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Mercuzio: dal 2002 il punto di riferimento per chi ama il teatro, per chi lo fa e per chi lo segue. Recensioni, interviste, comunicati, sempre presente a Milano, Roma e in Toscana.

LA DONNA DI UN TEMPO

La donna di un tempo

 

Una coppia di mezza età, con alle spalle vent’anni di vita in comune un matrimonio un figlio e il progetto di cambiare città paese paesaggio, è circondata dagli scatoloni che contengono la loro memoria tutto il materiale raccolto insieme, il bagaglio emotivo che una vita condivisa comporta. Ma i due vengono travolti dal passato: sulla porta di casa si presenta l’amore di gioventù del marito, decisa a far mantenere quella promessa di eterna dedizione che l’uomo le aveva fatto in un momento di trasporto. 

Come si può  vedere la trama è semplice anzi forse banale; eppure proprio su questa struttura Ronald Schimmelpfennig, riconosciuto drammaturgo della scena teatrale tedesca, ha composto un testo emozionante travolgente davvero interessante, in cui il vero protagonista è il tempo, il modo in cui ci si relaziona con esso le modalità in cui si percepisce la forza impossibile da governare con cui travolge tutto e tutti.

Non esiste la linearità: si vedono scene senza comprenderne il senso, scene che poi ripresentate con minime variazioni si riempiono di uno spessore densissimo dopo aver assistito alle dinamiche che le avevano determinate. Ciò che viene prima si spiega con ciò che viene dopo, perché nel continuum della vita, lungo i solchi del destino, noi esseri umani non siamo altro che marionette, o macchine robotiche, come vuole suggerire il regista, Sergio Maifredi, ricordando forse Minnie la Candida di Bontempelli. I due protagonisti, interpretati intensamente da Corrado D’Elia e Monica Faggiani, sono confusi e spauriti di fronte al mondo com’era la Minnie di Bontempelli, quando in realtà sono loro stessi dei corpi meccanici, che si muovono come se qualche volontà superiore ne dettasse la direzione. 

È proprio in questo senso che il lavoro di Schimmelpfennig si riallaccia alla tradizione teatrale classica, appartenente a quella cultura greca che vedeva i destini degli uomini legati alla volontà degli dèi. E non mancano infatti nella trama riferimenti a testi classici, come Medea o Edipo re. Nella struttura poi c’è la presenza di un vero e proprio coro: una voce narrante che è anche la fidanzata del figlio della coppia protagonista, una guida che indica al pubblica il passaggio del tempo o introduce le scene come leggendo le didascalie dello stesso spettacolo.

Il tempo non esiste, tutto è contemporaneo a tutto e siamo forse destinati a ripetere in eterno “le colpe dei padri”: il figlio dei protagonisti e la sua fidanzata, sul palco Alice Arcusi e Marco Taddei, si promettono amore eterno senza avere la possibilità di mantenere l’impegno. Si compie sempre lo stesso errore. 

Sembra non esserci via di scampo; ma suggerita sussurrata insinuante l’autore ce la indica nel linguaggio, unico strumento per poter uscire dalla coazione a ripetere a cui si sembra condannati. Più volte infatti si parla nel testo di “segno”, di lasciare il proprio segno grafico, di definire il proprio ruolo nel mondo; e oltretutto il dramma sembra scaturire sempre dalle “parole” dei personaggi.

Forse capendo il senso di ciò che affermiamo, prendendoci le responsabilità delle nostre affermazioni senza rifiutare l’impegno delle nostre promesse, evitando la menzogna comoda la mezza verità l’insincerità strumentale, possiamo aspirare ad un risultato diverso e poter arrivare a dire di essere padroni del nostro destino.

È in questo impegno sociale e intellettuale che risiede la forza di Schimmelpfennig e il senso del suo successo. 

Giudizio: ***                    (Alessandro Baito)