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Mercuzio festeggia dieci anni: 4 febbraio 2002-4 febbraio 2012, il primo blog italiano dedicato interamente al teatro e cinema, i teatri di Roma e di Milano.

LA LOCANDIERA - recensione

Carlo Goldoni nel 1751 aveva raccontato al pubblico la sua Mirandolina come una donna forte, intraprendente e astuta, ma anche seducente e affascinante, capace di conquistare ogni uomo che frequentasse la sua locanda a Firenze. Ma di sicuro non l’aveva immaginata così ironica, moderna, frizzante e… colorata! Una donna seducente, sinuosa e attraente, con una tutina sintetica e un caschettino biondo platino, immagine della bambolina sexy, ma anche calcolatrice, precisa e abile, come si addice ad una donna d’affari. 

E’ questa la versione che porta in scena Corrado d’Elia con la Compagnia dei Teatri Possibili dal 12 al 30 aprile al Teatro Menotti di Milano. Una versione rivisitata in chiave moderna, vivace e piena di ritmo. La commedia si apre sulle note di “Amoureux Solitaires”, con un divertente gioco di luci che animano una scenografia minimalista ma coloratissima. Bella l’interpretazione della protagonista Monica Faggiani che con brio, comicità e grande sensualità incanta e, a sua volta, viene corteggiata dagli ospiti della sua locanda: dal Marchese di Forlipopoli, un aristocratico ormai decaduto ed indebitato, al Conte d'Albafiorita, un mercante che, arricchitosi, ha comprato il suo titolo nobiliare e fa’ doni costosi alla Locandiera. Ma la vera arte della seduzione Mirandolina-Faggiani la riserva all’altezzoso Cavaliere di Ripafratta. Il Cavaliere misogino cade nella trappola di Mirandolina, che gli impartisce una lezione: il suo sentimento di avversione per le donne si tramuta in amore tormentato per lei.Ma alla fine, da buona mercante, la Locandiera non si concede a nessuno di loro: a dispetto di tutti sceglie il suo fidato cameriere Fabrizio. 

E’ sempre difficile riadattare grandi classici come il testo di Goldoni, ma il bravo Corrado d’Elia è riuscito a restituire al pubblico una versione dinamica, travolgente e giovane de La Locandiera: una versione pop. Con questo lavoro Corrado d’Elia, premiato nel 2009 con il premio internazionale Pirandello, torna al teatro di parola, di cui è abilissimo costruttore, portando in scena un cast ricco di bravi attori: oltre a Monica Faggiani troviamo Gustavo la Volpe, Tommaso Minniti, Bruno Viola, Andrea Tibaldi, Marco Brambilla e lo stesso Corrado d’Elia, che ha curato oltre alla regia anche la scenografia. I costumi sono di Stefania Di Martino, il disegno luci è di Alessandro Tinelli, il suono è curato da Fabrizio Fini e la fotografia di Angelo Redaelli.

                                                                                                                    LINA CEGLIA 

 

In scena dal 12 al 30 aprile al Teatro Menotti – via Ciro Menotti 11 – Milano.

Martedì ore 21.00

Mercoledì ore 19.30

Da giovedì a sabato ore 21.00

Domenica ore 17.00

 

Info e prenotazioni 02 36592544
info@tieffeteatro.it - www.teatripossibili.it - www.tieffeteatro.it

 

Ufficio Stampa Teatro Libero
tel. 02/45497296 - e-mail stampa@teatripossibili.org

 

 

LA LOCANDIERA - RECENSIONE

La locandiera

Trasportandoci in una fintissima coloratissima casa di bambole, Corrado D’Elia rivisita uno dei testi più celebrati rappresentati e amati dal pubblico di tutti i tempi: La locandiera di Carlo Goldoni.

Non esiste studente in Italia, ma neppure nel mondo se studia anche un minimo di storia del teatro, che non conosca questo testo rivoluzionario, uno dei primi passi verso la nascita del teatro come oggi lo intendiamo ed amiamo. Forse è anche uno di quei pochi classici che gli studenti non arrivano ad odiare per il semplice fatto di doverli studiare. Questo perché ne La Locandiera convivono la satira e la tradizione, la commedia dell’arte e il teatro di parola, una struttura solida e una leggerezza affascinante. Non c’è attrice che non sogni di interpretare almeno una volta il personaggio di Mirandolina, accattivante e libera, manipolatrice e realista, e che non voglia dire con le sue parole: “mi piace l’arrosto, del fumo non so che farmene”.

Trasportare il testo goldoniano in un universo di plastica, cuoio e colori sgargianti è stata un’idea davvero affascinante, da cui Corrado D’Elia è partito per costruirne la sua personalissima versione. Utilizzare due uomini per interpretare Ortensia e Dejanira, le due attrici che si fingono dame presso la locanda di Mirandolina, resi sulla scena da due fantastici Bruno Viola e Andrea Tibaldi, è stata un’intuizione ricca di risvolti comici e al contempo di riflessione sociale. Affidare la parte della protagonista ad un’attrice del calibro di Monica Faggiani, già conosciuta dal pubblico milanese per le sue passate interpretazioni non solo presso il Teatro Libero, è stata una scelta fortunata. Infine scegliere attori bravissimi come Edoardo Ribatto (nel ruolo del Cavaliere), Alessandro Castellucci (nel ruolo del Conte) e Gustavo La Volpe (nel ruolo del Marchese), è stato un modo per garantirsi un successo sicuro. Ridurre ai minimi termini il personaggio di Fabrizio, il cameriere e futuro marito di Mirandolina (interpretato dal giovane Andrea Cappone), ha dato ulteriore risalto alla protagonista, affidando il compito di reggere le sorti dello spettacolo a lei sola.

Delle premesse fantastiche ad uno spettacolo davvero divertente, che senza dubbio raccoglierà molti successi di pubblico. Eppure ci sono alcune riflessioni che portano a delle conclusioni diverse sull’effettivo valore dell’operazione. L’equilibrio necessario tra la versione classica dell’opera di Goldoni e questa trasposizione pop non sembra realizzarsi mai, lasciando spesso l’impressione che l’ambientazione moderna sia solo del “fumo” per rendere più accattivante lo spettacolo agli occhi del pubblico, senza che arrivi mai a dare un valore aggiunto come dovrebbe essere. Si sente effettivamente la mancanza di “arrosto”, di una solida costruzione registica capace di rendere al contemporaneo un testo vecchio più di trecento anni.

L’unico elemento interpretativo che rimanda a un mondo di plastica sono le continue risate dei personaggi. Se però le risate di Viola e Tibaldi, data la natura di Ortensia e Dejanira, si possono giustificare e apprezzare, non si comprende perché tutti gli altri debbano continuamente ridere, togliendo spessore ad un testo che invece vuole e deve averlo. Sembrerebbe quasi che si stia ridendo del gioco di distruzione operata sul lavoro di Goldoni. Ma se davvero questa fosse stata l’intenzione di D’Elia (e non ci sarebbe stata alcuna obiezione da fare) le scelte sarebbero state diverse. In realtà le risate tendono unicamente a richiamare le risate del pubblico.

È solo su questo livello che si realizza appieno la versione pop de La Locandiera di Goldoni.

Giudizio: *

Alessandro Baito

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