo è un valore nazionale che articola la lingua a livello del dialetto del luogo ma che nell'insieme è anche un veicolo di valori che aiuta l'interpretazione dei fenomeni sociali.

 


GIRGENTI AMORE MIO al Teatro MANZONI di Milano

GIRGENTI AMORE MIO…

 

scritto da

Gianfranco Jannuzzo e Angelo Callipo

 

 

interpretato da

GIANFRANCO JANNUZZO 

 

per la regia di

Pino Quartullo

                                                         

Girgenti Spettacoli s.r.l. presenta GIRGENTI AMORE MIO… di Gianfranco Jannuzzo e Angelo Callido, coGIANFRANCO JANNUZZO.

Scene Salvo Manciagli, musiche originali e arrangiamenti Francesco Buzzurro, costumi Silvia Morucci. Regia PINO QUARTULLO.

 

 

 

Questo spettacolo è il tentativo sincero e appassionato di dialogare con le proprie radici e, così facendo, restituirle agli altri. Dico proprie, e non mie, a ragion veduta. Girgenti, e con essa la Sicilia intera, è per me molto più che la terra della mia infanzia o il luogo di memorie mai sbiadite. Girgenti è lo scrigno magico in cui si condensano tutte le terre, in cui tesori d’ogni genere si accompagnano a profonde ferite, profumi meravigliosi si mescolano a storie che ancora oggi non mi è sempre facile raccontare. Girgenti è, insomma, quel groviglio di sentimenti e razionalità che accomuna ogni terra o, per meglio dire, la terra che ogni uomo si porta dentro. Già, perché proprio questo è il punto. Per ognuno di noi, inevitabilmente, gli spazi della propria terra coincidono con i confini della propria anima. Per questo ho preferito Girgenti ad Agrigento. Girgenti è un nome che non c’è più di una città che invece c’è ancora e, dunque, molto più adatto a spiegare l’intensità della sua presenza dentro di me: Agrigento è un semplice punto tra le coordinate di una cartina geografica, Girgenti è l’incrocio obbligato per cui passa ogni mia emozione.

              Lo spettacolo esplora, scava, libera le mille contraddizioni che mi legano a Girgenti e a tutta la mia isola: le lunghe file che da bambino facevo per poter attingere un po’ d’acqua in una Sicilia perennemente assetata, gli improbabili personaggi che con i loro tic, divertenti e amari insieme, sono a volte la cifra più caratteristica di questa mia terra, il Mediterraneo che nel suo seno ha raccolto infinite specie di culture e lingue, la voglia ossessiva di scappare per diventare, non si sa perché, migliori in un qualsiasi altro punto del mondo, ma poi l’inesauribile necessità di ritornare, di riannodare un cordone ombelicale mai tagliato, l’amore potente e assoluto per una terra che è anche donna e madre insieme, il sapore indimenticabile di antiche processioni nelle quali un santo nero, San Calogero, diventava fulcro di una sempre possibile, ma mai realizzata, rivoluzione.

              Emozioni, come dicevo. Soprattutto l’emozione di raccontare la mia terra come mai prima avevo fatto, dando vita a personaggi e situazioni del tutto nuove e inedite, seguendo percorsi recitativi costruiti in modo completamente originale.

Emozioni e memoria, meraviglia e stupore, come “stupor mundi” era chiamata la terra di Federico II, fuoco e acqua, lontananza e senso di appartenenza, opposti che sembrano inconciliabili, ma che, tra le latitudini dell’animo umano, si compongono in un inno d’amore, forte, diretto, immediato, come solo l’amore per la terra che ti ha partorito può essere.

              “Girgenti amore mio…” è il mio pretesto, la mia metafora, la mia personale traccia di un destino che, ad ogni passo in avanti, non smarrisce la strada che corre a ritroso. Perché se non è mai certa la fine, l’inizio non può che esserci noto.

                                                                                                      (Gianfranco Jannuzzo) 

 

          Al Teatro Manzoni dal 1 dicembre 2009 al 3 gennaio 2010

 

Orari: feriali ore 20,45 - domenica e 8 dicembre ore 15,30

           chiusura per le festività natalizie dal 24 al 30 dicembre compresi

           recita straordinaria lunedì 21 dicembre ore 20,45

           S. Silvestro ore 20,45 - 1 gennaio ore 17,00

 

                                         WWW.TEATROMANZONI.IT

 

PER FORTUNA E' UNA NOTTE DI LUNA al Teatro VITTORIA di Roma - recensione

 

                                      "Per fortuna è una notte di luna"

 

  

 "E’ il 21 luglio del 1969. Siamo in un quartiere di Roma, ed è una stupenda notte di luna....", così l'inizio di questo bizzarro spettacolo, difficile da definire e anche da recensire. Un pastiche (senza essere un pasticcio, anzi rimanendo lineare e omogeneo ) di situazioni, atteggiamenti e personalità più che di avvenimenti reali, una little Roma di vita quotidiana opprimente nella sua realtà, dove la luna e la poesia sono troppo lontane, finiscono per essere derise, svilite, annullate. I personaggi, chi più chi meno, si rivelano col passare dei tempi cinici e opportunisti, perdendo anche quella crosta di simpatia popolare che li caratterizzava nella prima parte, la più bella. Solo il poeta, un insolito, aereo, lunatico Renato Scarpa, e l'astronauta rimangono puri e puliti, ma l'unico modo per esserlo è allontanarsi da un mondo sempre più feroce e ingeneroso. Non tutto scorre liscio nello spettacolo, che ha avuto una gestazione complessa, ma gli intoppi di trama e regia sono salvati dall'affiatata ed esperta compagnia di attori: oltre al già citato Scarpa, Stefano Altieri, Annalisa Di Nola, Paola Giannetti, Carlo Lizzani, Massimiliano Franciosa, Annalisa Favetti, Roberto Valerio, Emanuela Fresi.    (Andrea Daz)

Sulla terrazza di un palazzo signorile, un muratore sta lavorando ad un manufatto abusivo. I personaggi tutti facenti parte la stessa famiglia, stanno allestendo lo spazio all’aperto, per assistere insieme all’evento televisivo dell’allunaggio. L’uomo poserà il primo piede sulla luna e per la prima volta guarderà la terra dallo spazio. E’ un’umanità varia: genitori, figli, nuore e futuri cognati si alternano in discussioni interminabili. Il capo famiglia é il Sor Achille, classico patriarca, destinato dalla storia, a decidere per tutti. I conflitti familiari sono evidenti, ed Olga, la moglie di Achille, tenta disperatamente di mediare. E’ stata proprio sua l’idea di quella serata, che vorrebbe essere di pacificazione, ma che si sta trasformando in ulteriore occasione di scontro. Una figlia adottata, Marina, aspirante suicida, un figlio scapestrato, Mariano, che sogna l’America, un terzo figlio, Mario, con vistosa moglie a carico, Immacolata, e dedito all’intrallazzo. C’è infine Erminio, fratello di Olga, ex partigiano e stralunato poeta. Il primo passo di Armstrong sulla luna è ormai vicino, quando l’arrivo della polizia, che si appresta ad arrestare Mario, sconvolge il programma della serata. La stessa terrazza, progressivamente coperta quasi completamente dagli abusi, scandirà la vita dei  nostri protagonisti, passando per il 1978 per arrivare al 1993. Due anni emblematici nella recente storia d’Italia: quello del rapimento di Aldo Moro e della fine della Prima Repubblica.  

                                         TEATRO VITTORIA ATTORI & TECNICI

Teatro Stabile di Interesse Pubblico presenta PER FORTUNA E’ UNA NOTTE DI LUNA di Gianni Clementi regia Stefano Messina - PRIMA ASSOLUTA 

      info dettagliate e immagini dello spettacolo su http://www.teatrovittoria.it

 

TEATRO VITTORIA
p.zza S.Maria in Liberatrice 10

Prima assoluta martedì 24 novembre ore 21
repliche fino al 20 dicembre