INTERVISTA A ELVIRA FROSINI E DANIELE TIMPANO
Intervista a Elvira Frosini e Daniele Timpano
in occasione dello spettacolo “Sì l’Ammore No”
Colosseo Nuovo Teatro, Roma, nov. 2009
a cura di Claudia Donzelli
Com’è nato lo spettacolo? da quale idea? come avete cominciato a lavorarci?
E: È nato in realtà più di un anno fa, abbiamo avuto l’occasione entrambi di fare una performance site-specific in un festival a Sermoneta (Latina), c’è il Cantiere internazionale di Teatro d’Arte, un festival che si fa alla fine di agosto tutti gli anni; ci hanno chiesto un site-specific breve, di quindici minuti, su un luogo particolare, era un loggiato medievale, ci siamo ispirati a questo loggiato, e l’abbiamo chiamato “Apparizione”, perché queste due figurine apparivano...
D: Sì da questi archi, c’erano cinque archi ma noi ne usavamo tre, nell’arco di centro c’era il dinosauro, ai due lati c’eravamo noi, un po’ bidimensionali, e la bambola, sì, l’appoggiavamo sul parapetto.
E: Per la contentezza di tutto il paese, ti puoi immaginare, un paesino piccolo, questa bambola, i signori del paese ci guardavano...
D: Era buffo gonfiarla in mezzo al paese, esatto.
E: Il primo materiale che abbiamo scelto è stata la storia finale, quella antropofaga, in cui i due si mangiano a vicenda.
D: Era un mio vecchio racconto, che avevo scritto dieci anni fa, era da un vecchissimo spettacolo mio.
E: E l’abbiamo riadattato.
D’accordo ma, partendo da questo luogo, come mai questo tema, questo soggetto?
E: Avevamo pensato a questa idea di due icone un po’ antiche perché stavamo in un loggiato medievale, come se fossero due quadri antichi medievali, due ritratti, anche rinascimentali, che però esplodono nel contemporaneo, nella banalità, che ne so, di “Beautiful”, delle icone contemporanee sull’amore.
Erano vestiti come ora?
E: Sì, erano vestiti così.
D: La versione di quindici minuti era sostanzialmente l’inizio e la fine dello spettacolo attuale, era poi diverso perché era fatto all’aperto, era costruito lì, dai parapetti comparivano le mani e i piedi, quella scena che noi facciamo stesi a terra all’inizio con la luce.
Con quelle ombre cinesi?
D: Sì, apparivano direttamente, spuntavano fuori dalle finestre.
E: E ci tuffavamo, come nell’inizio per terra, invece lì ci tuffavamo dal parapetto col busto, come per lanciarci in un tuffo
Quanto avevate impiegato per comporre questa prima parte, diciamo il nucleo?
E: Poco, perché ci abbiamo lavorato durante l’estate, abbiamo fatto un sopralluogo e siamo stati quattro o cinque giorni lì a lavorarci, poi ci abbiamo lavorato durante il mese seguente qualche volta per ricapitolare un po’ tutti i tempi, e da lì è nata l’idea di farlo diventare proprio uno spettacolo; l’occasione è stata il Premio “Dante Cappelletti”, abbiamo presentato questo progetto di spettacolo, è stato preso ed è andato in finale, quindi abbiamo fatto la finale nel dicembre del 2008.
Come lavoravate? chi prevaleva come regia, chi sceglieva i materiali?
E: No, insieme, si elucubrava intorno all’argomento, avevamo deciso che questo era il nostro argomento, l’amore nell’immaginario collettivo, quindi abbiamo cominciato a raccogliere tanto materiale.
D: Anche perché, banalmente, un uomo e una donna collaborano per la prima volta...
E’ la vostra prima collaborazione?
E: Sì, in più c’era la nostra storia personale, eravamo da poco fidanzati, insomma, e quindi tutto questo insieme...
D: Ci sembrava, tra il biografico e l’idea di parlare invece di questo argomento veramente, che ci fosse un’ambiguità, una frizione che ci sembrava interessante, e poi anche l’idea che due persone, due artisti, diciamo chiamiamoci artisti, con un linguaggio, con un immaginario magari affine per dei versi ma diverso, nel momento in cui tentano di fare una cosa insieme... ci sembrava che l’argomento fosse il tentativo di incontro per antonomasia, cioè l’amore, i sentimenti, i rapporti tra un performer e una performer, e quindi il rapporto di potere che è implicito nell’amore, e il disequilibrio tra i due.
L’idea del dinosauro da cosa nasce?
E: Il dinosauro fa parte in realtà dell’immaginario di Kataklisma, cioè mio, nel senso che è già presente in altri due miei lavori, uno era “Time”, una performance con sette performer donne in cui c’era questo dinosauro giocattolo che appariva, stava lì fermo tutto il tempo, io poi me lo portavo con un guinzaglio, e poi compare nell’altro mio lavoro che debutta adesso a gennaio che è “Ciao Bella”, è un "solo", sto da sola in scena.
Quindi è come una mascotte che ritorna, un trait d’union tra i lavori?
E: Esatto è un segno che ritorna, per me è un po’ un misto tra l’idea del tempo, perché è un antenato, e quindi è qualcosa che ci portiamo dentro di archetipo, di arcaico, e anche l’idea dell’estinzione, l’idea del tempo che passa, i dinosauri sono estinti ma anche noi dobbiamo riflettere sul nostro destino, come razza umana, e poi in “Sì L’Ammore No” è diventato anche altro, mentre in “Ciao Bella” è proprio il tempo davvero, qui è diventato il terzo elemento della famigliola, dell’icona della famiglia.
D: Altri materiali sono di provenienza di entrambi, sono letture di entrambi, molte proposte musicali sono venute da me per esempio, o molte proposte testuali sono venute da lei, alcuni testi poi sono scritti da noi, altri sono rimontaggi di cose di diversa provenienza, il pezzo che lei fa col megafono sul misogino, sulla donna “una cozza arroccata sul suo scoglio, l’uomo” quella parte là, quelle sono cose che ho scritto io, vecchi spettacoli.
E: Solo un uomo avrebbe potuto scriverle.
Le prime musiche del nucleo quali erano?
E: Le musiche iniziali, quelle del primo studio, erano quelle che ci sono all’inizio dello spettacolo, cioè quella musica elettronica fatta di rumori che c’è all’inizio quando ci tuffiamo a terra, che è di Ossatura, che è un gruppo romano di musica di ricerca.
D: Luca Venitucci, e altri...
E: Poi c’è la canzone degli anni trenta che si chiama “Paprika”.
D: O “Mi sento un non so che”.
E: Poi nello studio per Cappelletti nel finale c’era solo “Faccetta Nera”, mentre poi dopo ci abbiamo riflettuto e l’abbiamo mixato con una serie di altre canzoni, canzonette della cultura pop italiana.
D: Sì, è diventato un montaggio, entra Little Tony, entra Rita Pavone, tutto mescolato con “Faccetta Nera” che rimane sempre sotto nel finale.
È molto inquietante, perché va a finire che cominci a pensare del fascismo anche in quelle canzoni, una certa visione delle cose, e l’effetto è chiarissimo.
D: Sì, quella è una delle idee principali dello spettacolo, nel senso che ne è l’esplicazione scenica.
E: Non tutti l’hanno capito, alcuni ci hanno detto, anche critici di fama, ci hanno detto: però questo “Faccetta Nera” è scomodo, cioè fa un po’ sempre ancora impressione “Faccetta Nera”.
Fa impressione, però sotto quelle altre musiche in quel mix arriva
D: Perché appunto una delle idee principali, che è esplicata in quel modo invece che detta come testo nello spettacolo, è proprio quella, che è un’affermazione discutibile ma è quella che facciamo noi, cioè che tutto sommato non c’è tanta differenza, a livello di contenuti, di testi, di immaginario, tra quel collage di testi che si sentono all’inizio fuori campo, che sono Cavalcanti, Goethe, “Anima Mia”, i testi delle canzoni di Little Tony o i testi di Mogol, e “Faccetta Nera”, in realtà l’immaginario dietro, un po’ sbilanciato verso il maschile, verso il maschilista, verso il sessista, dove la donna è una proiezione, è un oggetto, sempre da leggere in riferimento all’uomo, in realtà da Goethe a Eros Ramazzotti è la stessa cosa.
E: Quindi permane, ecco, insomma l’idea era questa, che permane.
E’ un work in progress secondo voi? Prevedete sviluppi? Oltre alla tappa che avete adesso ne avete altre?
E: Sì, abbiamo il 28 la prossima settimana a Rimini, e poi abbiamo una pausa fino a marzo, a Milano, al Guanella, Campo Teatrale. Work in progress un po’ sì, perché comunque quando fai le prime repliche di un lavoro... già abbiamo lavorato un anno a trasformarlo (...) secondo me il rapporto con il pubblico ti dà sempre qualcosa.
Vi aspettavate che la risposta fosse di questo tipo? cioè con risate anche a scena aperta, era previsto questo o è stata una sorpresa?
D: Sì, sì, abbastanza, speravamo...
E: Anche perché noi abbiamo riso tanto facendolo.
D: Dicevamo anche oggi all’intervista alla radio, la potenzialità, e il potenziale anche limite può essere dello spettacolo, è che mette insieme, fa un montaggio, che può essere letto anche come frammentario, di una serie di situazioni abbastanza riconoscibili, abbastanza banali ma in senso anche positivo, nel senso che poi lo spettatore può fare una proiezione facilmente perché sono tutte cose che riconosce, situazioni, rapporti, parole, luoghi comuni, cliché, organizzati anche in scene tutto sommato autoconclusive, e quindi che sono di immediata e chiara leggibilità di per sé; il montaggio di queste sezioni è coerente ma più sottile da leggere.
E: Penso che anche ridendo e sorridendo delle cose passano, per cui alla fine ridi ma amaramente.
I personaggi e anche il pubblico durante il “dibattito” sembrano in qualche modo succubi di risposte preconfezionate, infatti a un certo punto riparte il nastro subito dopo la domanda che hai fatto al pubblico; secondo te, Elvira, in questa società quanta autonomia rimane a disposizione per le proprie scelte?
E: Bella domanda questa! Autonomia, diciamo che ne rimane secondo me, però è molto rischioso definire quanta ne rimane, perché effettivamente una grandissima parte penso per tutti noi, è presa da queste risposte preconfezionate quasi automatiche e che sono talmente sottilmente comode, ci stanno così comode in fondo, che neanche ci facciamo più caso che siano poi già dette, già pronte, e poi è chiaro c’è uno scarto, quello che tentiamo di fare anche noi oppure chiunque penso faccia teatro tenta di fare, è partire da quello e tentare uno scarto per arrivare invece a incrinare qualcosa, per aprire un varco in questo territorio piatto piatto...
La bambola gonfiabile, c’è un momento in cui veramente uno si chiede fino a che punto rischieranno o no con questo oggetto, insomma quando ti trovi davanti proprio, no? qui si sente un attimo di tensione nel pubblico
D: Qualcuno pensa che io me la scopi?
Quando avete creato quel passaggio, quel momento lì, eravate andati oltre e avete deciso di portarlo indietro o vi siete fermati lì?
E: No, non siamo andati oltre, secondo me bastava proprio questa impressione “Oddio adesso che fa con quella bambola?!”
D: Dici che potrebbe essere una delusione?
E: No, mi interessa che ci sia almeno il timore che...
Sì, insomma è forte, lui comincia a spogliarsi, quindi la cosa è chiara, si vede la sua schiena illuminata dal dietro con questa bambola davanti, voglio dire, l’immagine direi che è molto esplicita e potrebbe andare anche avanti
E: Non eravamo andati avanti, siamo arrivati lì e abbiamo deciso che poi già da lì scattava in un altro modo, lui comincia... mi butta lì la camicia: “stira”, e poi balla.
D: E poi c’era quella splendida musica che volevamo assolutamente usare.
E: Quella stupidissima...
Chi l’ha pensata la bambola nel nucleo originario?
D: Probabilmente all’inizio proveniva dal fatto che io comunque ne avevo una, l’avevo comprata per un mio spettacolo che non ho mai fatto, tratto da un mio testo, in cui c’era il personaggio della bambola gonfiabile, che era la mamma del protagonista, era una riscrittura mia di “Cappuccetto Rosso” che si chiamava “Per Amarti Meglio”, c’era il lupo che andava in cerca di puttane con la scassata Cinquecento con legata al paraurti una bambola gonfiabile che chiamava mamma, questa scena riscritta è rimasta nello spettacolo completamente diversa come testo, tranne la fine: “Mamma hai mai fatto l’amore tu?” Quindi veniva dal fatto che fisicamente l’oggetto ce l’avevamo già, e da questa vecchia idea dell’associazione della mamma e quindi il cliché dell’italiano mammone, nello spettacolo l’abbiamo trasportata come doppio del personaggio femminile, infatti fin dalla prima versione site-specific lei spariva dalla finestra e appariva la bambola al suo posto.
Anche qui era chiaro, nel momento in cui descrivi l’incontro tu hai la bambola, e a un certo punto sono tutte e due sdraiate parallele. Bene, abbiamo finito, avete qualcosa da dire a Dino, dinosauro?
E: Mah... che vuole più bene a me.
Claudia Donzelli
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